Archivi del mese: agosto 2015

La ballata dei Mott The Hoople

The Ballad Of Mott The Hoople

C’è un po’ di Italia in questa ballata. Ignorato in Gran Bretagna, dove peraltro e non si sa bene per quale motivo si esibisce come Shakedown Sound, il Doc Thomas Group nel 1966 trova giusto nel Bel Paese ingaggi per concerti e persino una casa discografica, con conseguente uscita nel gennaio dell’anno dopo di un LP su Interrecord. Niente di che, trattasi di una collezione di cover, perlopiù di soul ed eseguite in stile mod, che non mette precisamente a ferro e fuoco le classifiche, ma i ragazzi rimediano almeno un passaggio televisivo e quelle immagini in bianco e nero da Rai Uno sono le seconde più curiose a vedersi in un DVD di centouno minuti netti, senza extra. Essendo le prime quelle della vittoria contro il Newcastle in Coppa d’Inghilterra, datata ’72, della squadra della cittadina, Hereford, dalla quale provenivano quattro quinti della formazione originale dei Mott The Hoople: unico trionfo in una storia iniziata nel 1924 e consumatasi quasi per intero nelle categorie più infime, dalla terza divisione in giù, del calcio inglese. In quello stesso magico e irripetibile 1972 i nostri eroi sfioravano i Top 20 UK con l’album “All The Young Dudes” e andavano al numero tre nella classifica dei singoli con la canzone che all’album dava il titolo. Fine di un principio e principio di una fine. La band otterrà con alcune delle uscite successive riscontri commerciali anche migliori, ma prendeva a perdere pezzi e con essi identità e nel giro di un altro paio di anni tutto sarà – sostanzialmente – finito.

Era cominciato con il solito annuncio sul “Melody Maker” (“Cercasi cantante. Deve essere attento all’immagine e affamato”), pubblicato nel 1969 da un Guy Stevens entusiasta a sufficienza del gruppo da farlo mettere – previo cambio di nome: da Shakedown Sound il quintetto si era già ribattezzato Silence e diveniva adesso Mott The Hoople – sotto contratto della Island, ma per niente persuaso da Stan Tippins. Spostato costui a road manager, con l’arrivo di Ian Hunter ogni tesserina andava al posto giusto. O quasi. A fronte di una campagna concertistica pressoché ininterrotta, e davanti a platee sempre più numerose ed entusiaste, le vendite dei dischi erano invero modeste e a riascoltarli oggi non si comprende proprio perché: di assoluto pregio tre dei primi quattro 33 giri della band, essendo l’eccezione in negativo “Mad Shadows” e poco meno che un capolavoro un omonimo esordio descrivibile all’incirca come il Bob Dylan di “Blonde On Blonde” girato hard. Proprio un attimo prima che i protagonisti di questa vicenda si rassegnassero allo scorrere dei titoli di coda, giungeva in soccorso un fan illustre e alla moda quale David Bowie e più che un secondo tempo iniziava un altro film, memorabilissimo attacco una All The Young Dudes che costui regalava ai Mott e già abbiamo visto come andava. La strada per la gloria sarà però subito punteggiata da separazioni, primo a lasciare l’organista Verden Allen, e già sarebbe stata una defezione grave, ma quando a dimettersi era il chitarrista Mick Ralphs sarebbe dovuto apparire chiaro che i Mott The Hoople non esistevano più. Questa loro versione glam sempre più eccessiva tirava invece avanti ancora un po’ e, previo accorciamento della ragione sociale, addirittura sopravviverà all’esaurimento nervoso che metteva fuori gioco il cantante e lo indurrà a optare per una carriera solistica più defilata. Il racconto – corale, tutti i protagonisti per fortuna ancora fra noi a parte quel genio disperato di Guy Stevens, e a fare loro da controcanto cultori appassionati quali Kris Needs, Roger Taylor dei Queen e Mick Jones dei Clash – si ferma prima. Salvo mostrare qualche immagine dalla manciata di concerti che nel 2009 ha rivisto assieme i magnifici cinque originali, molto applauditi e per niente patetici come sarebbero facilmente potuti risultare. Sia chiaro: a patto che resti unica una rimpatriata giustificata da Hunter con un “ero solo curioso di vedere come ce la saremmo cavata”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.38, estate 2012.

