Il Miles Davis spartiacque di “Nefertiti”

Miles Davis - Nefertiti

Volevo che la musica di questo nuovo quintetto fosse più libera, più modale, più africana o orientale e meno europea. Volevo anche che nel gruppo ciascuno superasse i suoi limiti… Se collochi un musicista in una situazione dove deve fare qualcosa di diverso dal solito lo costringi a usare l’immaginazione, a essere più creativo, più innovativo, a prendersi più rischi. Ho sempre detto ai miei collaboratori di suonare come sanno e poi andare oltre. Perché è allora che qualunque cosa può succedere, è in quel momento che può nascere della grande musica”: così Miles Davis a proposito del suo secondo quintetto classico – quello che schierava Wayne Shorter al sax tenore, Herbie Hancock al piano, Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria – ed è un discorso che vale per ciascuno dei sei LP pubblicati dalla formazione fra il 1965 e il 1968. Magari un po’ di più per i due (“Miles In The Sky” e “Filles de Kilimanjaro”) che andarono dietro a “Nefertiti” piuttosto che per i tre (“E.S.P.”, “Miles Smiles” e “Sorcerer”) che lo precedettero. E che è esemplificato magistralmente dalla traccia che a questo disco dà il titolo e che lo inaugura, quasi otto minuti spartiacque durante i quali tromba e sassofono suonano un tema senza mai variarlo, e quindi senza mai un assolo, mentre la batteria si produce in un’autentica sinfonia ritmica cui pianoforte e contrabbasso aggiungono, pur senza prodursi neanch’essi in veri e propri assoli, tutta una serie di piccole variazioni. Praticamente rovesciando uno degli schemi cardine del jazz, e insomma in procinto – questo il suo ultimo album interamente acustico – di rivoluzionarlo con una svolta elettrica tanto spericolata da risultare tuttora controversa, Miles cominciava/continuava a sovvertirlo quasi sottovoce.

Album che se per un verso – nel brano omonimo, in Fall – anticipa l’impressionismo di “In A Silent Way” per un altro – nel successivo e spumeggiante resto di programma – resta solidamente radicato nell’hard bop, “Nefertiti” costituisce uno snodo cruciale nella vicenda artistica del trombettista. Questa in doppio 45 giri della Original Master Recording azzarderei sia l’edizione meglio suonante di sempre: forte di un bilanciamento perfetto fra gli strumenti, di una nitidezza cristallina che consente di cogliere ogni infinitesimale dettaglio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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