Il prog senza gli assoli degli Elbow

Elbow

Per essere un gruppo che viene preso tanto sul serio non si può certo dire che agli Elbow difetti il senso dell’umorismo: “prog senza gli assoli” è l’etichetta che notoriamente hanno coniato per la propria musica, ben sapendo che la prima metà dal punk in poi è irredimibile e garanzia certa di uncoolness. Definizione fulminante, anche se mai quanto quella di un recensore che, all’altezza della loro seconda uscita maggiore, non sapendo come fermarne sulla carta il sound mercuriale si inventava un “da qualche parte fra i Supertramp e i Superchunk”. A proposito di progressive… In tanti nel 2005 notavano come la copertina del terzo album del combo mancuniano (in realtà la band si formava nella cittadina di Bury, dove i suoi vari componenti frequentavano il college: un inizio molto anni ’60-’70 per modalità), “Leaders Of The Free World”, somigliasse assai a quella di “A Trick Of The Tail” dei Genesis. Un puro caso, replicava il grafico. A proposito di omonimie imbarazzanti… L’immediato predecessore “Cast Of Thousands” era intitolato come il secondo LP degli Adverts, leggendariamente uno dei più osceni negli annali del rock. Sempre un caso? E, infine, a proposito di nuovo di copertine e senso dell’umorismo: quella dell’album in questione effigia due enormi pupazzi di poliestere – lui è Bo, lei appropriatamente è Elle – che, sistemati come pubblicità per il disco ai bordi di un’autostrada, venivano precipitosamente rimossi dalla polizia dopo che innumerevoli automobilisti avevano telefonato segnalando presenze aliene. E di aneddoti direi che ne ho tirati fuori a sufficienza.

Fa un po’ strano occuparsi in “Classic Rock” di un gruppo che non solo è in attività ma è ancora relativamente giovane e probabilmente all’apice della sua parabola tanto artistica che commerciale, giacché l’album dopo i due pretesto per questo articolo, “The Seldom Seen Kid”, si aggiudicava il Mercury Prize e in Gran Bretagna era triplo platino e quello dopo ancora, “Build A Rocket Boys!”, che è giusto di un anno fa, sempre nel Regno Unito andava al numero due, piazzamento più alto di sempre per il quintetto. Sconcerta rigirarsi già fra le mani le “Deluxe Edition” per l’appunto di “Cast Of Thousands”, pubblicato originariamente nel 2003, e “Leaders Of The Free World”, del 2005. Ristampe di lusso sul serio, ancorché senza gli usuali saggi a corredo ma in compenso con degli ottimi live aggiunti a mo’ di secondo dischetto e addirittura un DVD accluso come terzo. Naturalmente, da parte dell’industria è un raschiare il fondo tentando la storicizzazione precoce di opere tanto recenti, ma al di là di questo il riascolto dice che sì: sono effettivamente due piccoli classici, forse anche meno celebrati di quanto non avrebbero meritato. Si fa in fretta a recuperare. Nel primo, tutte le belle suggestioni trasmesse nel 2001 dal promettente debutto “Asleep In The Back” trovavano più compiuto sviluppo, fra scorie di Doves, echi di Talk Talk, tracce dei Coldplay più nobili, influssi di gospel via Spiritualized. Per quanto secondo me le canzoni più memorabili siano Fallen Angel, che sono i James che si scoprono una vena XTC, e Fugitive Motel, che sono i Verve traslocati in zona downtempo. Il secondo l’ho sempre visto, fra una suggestione Radiohead e una Peter Gabriel, come una sorta di versione molto British di “Automatic For The People” dei R.E.M. e mi stupisce (d’accordo: una Everybody Hurts non c’è; meglio sviluppata avrebbe potuto diventarlo la conclusiva, troppo breve Puncture Repair) che nessun altro lo abbia colto.

Comunque no: i Supertramp negli Elbow non ce li ho sentiti mai. I Superchunk nemmeno. Lo sapete chi a volte mi ricordano tanto ma tanto e deve naturalmente trattarsi di una questione di affinità sentimentali? I Perturbazione. Switching Off, Not A Job, My Very Best mi piace immaginarle in italiano e mi sembrano allora ancora più belle.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.693, aprile 2012. “Leaders Of The Free World” veniva pubblicato dieci anni fa a oggi.

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