Archivi del mese: agosto 2015

I paesaggi immaginari di Riccardo Bertoncelli

Una mia recensione d’epoca del capolavoro d’epoca dell’unico cui in Italia, personalmente e senza ironia, riconosco il titolo di Maestro. Prima o poi proverò a emularlo. Magari prima.

Riccardo Bertoncelli - Paesaggi immaginari

“Box di 5 CD più bonus disc”: così il retro di copertina – peraltro la cosa più infelice (l’unica non contando certe idosincrasie dell’autore) di questo volume passato come un lampo nelle librerie normali, nel ’98, per finire nei remainders dove da allora staziona (ma lo si vede sempre meno; regolatevi) – presenta Paesaggi immaginari. Come i cofanetti cui fa il verso, lo si apre golosi, si sfoglia, si scorre l’indice, indecisi se buttare dentro il primo dischetto e godersi il mastodonte tutto di fila o piluccare qui e là, partendo dalle rarità oppure facendo girare una volta di più ciò che già si conosce. Se siete per il secondo approccio (io ho seguito il primo: sono una persona metodica e trattasi pur sempre di un libro, seppure antologico) il consiglio è di cominciare da due inediti e un inatteso e gradito recupero. Piccola avvertenza: sul primo degli inediti, Lettere in sogno da Tim Buckley (e altra posta angelica: da Tim Hardin, Fred Neil, Jeff Buckley), correte il rischio di fermarvi molto a lungo (come quando il lettore si incastra per un’ora in repeat su quel brano che ci ha ammaliati senza rimedio). C’è dentro tutto ciò che continua a fare del Bertoncelli il numero uno fra quanti dalle nostre parti discettano di pop, non solo per una questione di primogenitura (fu lui a inventare questo mestiere in Italia) ma per la limpidezza della lingua e un’eleganza di stile che restano insuperati, inimitabili benché siano stati e continuino a essere imitatissimi. Bertoncelli parte dai dischi per raccontare il mondo, come se lo osservasse da quel buco là al centro, quando quasi tutti si fermano ai dischi. E tanto più l’argomento del narrare è vicino alla sua sensibilità, e in tal senso la favola triste dei Buckley è perfetta, tanto più la pagina si affolla di fughe mitologiche, immagini fulminanti, riflessioni sulle quali si inciampa ritrovandosi in un attimo in ginocchio. Dicono di lui che sia troppo personale, egocentrico persino. Che in fondo non faccia altro che raccontarci la sua vita e potrebbe anche fregarcene poco, no? Non capendo che è esattamente ciò che lo rende di una leggibilità senza paragoni in un ambito poverissimo di scrittori veri.

Ci si diverte pazzamente scoprendo infine (un altro inedito) La vera storia dell’“Avvelenata” (come fu che Bertoncelli si ritrovò in un classico di Guccini). E a chi altri sarebbe venuto in mente di omaggiare Landolfi partendo da una canzone dei Pink Floyd e dalla propria naia? Wish You Were Here è una pagina del ’77 ritrovata che una volta di più fa pensare che in fondo il nostro uomo sia sprecato a vergare rubriche e recensioni per questo o quel giornale, quando invece dovrebbe architettare romanzi. Non lo si dica a voce troppo alta, però. Potrebbe finire per dar retta e ci perderemmo così l’unica penna capace di fare della storia dei Beatles un’epopea pasticciera. (Giunti, pp.261)

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.3, autunno 2001.

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Jim O’Rourke – Simple Songs (Drag City)

