Hey Hey! We’re The Monkees

The MonkeesDovreste averli già sentiti nominare, i Monkees. Piazzarono i primi quattro 33 giri al primo posto della classifica USA e i primi due al numero uno anche in Gran Bretagna. Spedirono cinque singoli al primo posto negli USA e altri sei nei Top 40. E tutto ciò in due anni. Da lì a due decenni vanteranno sette album contemporaneamente nei Top 200 di “Billboard” e sei erano ristampe. Sì, dovreste già avere sentito parlare dei Monkees. Male, probabilmente. A un certo punto li chiamarono i Pre-Fab Four, ove “Pre-Fab” era maligna abbreviazione per “prefabricated”. Un’ingiustizia, come proverò a spiegarvi, e se mi darete retta e vi procurerete almeno quanto pubblicarono fra l’ottobre ’66 e il novembre ’67 potreste scoprirvi confusi e felici. Stupefatti che, oltre a quelle quattro o cinque canzoni che chiunque conosce, ce ne siano un paio di dozzine di altre assolutamente meritevoli di un ascolto, ma anche di dieci. A bocca aperta dinnanzi all’evidenza – non ho qui spazio per raccontarne anche a sommi capi la storia – di un gruppo messo insieme con tanto di casting per costruirci attorno una serie TV capace di trascendere le manipolazioni dell’industria e proclamare l’indipendenza. Pagandone naturalmente il prezzo. La prima boy band, d’accordo, ma non è degli One Direction che stiamo parlando. Nemmeno nelle primissime fasi della loro vicenda comune Michael Nesmith, Peter Tork, Micky Dolenz e Davy Jones furono meri pupazzi attaccati ai fili di astuti burattinai.

Edito in origine su Colgems (come l’intero catalogo successivo; in Gran Bretagna provvedeva la RCA), “The Monkees” vedeva la luce nell’autunno 1966. Preceduta di alcune settimane dal 7” Last Train To Clarksville – uno strabiliante apocrifo Beatles ispirato da Paperback Writer: clamorosamente dritto al numero uno – la prima puntata della sitcom con protagonisti i ragazzi era stata mandata in onda dalla NBC il 12 settembre. Gli ascolti volavano subito. Il 33 giri idem. È il disco in cui i nostri eroi misero meno – l’attitudine ludica ma con una serietà di fondo ben percepibile, le voci e poco di più – e a confidarvi che è il mio preferito qualcuno potrebbe dire che mi contraddico. Posso limitarmi a replicare che al loro primo album i Byrds in proporzione parteciparono in misura persino minore. E allora conta di più, secondo me, che (Theme From) The Monkees, Saturday’s Child, Tomorrow’s Gonna Be Another Day siano irrestibili variazioni su un canovaccio resuscitato a freschezza da lungi smarritasi di Merseybeat. Che I’ll Be True To You sia una I’m A Loser in sedicesimo e Let’s Dance On una contraffazione sfacciata quanto esilarante di Twist And Shout. Che I Wanna Be Free e Take A Giant Step siano esercitazioni di jingle-jangle forse scolastiche e tuttavia squisite. Neppure a Gonna Buy Me A Dog, che è sciocchina forte con il suo porsi in scia ai Mysterians, rinuncerei a cuor leggero. I nostri eroi erano nel pieno della prima tournée quando, ad appena tre mesi dall’esordio, la casa discografica dava alle stampe un secondo LP, “More Of The Monkees” il banale titolo, assemblato radunando il tesoretto di registrazioni che avevano accumulato, ancora con il decisivo apporto di turnisti di lusso ma partecipando sempre più in prima persona, in un tempo prodigiosamente breve. L’album è un’altra collana di gemme due delle quali – il garage (I’m Not Your) Steppin’ Stone; quella I’m A Believer che resta la loro canzone più celebre (di Neil Diamond e rifatta da chiunque, da Robert Wyatt a Caterina Caselli) – straordinariamente sfavillanti. Ma è anche il disco dei Beach Boys incrociati con gli Animals di She e del country che prova a farsi beat o viceversa di When Love Comes Knockin’ (At Your Door), dell’ipnotica Mary, Mary e del baroque’n’roll Hold On Girl, della tumultuosa con sentimento The Kind Of Girl I Could Love (di Nesmith) e dell’approdo a un folk-pop maturo con nel futuro “Tapestry” di Sometime In The Morning (difatti siglata Goffin/King). Ottenuta in una tempestosissima riunione con i discografici, accusati di avere mandato nei negozi il 33 giri a insaputa dei titolari stessi, carta bianca i Monkees ne approfitteranno da subito e fa specie che fu proprio allora che, complice una stampa musicale neonata nel senso in cui da allora la si intende, passava nel sentire comune l’idea che fossero tagliati su misura per una platea di adolescenti sciocchi e soprattutto sciocche e insomma una brutta copia dei Beatles, nomea rimasta e pazienza se i Beatles stessi si dichiaravano degli ammiratori e si mostravano cordialissimi quando i nostri amici andavano a trovarli nel corso della lavorazione di “Sgt. Pepper’s”. Ironico: era proprio il classico psichedelico dei Fab Four a spodestare dal primo posto negli USA, dopo una sola settimana, il terzo LP dei cosiddetti Pre-Fab Four! “Headquarters” se l’erano scritto per metà loro e lo registrarono quasi per intero da soli, sistemandoci dentro brani super: i Byrds country’n’western di You Told Me e i Beatles idem di I’ll Spend My Life With You, il sofisticato beat I Can’t Get Her Off My Mind e una For Pete’s Sake marziale e propulsa dall’organo; lo stralunato carillon all’LSD Mr. Webster, il rock’n’roll No Time e una Randy Scouse Git degna dei Kinks di mezzo. Ancora doveva congedarsi il 1967 e già era fuori un quarto 33 giri, “Pisces, Aquarius, Capricorn & Jones Ltd.”. Primo album pop in cui si ascolta un moog, il lavoro evidenziava una maturità non a detrimento degli usuali frizzi e lazzi, fra accenni di rhythm’n’blues (Salesman) e riaccensioni di jingle-jangle (The Door Into Summer), giostrine pepperiane (Cuddly Toy) e uno stupendo guanto di sfida agli Electric Prunes più psichedelici (Words). Per farsi indipendenti del tutto ai protagonisti di questa saga non mancava che la sfida finale: consegnare agli archivi lo show televisivo. Lo facevano e guarda caso il quinto LP, “The Birds, The Bees & The Monkees”, sarà nella primavera 1968 il primo a mancare (non di molto: terzo per “Billboard”, quarto per “Cashbox”) il vertice della graduatoria di vendite statunitense. Il ben avviato suicidio commerciale verrà completato entro l’anno da uno dei film più deliranti di sempre, “Head”, e dalla relativa colonna sonora.

