Il cattivo gusto e la lingua straordinaria di Lester Bangs

Lester Bangs - Mainlines, Blood Feasts, And Bad Taste

Certo che ne ha scritte di cazzate, Lester Bangs. Perché, d’accordo, chiudere la propria carriera esaltando gli Exploited va rubricato alla voce “sfortunati incidenti” (che ne sapeva che sarebbe morto da lì a pochissimo? grandioso però il titolo di quell’ultimo pezzo: If Oi Were A Carpenter), ma cominciarla stroncando gli MC5 di “Kick Out The Jams” un po’ fu sfiga, un po’ tanto arrogante imprudenza. Né è stata la sola, solenne sciocchezza messa nero su bianco da uno che definì “On The Corner”, cruciale capolavoro di Miles Davis in miracoloso incrocio fra James Brown e Stockhausen, “il disco in assoluto e di gran lunga peggiore che costui abbia mai pubblicato”, salvo cambiare idea (come del resto l’aveva cambiata sugli MC5) nel giro di qualche anno e tesserne di conseguenza mirabile panegirico. Facile agli amori per gente bistrattata dal resto della critica (si esaltava per i mediocri sudisti Wet Willie, probabilmente unico al mondo fra gli scribacchini) come allo schiaffo dettato dall’umore del momento (sebbene sempre bene argomentato) non lo si legge ancora d’altro canto, a quasi ventitré anni dalla prematura scomparsa, in cerca di consigli per gli acquisti ma per il piacere che dà una prosa che nella critica rock, in inglese e non, non ha mai avuto uguali e iddio ci scampi dagli imitatori.

Uscita negli Stati Uniti nell’agosto 2003, a sedici anni da quella Psychotic Reactions And Carburetor Dung che per fortuna già aveva provveduto a salvare l’opera di questo grande scrittore (sì: scrittore) dall’oblio che inevitabilmente cala su chi pubblica solo su riviste, Mainlines, Blood Feasts, And Bad Taste è a oggi la seconda raccolta di scritti bangsiani. Resterà probabilmente l’ultima, avendo dovuto il curatore John Morthland, per arrivare a riempire quattrocento pagine, recuperare anche cose francamente non trascendentali, utili comunque a completare il quadro. Dei due libri di Lester Bangs da avere è dunque il secondo e nondimeno: indispensabile. Con dentro fra il tanto d’altro uno spietato e documentatissimo attacco al Bob Dylan che, in “Desire”, inopinatamente elevava il mafioso Joe Gallo a personaggio mitologico (un articolo da Pulitzer), una formidabile quadrilogia stoniana, una puntuta disamina della leggenda di Jim Morrison e un esemplare reportage dalla Giamaica, appena asceso Bob Marley allo stardom. Volume che in ogni caso, come il predecessore, conquista al di là degli argomenti. È che è straordinaria la lingua, intessuta di slang e neologismi e tambureggiante come uno “one-two-three” seguito da un assalto punk-rock, o al contrario (dipendeva naturalmente pure da quale droga era in circolo) una lenta colata lavica. Intraducibile e di conseguenza non tradotta. (Anchor Books, pp.411)

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005.

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4 commenti

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4 risposte a “Il cattivo gusto e la lingua straordinaria di Lester Bangs

  1. Paolo

    ciao VMO dopo aver letto questo articolo mi è venuta la curiosità di chiederti quali sono i tuoi romanzi preferiti che ti senti di consigliare.
    Grazie

  2. C’è un racconto di Bruce Sterling con Lester Bangs come protagonista.
    Lester Bangs era in grado (anche attraverso una serie di indiscutibili fesserie) di mostrare punti di indubbio interesse degli artisti che trattava.
    Va detto che spesso l’ho trovato abbastanza insopportabile però ha saputo rendere interessante la critica rock.

  3. DaDa

    Le cronache raccontano che, durante il suo soggiorno in Messico, per scrivere un libro lontano dai rumori della metropoli, bruciò la sua casa. Uscito inizialmente in mutande, rientrò per recuperare un disco. Se non è un gesto “rock” questo….

  4. Non definirei “mediocri” i Wet Willie: “Drippin’ Wet”, “Dixie Rock” e “Keep On Smilin'” sono ottimi esempi di musica sudista suonata con cuore e competenza. E, per quanto mi riguarda, “Left Coast Live” è il miglior album dal vivo del southern classico (la versione in CD, però; quella più pingue).
    Quanto alla critica, Mauro Zambellini ne aveva parlato in toni favorevoli nel volumetto della Giunti dedicato al southern rock.
    Insomma, vuoi vedere che, per una volta, Lester Bangs ci ha preso al primo colpo? 🙂

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