Jim O'Rourke - Simple Songs

Vedo che nel lontano 1999 recensii proprio su queste pagine l’album che stilisticamente è il predecessore più antico di “Simple Songs”. Affermare che “Eureka” (titolo che coincideva con la reazione che in molti avevano ascoltandolo) inaugurava un nuovo filone nella produzione solistica di Jim O’Rourke (uno che prima di quel disco era stato metà dei Gastr Del Sol e dopo e per sei anni è stato il quinto Sonic Youth) sarebbe purtroppo un’esagerazione. Dopo avergli dato piuttosto rapidamente un fratellino nel 2001 con il parimenti acclamato “Insignificance” l’artista chicagoano ci ha difatti fatto attendere quest’altra manciata (otto, per complessivi 37’33”) di “canzoni semplici” fino a oggi. Non che sia rimasto con le mani in mano nel frattempo. Solo, si è al solito dedicato a tutte le sue altre molteplici passioni e stiamo parlando di uno che ha una formazione accademica ma ama trafficare con improv e noise, elettronica e avanguardie, che è stato il produttore più richiesto del post-rock, ha resuscitato i Faust e collaborato con gli Wilco e giusto con costoro si avvicinava alla fruibilità delle sue – ahinoi – rare escursioni nel mondo del pop più nobile. Tanto più preziose perché disperse in un catalogo di consistenza abnorme. Pensate che già all’altezza del sunnominato “Eureka” (il Nostro non aveva che trent’anni) contava un centoventi articoli e immaginate a quanti può essere arrivato oggi.

Le “canzoni semplici” in realtà semplici non sono affatto ma immensamente godibili sì. Immaginatevi un Robert Wyatt ibridato con Van Dyke Parks, fantasticate più in generale di una Canterbury di oltre Atlantico – e dunque impregnata di Americana, ma pure pronta a fare i conti con Burt Bacharach come con Randy Newman – ed ecco: è parte di quanto è raccolto in questo piccolo scrigno di grandi meraviglie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.365, luglio 2015.

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Audio Review n.366

Audio Review 366

È in edicola il numero 366 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di  Asian Dub Foundation, Meg Baird, Leon Bridges, Four Tet, Rachel Grimes, Jenny Hval, Jaga Jazzist, Jimmy LaFave, Tom McRae, Christopher Owens, Elvis Perkins, Kathryn Williams e Chelsea Wolfe, di una raccolta tributo a Nina Simone,  di un’antologia di Pete Townshend e di una recente ristampa dei Ten Years After.  Nella rubrica del vinile mi sono occupato di Blues Magoos, Cheap Trick ed Elvis Presley.

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Quando i tempi stavano cambiando (Bob Dylan, nel 1964)

Bob Dylan 1964

Nel luglio 1963, a due mesi dalla pubblicazione del suo secondo 33 giri, Bob Dylan diventa personaggio, da newyorkese che era, nazionale comparendo per la prima volta al “Newport Folk Festival”. A farne una stella è però soprattutto la melensa lettura di Blowin’ In The Wind che il trio Peter, Paul & Mary porta al numero due nella graduatoria dei singoli. Se ne giova “The Frewheelin’”, che anche a causa del ritiro della prima stampa da parte di una Columbia innervositasi per la presenza in scaletta di un polemicissimo Talkin’ John Birch Paranoid Blues non aveva fino a quel punto venduto granché, e sale adesso in classifica fino a sfiorare i Top 20. Si parte per il primo tour, significativamente per università, e con lui c’è Joan Baez, il che vuol dire discreto baccano mediatico. Anno ancora più intenso però il 1964. In gennaio esce “The Times They Are A-Changin’” ed è autentica chiamata a raccolta di tribù quella che compie la canzone che lo battezza e lo apre, con versi di una forza inaudita che da profezia si fanno, nel preciso istante in cui per la prima volta vibrano nell’aria, cronaca. Nulla potrà mai più essere lo stesso, dopo, e il Dylan meditabondo e corrucciato in copertina ben lo sa. È e resterà il suo album più politico, colmo di invettive rabbiose (Ballad Of Hollis Brown, With God On Our Side, Only A Pawn In Their Game, The Lonesome Death Of Hattie Carroll) cui è la pura forza del furore a donare l’incisività mancante a certe canzoni cronachistiche dei dischi prima. Immagini bibliche balenano un po’ ovunque incupendo ulteriormente un clima che nemmeno le incursioni nel privato rischiarano: l’irrequietezza di One Too Many Mornings non può essere placata dall’amore e Restless Farewell è un resoconto di fallimenti. Con l’unica eccezione di When The Ship Comes In, vivace e incalzante, anche musicalmente “The Times They Are A-Changin’” è corrusco e ricercatamente austero, lontano dall’orecchiabilità di molta parte del predecessore. Come la gioventù di cui si è trovato a esprimere i fino a quel punto inespressi sentimenti, Dylan sa che una rivoluzione è alle porte. Contrariamente a essa, non si illude che sarà una passeggiata. E probabilmente già ha capito che è un glorioso fallimento il migliore approdo in cui si possa confidare.

