Natural Born Killer: per gli ottant’anni di Jerry Lee Lewis

Jerry Lee Lewis - Jerry Lee Lewis + Jerry Lee’s Greatest

Jerry Lee Lewis (Sun, 1958)

Jerry Lee’s Greatest (Sun, 1961)

Quando nel 1958 la Sun manda nei negozi (oltre che nel formato del long playing anche diviso su tre EP a 45 giri) il suo primo, omonimo album, Jerry Lee Lewis è probabilmente il nome più caldo del rock’n’roll dopo Elvis e fanno fede i sei singoli di seguito che ha piazzato nei Top 100 USA, tre dei quali nei Top 10. Non vuol dire nulla che il 33 giri totalizzi viceversa vendite modeste, siccome all’epoca il formato è monopolizzato commercialmente dal pop per adulti e dal jazz e visto oltretutto che Sam Phillips non ha ritenuto opportuno – con l’unica eccezione del brano di punta, High School Confidential – sistemare sul disco canzoni già celebri. Da lì al 1961 il boss dell’etichetta di Memphis non esiterà a riprendere un successo vecchio a quel punto quattro anni (che per allora è come dire quaranta oggi), Great Balls Of Fire, per provare a dare una chance a un seguito semiantologico figlio della disperazione. È successo che proprio nel 1958, in maggio, Jerry Lee è partito per la Gran Bretagna per un tour cancellato dopo tre date per lo scandalo montato da un tabloid attorno al suo matrimonio con una cugina tredicenne e che, rimbalzate oltre Atlantico, le polemiche gli sono costate una generale messa al bando. Quando esce “Greatest” è un “has been”, lontanissimo nel futuro il ritorno allo stardom via country.

Riascoltati in sequenza i due soli album su Sun del Killer fanno tuttora la loro figura, ivi compresi pezzi (Goodnight Irene, It All Depends, Fools Like Me, When The Saints Go Marching In: per limitarsi al programma del primo e più solido) che all’epoca vennero senz’altro intesi come riempitivi. Oggi contribuiscono invece a tracciare un ritratto a tutto tondo di un artista alla definizione del cui peculiare stile di rock’n’roll offrirono un apporto prezioso country e soul, errebì, blues, pure certo pop.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.192, maggio 2014.

Jerry Lee Lewis - The Session

The Session… Recorded In London With Great Guest Artists (Mercury, 1973)

Fatale e poi provvidenziale la Gran Bretagna per Jerry Lee Lewis, che si vedeva distrutta dai tabloid nel 1958 una carriera che aveva toccato l’apice l’anno prima con Whole Lotta Shakin’ Goin’ On al numero uno negli USA sia nella classifica country che in quella rhythm’n’blues. Fresco di sponsali con una cugina tredicenne, il Killer partiva pieno di entusiasmo e con la sposa al seguito per la prima tournée oltre Atlantico, solo per scoprirsi massacrato appena sceso dall’aereo proprio a causa del matrimonio. Pedofilo! Incestuoso! Contava nulla che non avesse fatto altro che ossequiare un’usanza comune e assolutamente normale nel Sud disperatamente ignorante e pezzente da cui proveniva. Il tour veniva annullato e al ritorno a casa Jerry Lee si scopriva bandito dalle radio e impossibilitato a tenere concerti, se non nei locali di più infima categoria. Caduta rovinosa dalla quale paradossalmente, da lì a qualche anno, era il Regno Unito stesso ad aiutarlo a rialzarsi. In piena fioritura beat, con lo scandalo ormai dimenticato, Lewis lì riempiva regolarmente i teatri, strapagato, quando negli Stati Uniti doveva ancora umiliarsi nei bar per pochi spiccioli. Situazione che gli permetteva di tenere duro fintanto che una virata dal rock’n’roll al country non lo riportava in auge pure dalle sue parti. E siamo arrivati al gennaio 1973 e a quest’album: un progetto importante, un doppio già in origine (questa ristampa Hip-O Select lo ingrassa ancora, da settantasette minuti a novantaquattro) messo in pista dalla Mercury con l’obiettivo di fare tornare popolare il pianista di Ferriday anche presso il pubblico del rock. Lo si mandava allora a registrare a Londra, con un’imponente schiera di stelle, stelline e turnisti del posto (spiccano nel chilometrico elenco i nomi di Rory Gallagher, Peter Frampton, Albert e Alvin Lee) a dargli man forte. Con risultati dal discreto all’ottimo.

Tallone d’Achille della “Session” è la scarsa coesione di un programma che passa dal country al rock’n’roll, dal blues al vaudeville a cose da crooner a ogni girar d’angolo e pagina. In fondo è però anche un pregio, l’attenzione tenuta desta, continue le sorprese. Il che non mi impedisce di pensare che una diversa organizzazione della scaletta farebbe migliore un lavoro che, fra rivisitazioni ridondanti di cavalli di battaglia del Killer e riletture di altri classici del rock’n’roll dal pletorico (Johnny B. Goode) al brillante (una Be Bop A Lula torpida e bluesata), concede poco alla “modernità” (una rivisitazione dei Creedence, una degli Stones, una di Gordon Lightfoot) e di più a viaggi a ritroso, fino agli anni ’20. Comunque sia: missione compiuta. “The Session” entrava nei Top 40 USA. Incredibile a dirsi, era e resterà il migliore piazzamento di sempre per un album di Jerry Lee Lewis.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.638, settembre 2007.

1 Commento

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Una risposta a “Natural Born Killer: per gli ottant’anni di Jerry Lee Lewis

  1. Mi chiedevo come mai fosse passato due volte alla radio, stamattina, con Great balls of fire!

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