I primi quattro album dei Monkees sono disponibili da tempo immemore in vinile nel catalogo Sundazed, in ottime stampe scrupolosamente ricavate dai master originali che non dovreste pagare più di venti euro cadauna. È invece fuori da pochi mesi il box quintuplo della Friday Music “The Monkees In Mono”, altra eccellente riedizione su licenza Colgems con però il neo di un prezzo assai più alto, intorno ai centottanta eurelli e vedete voi se è il caso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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10 commenti

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10 risposte a “Hey Hey! We’re The Monkees

  1. Grazie Venerato! Ci voleva un articolo sul gruppo più maltrattato di sempre !

  2. Francesco Manca

    Proprio l’altro giorno stavo guardando su Wikipedia inglese le classifiche di Billboard di quegli anni, ’66-’67: l’omonimo disco di debutto dei Monkees era primo dal 12 novembre ’66 al 4 febbraio ’67, poi seguito da More The Monkees dall’11 febbraio al 10 giugno, quasi sette mesi consecutivi ai vertici, ben più dei Beatles nell’anno di Sgt. Pepper (che magari avrà venduto di più in meno tempo immagino…)

  3. Che bell’articolo, VMO: sintetico, accattivante, divulgativo. Complimenti e grazie per aver fatto luce su una vicenda tra le più ingiustamente neglette del rock.
    Approfitto per porti una domanda, dettata più dal buon senso che dalla passione per la musica: ma non sarebbe più scaltro prendere, invece che il quintuplo box in vinile per duecento cocuzze, il cofanetto in CD della collana “The Original Album Series”, che contiene i primi cinque episodi e viene fuori per nemmeno un decimo di quel prezzo?

    • Certo che sì. Avevi qualche dubbio? 🙂

      • marktherock

        orgio, ascolta un babbione (io), e fai così: comprati ovviamente gli Original della Rhino (che poi “original” proprio “original” non sono, nel senso che sono arricchiti di alcuni inediti e versioni alternative da urlo. Diciasette dollari che, allora, per me significarono circa DODICI euri). Per la letteratura, recuperati invece il Blow Up dove la monografia sui Monkees era di ben quattro e fittissime pagine. Impreziosite da colpi di genio – qui ahimè omessi per motivi di spazio – da totally pure VM docg quali ad esempio il paragrafo nel quale si auspicava che Michael Neismith deve avecelo piccolissimo….(la gioia provata nel leggerla, quella monografia, andò di pari passo col piacere di sapere che dunque sì, non dovevo più vergognarmi di amare follemente e da vent’anni i Monkees)

      • Marktherock su quale numero di Blow Up c’è l’articolone ?

      • Beh, ti confesserò che dalle mie parti “andare in mono” è attività considerata oltremodo apprezzabile…:-)

      • marktherock

        Blow Up #157, Giugno 2011

  4. Pingback: Movesi il vecchierel canuto e bianco: Monkees – Good Times! | Note In Lettere

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