In agosto viene pubblicato “Another Side Of Bob Dylan” e di rado titolo fu tanto significativo. Personalmente la vedo così: espulsi i veleni che aveva nel sangue, in tal modo depurato e alleggerito il nostro eroe si affaccia sull’alba di un nuovo giorno. La dice lunga al riguardo l’iniziale All I Really Want To Do, in cui con voce garrula su base birbona profferisce che “tutto quello che voglio da te,/bambina, è esserti amico”. C’è in scaletta una seconda, torrenziale e scherzosa (la prima su “The Freewheelin’”) I Shall Be Free (numero 10; e le altre otto?). In Black Crow Blues rintocca un pianoforte rock’n’roll ed è un presagio, Spanish Harlem Incident inventa lo Springsteen di “Greetings From Asbury Park”, To Ramona è una serenata con piacevoli sfumature latine, Motorpsycho Nitemare sarà anche paranoica ma come un Lenny Bruce di buon’umore, I Don’t Believe You ha un gusto smaccatamente lennoniano che rende ufficiale la nascita di una società di mutua ammirazione (I Should Have Known Better sarà l’immediata risposta). Ma sono i quattro brani che non ho ancora citato la chiave di volta dell’album e se Chimes Of Freedom, malinconica e gioiosa insieme, di liturgico afflato e con una forza immaginifica che mozza il fiato, è mirabile conclusione della parabola di Blowing In The Wind tutto il resto è un chiudersi porte alle spalle e incamminarsi verso il futuro senza rimpianti, giusto con quel filo di nostalgia che umanamente ci sta. Così, Ballad In Plain D è l’ultima e tenerissima missiva d’amore a quella Suze Rotolo sottobraccio al nostro eroe sul davanti di “The Freewheelin’” (copertina epocale quanto l’album stesso) e My Back Pages un annuncio di cambiamenti in corso e a venire, reso inequivocabile da un ritornello che constata che “ero molto più vecchio allora/sono molto più giovane adesso”. E poi, proprio alla fine, It Ain’t Me Babe. Dylan canta “vattene dalla mia finestra/vattene alla velocità che preferisci/non sono io l’uomo che vuoi, bambina,/non sono io l’uomo che ti serve” e sarà pur vero che è un altro congedo sentimentale, dalla Baez questo, ma ridurlo al saluto a un’amante sarebbe miopia confinante con la cecità: è alla scena folk che lo ha designato a leader che il figlio di Duluth sta dicendo addio. Non con irriconoscenza. Se l’ambito di provenienza gli sta stretto non è perché la sua popolarità è cresciuta immensamente, ben oltre i piazzamenti in classifica (“The Times They Are A-Changin’” ventesimo, “Another Side” quarantatreesimo; però rispettivamente numero quattro e otto in Gran Bretagna), ma perché ne scorge i limiti, in primis l’immobilismo che lo rende lontanissimo da quel proletariato che ambirebbe a rappresentare e incapace di farsi rimodellare dai fermenti della cultura giovanile in sboccio. Più conservatore – in pensieri, parole e note – dei conservatori che vorrebbe combattere. E a ogni buon conto il giovanotto (non ha che ventitré anni!) è ambizioso e gli brucia che i Beatles vendano così tanto più di lui, bruciore che da personale si fa potremmo dire patriottico notando come i complessi britannici abbiano improvvisamente occupato la ribalta americana suonando musiche che l’America ha inventato, il blues e il rock’n’roll. E perché non riprendersele? Cosa che farà dal marzo ’65, da un 33 giri dal titolo una volta ancora programmatico: “Bringing It All Back Home”, “riportando tutto a casa”. Salto quantico completato pochi mesi dopo ancora con “Highway 61 Revisited”.