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The Who – Live At Shea Stadium 1982 (Eagle)

The Who - Live At Shea Stadium

Nell’ostinazione a voler tenere in vita una sigla che avrebbe dovuto essere ritirata dopo la scomparsa di Keith Moon nel settembre ’78, gli Who scaveranno ben altri abissi (alzi la mano chi nel 2006 semplicemente si è accorto di “Endless Wire”; e poi chi ce l’ha fatta ad ascoltarlo) e nondimeno nella loro storia il 1982 resta un annus horribilis. Dando un pronto seguito al già modesto “Face Dances” esce il pessimo “It’s Hard” e del fatto che la parabola artistica del gruppo sia al capolinea i superstiti Pete Townshend, Roger Daltrey e John Entwistle sono a tal punto consci che il tour che lo promuove viene annunciato come “di addio” (e tale in effetti resterà fino all’89). E tuttavia: forse perché vogliosi di chiudere con stile, forse perché sfidati dalla presenza come spalla in alcune date americane dei rampanti Clash, almeno qualche sera i ragazzi (avendo il ricordo di come venissero considerati dei dinosauri oggi impressiona vederli in realtà ancora così giovani) tornano quelli dei tempi belli. In particolare, mito vuole che ciò accada nelle due notti (12 e 13 ottobre) in cui si esibiscono a New York. Curioso che quella seconda di cui si ha adesso un’integrale testimonianza in video sia la stessa dalla quale pure i Clash trarranno – postumo – un live, ma in CD. Stravincono i Clash, sia chiaro.

Il difetto di queste due ore di spettacolo sta nel manico, in una scaletta con qualche cover divertente quanto inutile nei bis e troppi brani tratti da “It’s Hard” a fronte di almeno un paio di assenze clamorose (The Kids Are Alright! My Generation!!!) sul fronte dei classici conclamati. Resta nondimeno un bel concerto, energico, con Townshend in particolare in gran forma e non solo alla chitarra ma pure quando si prende la ribalta da cantante.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.365, luglio 2015.

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Ferragosto, blog mio non ti conosco

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I paesaggi immaginari di Riccardo Bertoncelli

Una mia recensione d’epoca del capolavoro d’epoca dell’unico cui in Italia, personalmente e senza ironia, riconosco il titolo di Maestro. Prima o poi proverò a emularlo. Magari prima.

Riccardo Bertoncelli - Paesaggi immaginari

“Box di 5 CD più bonus disc”: così il retro di copertina – peraltro la cosa più infelice (l’unica non contando certe idosincrasie dell’autore) di questo volume passato come un lampo nelle librerie normali, nel ’98, per finire nei remainders dove da allora staziona (ma lo si vede sempre meno; regolatevi) – presenta Paesaggi immaginari. Come i cofanetti cui fa il verso, lo si apre golosi, si sfoglia, si scorre l’indice, indecisi se buttare dentro il primo dischetto e godersi il mastodonte tutto di fila o piluccare qui e là, partendo dalle rarità oppure facendo girare una volta di più ciò che già si conosce. Se siete per il secondo approccio (io ho seguito il primo: sono una persona metodica e trattasi pur sempre di un libro, seppure antologico) il consiglio è di cominciare da due inediti e un inatteso e gradito recupero. Piccola avvertenza: sul primo degli inediti, Lettere in sogno da Tim Buckley (e altra posta angelica: da Tim Hardin, Fred Neil, Jeff Buckley), correte il rischio di fermarvi molto a lungo (come quando il lettore si incastra per un’ora in repeat su quel brano che ci ha ammaliati senza rimedio). C’è dentro tutto ciò che continua a fare del Bertoncelli il numero uno fra quanti dalle nostre parti discettano di pop, non solo per una questione di primogenitura (fu lui a inventare questo mestiere in Italia) ma per la limpidezza della lingua e un’eleganza di stile che restano insuperati, inimitabili benché siano stati e continuino a essere imitatissimi. Bertoncelli parte dai dischi per raccontare il mondo, come se lo osservasse da quel buco là al centro, quando quasi tutti si fermano ai dischi. E tanto più l’argomento del narrare è vicino alla sua sensibilità, e in tal senso la favola triste dei Buckley è perfetta, tanto più la pagina si affolla di fughe mitologiche, immagini fulminanti, riflessioni sulle quali si inciampa ritrovandosi in un attimo in ginocchio. Dicono di lui che sia troppo personale, egocentrico persino. Che in fondo non faccia altro che raccontarci la sua vita e potrebbe anche fregarcene poco, no? Non capendo che è esattamente ciò che lo rende di una leggibilità senza paragoni in un ambito poverissimo di scrittori veri.

