La vita bruciata di quel gran manico di Tommy Bolin

Tommy Bolin - Teaser 40th Anniversary Vinyl Edition Box Set

Sarebbe tanto piaciuto a Tommy Bolin di iscriversi al famigerato “club dei ventisette”, la conventicola di rockstar e non solo (citofonare Robert Johnson; poi Amy Winehouse) non arrivate a festeggiare il ventottesimo compleanno. Lui riusciva a malapena a spegnere la venticinquesima di candelina prima di spegnersi a sua volta. Lo seppelliranno con a un dito un anello che portava Jimi Hendrix il giorno della morte e mai passaggio di consegne fu insieme più giustificato e macabro. Due anni e mezzo in più su questa terra sarebbero stati una benedizione per lui, che probabilmente ce l’avrebbe fatta a pubblicare in vita quattro album come l’uomo di Seattle e non due, e di conseguenza per noi. E gira la testa al pensiero ucronico di un Bolin che miracolosamente sopravvive al cocktail di eroina, cocaina, alcol e barbiturici che ce lo portava via nella notte fra il 3 e il 4 dicembre 1976 e, messa la testa a posto per lo spavento preso, invecchia. Oggi avrebbe sessantaquattro anni e forse – il potenziale c’era – sarebbe popolarissimo e ricchissimo, come un altro Carlos Santana. Oppure no, ancora un culto di cui collezionare, oltre ai dischi in proprio, le partecipazioni a fatiche altrui illuminate d’immenso dal suo tocco. Due cose sono certe. La prima: non avrebbe subito l’oltraggio di venire ricordato dai più soltanto come “quello che sostituì Ritchie Blackmore nei Deep Purple” (ma anche no, se si pensa che c’è gente per la quale Sonny Rollins è “quello che ha suonato il sassofono con i Rolling Stones”). La seconda: gli sarebbe e ci sarebbe stato risparmiato lo scandaloso profluvio di uscite postume (pure questo lo accomuna a Hendrix; perlomeno all’Hendrix saccheggiato senza ritegno fino al ’97 e a un finalmente rispettoso e filologico “First Rays Of The New Rising Sun”) che è arrivato a contare a oggi, e considerando solo le pubblicazioni con qualche crisma di legalità, dodici live e quindici antologie di varia natura. Di tutto il Tommy Bolin post mortem il cofanetto fresco di stampa per UDR/Warner (ma in Italia lo distribuisce la Audioglobe) che celebra il quarantesimo anniversario dell’uscita di “Teaser” con tre 33 giri di incisioni in studio e un doppio CD con una scelta di registrazioni dal vivo è di grandissima lunga “il” titolo da avere per il cultore. Non è necessario essere di stretta osservanza, basta che che in casa abbiate già il “Teaser” originale e “Private Eyes”. Nondimeno pure questo box presenta aspetti discutibili e non sto riferendomi a una grafica di rara bruttezza o a un libretto in cui si parla approfonditamente della sua lavorazione ma non si dice nulla, se non incidentalmente, né sul moltissimo che l’autore aveva in curriculum né su quanto riuscirà ancora a combinare nel poco tempo rimastogli. Provo a provvedere io, per quanto a grandi linee.

Discendenza dai nativi americani resa evidente dai lineamenti, Thomas Richard Bolin nasce a Sioux City, Iowa, il 1° agosto 1951 e comincia a suonare sì e no adolescente in complessi locali che non troveranno uno sbocco discografico. La prima svolta si ha quando, diciassettenne, si trasferisce a Boulder, Colorado, e si unisce agli Zephyr. Caratterizzata più ancora che dal già evidente estro chitarristico del nostro eroe dalla voce smaccatamente jopliniana di Candy Givens, la band arriverà a pubblicare due interessanti ma ineguali LP su major (il primo e omonimo su Probe, una succursale della ABC, nel 1969; “Going Back To Colorado” su Warner nel ’71) prima di sciogliersi. Conclusasi quella prima avventura insieme eccitante (si è ritrovato a dividere palchi con il fior fiore del rock anglo-americano dell’epoca) e frustrante, il giovanotto fonda un gruppo jazz-rock, gli Energy, che in vita non darà alle stampe alcunché. L’anno dopo, il 1973, suona da mattatore nel classicone fusion di Billy Cobham “Spectrum” e ad ascoltarlo non ci si crede che quando partecipa in maggio alle sedute di registrazione sia già da qualche mese il sostituto di Domenic Troiano (che a sua volta aveva rimpiazzato il fondatore, e futuro Eagles, Joe Walsh) negli hard-rocckettari James Gang. Andrà più volte in tour e inciderà un paio di album con costoro prima di tornare ad agire per qualche tempo da turnista imprimendo il suo sigillo, fra il resto, su un altro dei capisaldi di una fusion non ancora ridotta a stereotipo, “Mind Transplant” di Alphonse Mouzon. Ci avete fatto caso? Un altro batterista e vorrà dire qualcosa. Magari che il talento mercuriale di uno strumentista dalle molteplici passioni e dalle propensione a centrifugarle tutte assieme rendeva al meglio quando ancorato a una ritmica solida. Oppure a una forma-canzone capace di contenerne l’innata propensione alla jam nell’orizzonte dei tre, quattro, massimo cinque minuti, conservando giocoforza solo le idee migliori.

È esattamente questa la grande forza del “Teaser” originale, pubblicato dalla Nemperor nel novembre ’75, così come dell’appena meno brillante “Private Eyes”, edito nel settembre dell’anno dopo dalla Columbia (Bolin non potrà portare in tour il primo, lavoro dal potenziale commerciale elevatissimo e rimasto così inespresso, perché nel frattempo unitosi ai Deep Purple del controverso ma da rivalutare “Come Taste The Band”; e il tour che promuoveva il secondo abortirà per la ragione che sapete): che ne contiene l’eclettismo in nove brani concisi e perfettamente rifiniti. Che li sistema nella migliore sequenza possibile. Si passa dal rock energico e insieme sexy alla Rolling Stones di The Grind agli Aerosmith ostaggi del funk di Homeward Strut e a quelli vanno dietro la ballatona con attacco pianistico Dreamer, quel capolavoro di flamenco “in jazz” che è Savannah Woman e l’hendrixiana traccia omonima. Fine della prima facciata. La seconda allinea i Led Zeppelin arresisi al soul di People People, la fusion muscolarissima di Marching Powder, la ballata elettrica Wild Dogs e l’hard psichedelico Lotus. Ecco, pur dando per scontato che chi comprerà questo “40th Anniversary Vinyl Edition Box Set” (prezzo sui sessanta euro) il “Teaser” d’epoca lo abbia, io per rispetto alla pietra miliare che è avrei aggiunto un 33 giri con il programma originale (incredibile ma vero: diverse delle versioni familiari qui mancano). Avrei collocato su un secondo e nel medesimo ordine le take alternative (tutte più lunghe, sovente parecchio) e quindi sistemato sulle quattro facciate necessarie per il resto le jam strumentali. Che sono spesso e volentieri intriganti (magico il momento in cui in Flying Fingers si insinua una citazione di Cucumber Slumber dei Weather Report) e tuttavia, accatastate così alla rinfusa, non rendono un buon servizio a un artista che fu immenso. Ma io non sono un discografico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.365, luglio 2015.

Advertisements

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...