Se volete ascoltare quella Like A Rolling Stone che lo inaugura, magmatica e travolgente, come mai l’avete udita lo spassionato consiglio è di portarvi a casa la strepitosa (ma sfortunatamente non proprio economica) riedizione approntata un paio di anni fa dalla Mobile Fidelity e ancora in catalogo. Un po’ per volta la casa di Chicago sta ristampando tutto il Dylan dei ’60 nel formato doppio 12” (“Blonde On Blonde” è diventato naturalmente un triplo) da ascoltare a 45 giri. Se la cosa ha naturalmente un senso, in termini di resa sonora straordinariamente migliorata, per i lavori rock suscita qualche perplessità che si sia deciso di procedere allo stesso modo – l’ultima emissione comprende l’omonimo debutto del ’62 e, appunto, “The Times They Are A-Changin’” – per quelli fondamentalmente per sole voci, chitarra e armonica. Ciò detto, ho qui Zimmie che me le suona e me le canta in soggiorno e un certo effetto lo fa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.363, maggio 2015.

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Una piccola elegia per David Blue

David Blue - David Blue

Chi l’ha detto che far jogging fa bene alla salute? David Blue o Cohen che dir si voglia (lui stesso non seppe mai decidersi definitivamente fra cognome d’arte e carta d’identità) moriva correndo in Washington Square, New York, il 2 dicembre 1982. Siccome era uscito senza documenti rimase a lungo in obitorio prima di venire identificato e sepolto: fine prematura (aveva quarantun’anni) e involontariamente paradigmatica per un uomo che mai ebbe riconoscimenti adeguati al suo valore in entrambe le carriere intraprese, quella di attore e quella di cantautore. Un bellissimo perdente, un eterno piazzato, un testimone di eventi epocali (in una stanza con Bob Dylan a strimpellare l’acustica, mentre il Vate vergava il testo di Blowing In The Wind), uno dalle amicizie illustri (si mormora che è a lui che Joni Mitchell dedicò il capolavoro “Blue”; modestamente, Mr. Cohen smentì sempre), uno che colse l’unico successo con una sua canzone interpretata da altri (Outlaw Man, in “Desperado” degli Eagles). Da tempo dimenticato da tutti fuorché dai conoscitori meno superficiali dell’era del Village, David Blue torna infine nei negozi di dischi grazie alla serie di ristampe due-album-su-un-CD lanciata nelle ultime settimane dalla Elektra. Dacché gli fanno compagnia nomi come Tim Buckley e l’appena scomparso Fred Neil, Phil Ochs e la Butterfield Blues Band, nulla di più facile che una volta di più passi inosservato. Siate saggi: non accodatevi al resto del mondo, regalatevi la scoperta di un grande talento.

Messa in coda all’omonimo debutto adulto datato 1966, “Singer Songwriter Project” è una raccolta dell’anno prima cui concorsero, con David-non-ancora-Blue, Richard Farina, Patrick Sky e Bruce Murdock. Rigorosamente acustica e poco più che una curiosità d’epoca, ove l’elettrico “David Blue” è una gemma che brilla di luce di un niente meno abbagliante della al tempo appena completata trilogia di Zimmie “Bringing It All Back Home”/”Highway 61 Revisited”/”Blonde On Blonde”. Sono dodici canzoni (st)ruggenti e poetiche, ispide e insieme tenerissime, dolci e agre, tecnicamente talvolta difettose (la voce spesso poco intonata) ma di una convinzione e una densità emotiva tali che le imperfezioni finiscono per sembrare volute, parte integrante di una magia di folk-rock dylan-byrdsiano. Un’ingiustizia ulteriore citare una piuttosto che un’altra. Vi bisbiglio tuttavia in un orecchio, resti fra me e voi, di provare ad ascoltare la prima, The Gasman Won’t Buy Your Love. Improvvisamente molte delle produzioni odierne vi appariranno per ciò che sono: insignificanti carabattole.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.463, 20 novembre 2001.