Ci si diverte pazzamente scoprendo infine (un altro inedito) La vera storia dell’“Avvelenata” (come fu che Bertoncelli si ritrovò in un classico di Guccini). E a chi altri sarebbe venuto in mente di omaggiare Landolfi partendo da una canzone dei Pink Floyd e dalla propria naia? Wish You Were Here è una pagina del ’77 ritrovata che una volta di più fa pensare che in fondo il nostro uomo sia sprecato a vergare rubriche e recensioni per questo o quel giornale, quando invece dovrebbe architettare romanzi. Non lo si dica a voce troppo alta, però. Potrebbe finire per dar retta e ci perderemmo così l’unica penna capace di fare della storia dei Beatles un’epopea pasticciera. (Giunti, pp.261)

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.3, autunno 2001.

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Jim O’Rourke – Simple Songs (Drag City)

Jim O'Rourke - Simple Songs

Vedo che nel lontano 1999 recensii proprio su queste pagine l’album che stilisticamente è il predecessore più antico di “Simple Songs”. Affermare che “Eureka” (titolo che coincideva con la reazione che in molti avevano ascoltandolo) inaugurava un nuovo filone nella produzione solistica di Jim O’Rourke (uno che prima di quel disco era stato metà dei Gastr Del Sol e dopo e per sei anni è stato il quinto Sonic Youth) sarebbe purtroppo un’esagerazione. Dopo avergli dato piuttosto rapidamente un fratellino nel 2001 con il parimenti acclamato “Insignificance” l’artista chicagoano ci ha difatti fatto attendere quest’altra manciata (otto, per complessivi 37’33”) di “canzoni semplici” fino a oggi. Non che sia rimasto con le mani in mano nel frattempo. Solo, si è al solito dedicato a tutte le sue altre molteplici passioni e stiamo parlando di uno che ha una formazione accademica ma ama trafficare con improv e noise, elettronica e avanguardie, che è stato il produttore più richiesto del post-rock, ha resuscitato i Faust e collaborato con gli Wilco e giusto con costoro si avvicinava alla fruibilità delle sue – ahinoi – rare escursioni nel mondo del pop più nobile. Tanto più preziose perché disperse in un catalogo di consistenza abnorme. Pensate che già all’altezza del sunnominato “Eureka” (il Nostro non aveva che trent’anni) contava un centoventi articoli e immaginate a quanti può essere arrivato oggi.

Le “canzoni semplici” in realtà semplici non sono affatto ma immensamente godibili sì. Immaginatevi un Robert Wyatt ibridato con Van Dyke Parks, fantasticate più in generale di una Canterbury di oltre Atlantico – e dunque impregnata di Americana, ma pure pronta a fare i conti con Burt Bacharach come con Randy Newman – ed ecco: è parte di quanto è raccolto in questo piccolo scrigno di grandi meraviglie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.365, luglio 2015.

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Audio Review n.366

Audio Review 366

È in edicola il numero 366 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di  Asian Dub Foundation, Meg Baird, Leon Bridges, Four Tet, Rachel Grimes, Jenny Hval, Jaga Jazzist, Jimmy LaFave, Tom McRae, Christopher Owens, Elvis Perkins, Kathryn Williams e Chelsea Wolfe, di una raccolta tributo a Nina Simone,  di un’antologia di Pete Townshend e di una recente ristampa dei Ten Years After.  Nella rubrica del vinile mi sono occupato di Blues Magoos, Cheap Trick ed Elvis Presley.

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Quando i tempi stavano cambiando (Bob Dylan, nel 1964)

Bob Dylan 1964

Nel luglio 1963, a due mesi dalla pubblicazione del suo secondo 33 giri, Bob Dylan diventa personaggio, da newyorkese che era, nazionale comparendo per la prima volta al “Newport Folk Festival”. A farne una stella è però soprattutto la melensa lettura di Blowin’ In The Wind che il trio Peter, Paul & Mary porta al numero due nella graduatoria dei singoli. Se ne giova “The Frewheelin’”, che anche a causa del ritiro della prima stampa da parte di una Columbia innervositasi per la presenza in scaletta di un polemicissimo Talkin’ John Birch Paranoid Blues non aveva fino a quel punto venduto granché, e sale adesso in classifica fino a sfiorare i Top 20. Si parte per il primo tour, significativamente per università, e con lui c’è Joan Baez, il che vuol dire discreto baccano mediatico. Anno ancora più intenso però il 1964. In gennaio esce “The Times They Are A-Changin’” ed è autentica chiamata a raccolta di tribù quella che compie la canzone che lo battezza e lo apre, con versi di una forza inaudita che da profezia si fanno, nel preciso istante in cui per la prima volta vibrano nell’aria, cronaca. Nulla potrà mai più essere lo stesso, dopo, e il Dylan meditabondo e corrucciato in copertina ben lo sa. È e resterà il suo album più politico, colmo di invettive rabbiose (Ballad Of Hollis Brown, With God On Our Side, Only A Pawn In Their Game, The Lonesome Death Of Hattie Carroll) cui è la pura forza del furore a donare l’incisività mancante a certe canzoni cronachistiche dei dischi prima. Immagini bibliche balenano un po’ ovunque incupendo ulteriormente un clima che nemmeno le incursioni nel privato rischiarano: l’irrequietezza di One Too Many Mornings non può essere placata dall’amore e Restless Farewell è un resoconto di fallimenti. Con l’unica eccezione di When The Ship Comes In, vivace e incalzante, anche musicalmente “The Times They Are A-Changin’” è corrusco e ricercatamente austero, lontano dall’orecchiabilità di molta parte del predecessore. Come la gioventù di cui si è trovato a esprimere i fino a quel punto inespressi sentimenti, Dylan sa che una rivoluzione è alle porte. Contrariamente a essa, non si illude che sarà una passeggiata. E probabilmente già ha capito che è un glorioso fallimento il migliore approdo in cui si possa confidare.