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Gli Hot Tuna di “Burgers” (del come sopravvivere felicemente alla Summer of Love)

Hot Tuna - Burgers

Per cominciare a inquadrare quello che per gli Hot Tuna fu, nel 1972, il terzo album ma soltanto il primo in studio (il che per inciso comincia a inquadrare che razza di band siano sempre stati costoro, la cui discografia ufficiale a oggi conta sette lavori in studio e tredici live), potrei dirvi che, dovendolo “taggare” come si usa in questa pagina, sono stato a lunghissimo indeciso fra “rock” e “blues”. Ha prevalso alla fine il primo più per quanto accadde in seguito, per l’evoluzione in direzione di un suono sempre più elettrico (a tratti persino hard) che ebbe la creatura concepita da Jorma Kaukonen e Jack Casady mentre i Jefferson Airplane si avviavano al crepuscolo, che non per quanto in effetti si rinviene in solchi che (anche e forse soprattutto qui in Italia) vennero consumati da un paio di generazioni. Che però, con ogni evidenza, questo amore non sono riuscite a trasmetterlo alle successive, sicché oggi la gloriosa sigla risulta patrimonio pressoché esclusivo di reduci.

A ormai quattro abbondanti decenni dall’uscita “Burgers” è allora pietra miliare sulla strada del rock-blues di cui ben pochi che non fossero già nati al tempo hanno conoscenza. Qualcuno si sentirà stimolato all’acquisto di questa stampa Speakers Corner timbricamente eccelsa dall’apprendere che all’ipnosi vocale di Highway Song contribuisce David “posso ancora ricordare il mio nome” Crosby? Episodio atipico quanto emozionante fra tante emozioni non da poco: dal gospel’n’roll di True Religion di cui chissà cosa pensarono ragazzi cresciuti mettendo in dubbio gli dei noti (per cercarne di nuovi) al country danzerino di 99 Year Blues, da una Sea Child da manifesto trip a una Keep On Truckin’ da manifesti anni ’30, da una adeguatamente liquida Water Song a una Ode For Billy Dean degna di Muddy Waters, dalla corale Let Us Get Together Right Down Here (i Jefferson? no, Reverend Gary Davis) a una Sunny Day Strut possente quanto agile. Sul retro di copertina gli Hot Tuna posano su una spiaggia intorno a un macchinone d’epoca: immagine iconica di fantastica efficacia per come rende il loro essere sopravvissuti indenni e contenti alle illusioni sfiorite della Summer of Love.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.347, ottobre 2013.

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Algiers – Algiers (Matador)

Algiers - Algiers

L’esordio più atteso dell’anno? Se si parla di hype diffuso certamente no, siccome il gruppo formato ben sette anni fa ad Atlanta, Georgia, dal cantante Franklin James Fisher, dal chitarrista Lee Tesche e dal bassista Ryan Mahan (organico enunciato così per comodità, tutti e tre si dividono in realtà fra diversi strumenti) non può esibire una discografia pregressa numericamente consistente (giusto due singoli) e non vanta tour di spalla a nomi importanti prima di quello, in corso nel momento in cui scrivo, come supporto dei compagni di etichetta Interpol. Né è stato oggetto, a oggi, di quel chiacchiericcio diffuso nella blogosfera talvolta propedeutico prima all’interesse dei siti che fanno tendenza, quindi di quanto resta della stampa specializzata. La cartellina dei ritagli ne contiene ancora pochi e però “pesanti”, visto che a spendere parole lusinghiere sono stati il “Guardian” (vogliamo parlare dello spazio che dedicano alla popular music certi quotidiani esteri, e della competenza con cui se ne occupano, e paragonarla alla miserevole situazione italiana?), “Wire”, “The Quietus”, “Stereogum”. Considerato pure il marchio storico e prestigioso in materia di underground USA che griffa questo debutto in lungo e il risalto con cui annunciò lo scorso gennaio l’ingaggio dei nostri eroi, ce n’era abbastanza da incuriosirsi ed ecco, per quanti si sono scomodati ad ascoltare quel paio di assaggi di cui sopra e gli altrettanti resi disponibili negli ultimi mesi “Algiers” era sì, potenzialmente, l’esordio più eccitante da un bel po’ di tempo in qua. Ebbene: tutte le promesse sono state mantenute. Si è andati anzi anche oltre. Parecchio.

Per cominciare: roba inaudita e ditemi voi, senza finire in un ambito di avanguardie peraltro quasi sempre solo presunte, da quanto non vi capita di mettere orecchio a un disco nuovo e, pur riconoscendo questa e quella influenza, pensare di non averne mai sentito in precedenza uno che suonasse proprio così. A cominciare dal folgorante incipit rappresentato dai 3’06” di Remains, due bordoni, uno strumentale e uno vocale, appoggiati a un battito di mani e sopra una voce ipnotica che declina come uno spiritual, immerso però in un gelido panorama post-punk. Attacco stridulo, la successiva Claudette propelle una coralità esultante su una pulsazione che non si può che definire industrial, trucco in parte replicato da And When You Fall con un accellerare che porta alla frenesia. Brusca la frenata impressa da una Blood marchiata sublimemente a fuoco dal gioco negro di chiamata e risposta fra le voci e da chitarre aguzze e aspre, arrivata alla quale si pensa di avere inteso quale sia la cifra stilistica degli Algiers: connubio fra le radici più remote della musica afromericana, ovvia dote del colored Fisher, e la lezione di una new wave giunta (si pensi ai P.I.L. del “Metal Box”) a preconizzare quello che tre buoni lustri dopo verrà chiamato post-rock. Ci aveva mai pensato nessuno in questa precisa forma? Sarebbe tanto, ma non finisce qui. Eccovi servita una Irony. Utility. Pretext. che si avvia illbient e decolla Nine Inch Nails e potrebbe pure divenire una hit. O ancora Games, che fa mettere insieme due etichette rarissimamente accostate, “soul” e (come gusto più che come impianto) “progressive”. Sfuma il gospel schietto quanto modernissimo di 11 e fai ripartire tutto daccapo. Per cercare di capire cosa sia successo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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L’infanzia prodigiosa e la vita bruciata di Dennis Brown

Dennis Brown

Ha avuto una gran fretta di vivere Dennis Brown che ci ha lasciati, appena quarantaduenne, sul principio d’estate di due anni or sono. Causa ufficiale della morte un collasso polmonare seguito da infarto. Dovuti, si sa ufficiosamente, a un’antica passione per la cocaina poi ulteriormente degenerata in dipendenza da crack. Ha vissuto poco ma certamente con intensità: un centinaio gli album che taluni gli attribuiscono, un’ottantina quelli che lui rivendicava. Produzione senza pari in materia di reggae (il solo Lee “Scratch” Perry si avvicina a questi numeri) e con pochi rivali in qualunque altro ambito, stupefacente non solo per quantità oltretutto ma anche per qualità media. Se la battuta in levare vi intriga, potete fiduciosamente mettervi in casa qualunque disco vi capiti fra le mani con sopra il nome di colui che Bob Marley dichiarò essere il suo cantante preferito. Dal classico “No Man Is An Island”, che vedeva la luce nel 1970, a certi lavori degli anni ’90 che, lungi dal guardare con nostalgia al passato cercando di ricrearlo, azzardavano felicemente il connubio fra reggae e digitale. Avete già fatto il conto? Esatto, non vi state sbagliando né vi siete imbattuti in un errore di stampa: quello che è uno dei massimi capolavori della musica giamaicana veniva confezionato da un tredicenne che perdipiù aveva già in curriculum diversi successi a 45 giri. Racconta chi c’era che in studio dovettero farlo salire su una cassetta vuota per avvicinarlo quanto bastava al microfono.