In agosto viene pubblicato “Another Side Of Bob Dylan” e di rado titolo fu tanto significativo. Personalmente la vedo così: espulsi i veleni che aveva nel sangue, in tal modo depurato e alleggerito il nostro eroe si affaccia sull’alba di un nuovo giorno. La dice lunga al riguardo l’iniziale All I Really Want To Do, in cui con voce garrula su base birbona profferisce che “tutto quello che voglio da te,/bambina, è esserti amico”. C’è in scaletta una seconda, torrenziale e scherzosa (la prima su “The Freewheelin’”) I Shall Be Free (numero 10; e le altre otto?). In Black Crow Blues rintocca un pianoforte rock’n’roll ed è un presagio, Spanish Harlem Incident inventa lo Springsteen di “Greetings From Asbury Park”, To Ramona è una serenata con piacevoli sfumature latine, Motorpsycho Nitemare sarà anche paranoica ma come un Lenny Bruce di buon’umore, I Don’t Believe You ha un gusto smaccatamente lennoniano che rende ufficiale la nascita di una società di mutua ammirazione (I Should Have Known Better sarà l’immediata risposta). Ma sono i quattro brani che non ho ancora citato la chiave di volta dell’album e se Chimes Of Freedom, malinconica e gioiosa insieme, di liturgico afflato e con una forza immaginifica che mozza il fiato, è mirabile conclusione della parabola di Blowing In The Wind tutto il resto è un chiudersi porte alle spalle e incamminarsi verso il futuro senza rimpianti, giusto con quel filo di nostalgia che umanamente ci sta. Così, Ballad In Plain D è l’ultima e tenerissima missiva d’amore a quella Suze Rotolo sottobraccio al nostro eroe sul davanti di “The Freewheelin’” (copertina epocale quanto l’album stesso) e My Back Pages un annuncio di cambiamenti in corso e a venire, reso inequivocabile da un ritornello che constata che “ero molto più vecchio allora/sono molto più giovane adesso”. E poi, proprio alla fine, It Ain’t Me Babe. Dylan canta “vattene dalla mia finestra/vattene alla velocità che preferisci/non sono io l’uomo che vuoi, bambina,/non sono io l’uomo che ti serve” e sarà pur vero che è un altro congedo sentimentale, dalla Baez questo, ma ridurlo al saluto a un’amante sarebbe miopia confinante con la cecità: è alla scena folk che lo ha designato a leader che il figlio di Duluth sta dicendo addio. Non con irriconoscenza. Se l’ambito di provenienza gli sta stretto non è perché la sua popolarità è cresciuta immensamente, ben oltre i piazzamenti in classifica (“The Times They Are A-Changin’” ventesimo, “Another Side” quarantatreesimo; però rispettivamente numero quattro e otto in Gran Bretagna), ma perché ne scorge i limiti, in primis l’immobilismo che lo rende lontanissimo da quel proletariato che ambirebbe a rappresentare e incapace di farsi rimodellare dai fermenti della cultura giovanile in sboccio. Più conservatore – in pensieri, parole e note – dei conservatori che vorrebbe combattere. E a ogni buon conto il giovanotto (non ha che ventitré anni!) è ambizioso e gli brucia che i Beatles vendano così tanto più di lui, bruciore che da personale si fa potremmo dire patriottico notando come i complessi britannici abbiano improvvisamente occupato la ribalta americana suonando musiche che l’America ha inventato, il blues e il rock’n’roll. E perché non riprendersele? Cosa che farà dal marzo ’65, da un 33 giri dal titolo una volta ancora programmatico: “Bringing It All Back Home”, “riportando tutto a casa”. Salto quantico completato pochi mesi dopo ancora con “Highway 61 Revisited”.

Se volete ascoltare quella Like A Rolling Stone che lo inaugura, magmatica e travolgente, come mai l’avete udita lo spassionato consiglio è di portarvi a casa la strepitosa (ma sfortunatamente non proprio economica) riedizione approntata un paio di anni fa dalla Mobile Fidelity e ancora in catalogo. Un po’ per volta la casa di Chicago sta ristampando tutto il Dylan dei ’60 nel formato doppio 12” (“Blonde On Blonde” è diventato naturalmente un triplo) da ascoltare a 45 giri. Se la cosa ha naturalmente un senso, in termini di resa sonora straordinariamente migliorata, per i lavori rock suscita qualche perplessità che si sia deciso di procedere allo stesso modo – l’ultima emissione comprende l’omonimo debutto del ’62 e, appunto, “The Times They Are A-Changin’” – per quelli fondamentalmente per sole voci, chitarra e armonica. Ciò detto, ho qui Zimmie che me le suona e me le canta in soggiorno e un certo effetto lo fa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.363, maggio 2015.

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