Dennis Brown nasce a Kingston, Giamaica, il 1° febbraio del 1957. Il padre Arthur scrive testi per un popolarissimo programma radiofonico chiamato “Life In Hopeful Village” ed è dunque live, dagli studi della emittente nazionale, che la voce del ragazzino si diffonde per la prima volta nell’etere. La precoce conoscenza di quanti sull’isola lavorano nel mondo dello spettacolo avrà naturalmente il suo peso per lanciarne la carriera. L’apprendistato segue una trafila che sarebbe usuale, non fosse per la verdissima età dell’aspirante star: concerti in club nei quali da cliente non potrebbe ancora entrare, con Byron Lee, i Falcons e un maestro del soul americano come King Curtis, e poi i primi singoli. It’s A Crime è il debutto, per un produttore di gran fama quale Derrick Harriott. Dritto nei Top 10 locali, dove presto lo seguiranno Love Grows, Created By The Father e la canzone che intitolerà l’esordio a 33 giri, No Man Is An Island. Cadenze ancora più prossime al rocksteady che non al reggae vero e proprio e voce inevitabilmente adolescenziale che avvince modulando innocenza e sogni. Commozione e applausi.

Le hit si susseguono. Curano il ragazzino i produttori giamaicani più importanti. Dopo Harriott tocca a Clement “Coxsone” Dodd e dopo di lui a Lloyd Daley (il primo e unico “Matador”, con buona pace di una certa tifoseria), che contribuisce alla riuscita di tascabili meraviglie come What About The Half (pigrissima), Things In Life (fiati sornioni a contraltare di un canto struggente) e Baby Don’t Do It. Canzone chiave quest’ultima per approcciarsi al Dennis Brown che è parte fondamentale della storia del reggae: seriche corde vocali che rimandano al soul americano più raffinato (Sam Cooke in primis) su arrangiamenti tanto semplici quanto di eccezionale efficacia, concorso di chitarre sincopate, ottoni felini, organi grassi, swinganti, liturgici. Il rinnovarsi del sodalizio con Derrick Harriott ne genererà innumerevoli di creazioni siffatte, da Concentration (exotica e dubbata) a Silhouettes (che davvero sarebbe piaciuta a l’uomo di A Change Is Gonna Come), da He Can’t Spell (memorabile l’organo) a Changing Times (sublimemente malinconica). Tutte radunate in un altro LP epocale chiamato “Super Reggae & Soul Hits”. Era ormai grandicello il Nostro all’epoca della sua pubblicazione. Quindici anni, pensate.

Anno frenetico il 1973. L’attività live si intensifica, così come le collaborazioni con la crema dei produttori isolani, nomi ciascuno dei quali è una leggenda: Clive Chin, Phil Pratt, Alvin Ranglin, Eddie Wong, Herman Chin-Loy, Joe Gibbs. È quest’ultimo che griffa quella che diventerà la canzone-simbolo di Dennis Brown, Money In My Pocket. Che dopo si sente ormai maturo per prodursi da solo e addirittura per mettere in piedi un’etichetta, la D’Aguilar Sounds. Sarà tuttavia con Winston “Niney” Holness in cabina di regia che imprimerà su nastro la poppissima Westbound Train, l’ossessiva Cassandra, la travolgente per epicità I Am The Conqueror. Anno (al solito) di grazia 1974.

Lo spazio stringe e volo al ’79. È allora che una nuova versione di Money In My Pocket fa infine di Brown una popstar internazionale, mancando di poco l’ingresso nei Top 10 britannici, impresa replicata nel 1981 da Love Has Found A Way e Halfway Up Halfway Down. Prosegue pure l’attività di discografico. Per le sue D.E.B. e Yvonne’s Special incidono pesi massimi come Junior Delgado, Gregory Isaacs e i Black Uhuru. Niente sembra potere arrestare Dennis Brown. Provvederà Dennis Brown stesso. La salute vacillante per gli stravizi e la voce che piano piano se ne va non gli impediranno tuttavia, come appuntavo tre cartelle fa, di fare ottime cose almeno per tutta la prima metà dei ’90. L’ultimo grande album è “Temperature Rising”, del 1995.

La canzone che gli diede il titolo è la quarantasettesima delle quarantotto che sfilano in “Money In My Pocket”, formidabile doppia antologia appena licenziata dalla Trojan. Due ore e mezza e non si potrebbe rinunciare a un minuto. Scrivevo prima che qualunque lavoro firmato dal nostro uomo è meritevole d’attenzione. Nessuno vale però, per completezza e suggestioni, questa raccolta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.434, 20 marzo 2001.

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