Quei cattivi bravi ragazzi del Mucchio

Silvio Bernelli - I ragazzi del Mucchio

Volevamo essere tosti come i Killing Joke e romantici come i Joy Division. Prima però avremmo dovuto imparare a suonare ciascuno uno strumento. Il mio fu il basso elettrico”: comincia così, come una piccola epopea che si promette mediana fra Saranno famosi e Quasi famosi, il primo romanzo del trentottenne torinese Silvio Bernelli e si potrebbe pensare sia semplicemente l’ennesima storia di rock’n’roll, come tante ne sono state scritte, e preventivamente crucciarsi che uno che ha avuto un’adolescenza viceversa non come tante si rifugi per il debutto nella confortante banalità dell’autobiografia. E poi basta con queste cronache di reduci del punk tricolore (quante altre ne abbiamo lette) che cominciano a farci sembrare il Capanna uno che non vede l’ora che arrivi il futuro. Si potrebbe pensare. Ma già nelle primissime pagine qualche dubbio si insinua perché subito, prima ancora delle vicende narrate, conquistano la lingua, che è asciutta e lirica insieme, e il passo, sicuro e guarda un po’ sapientemente ritmato. Ti accorgi che è con uno scrittore vero che ti stai confrontando e che il suo è un esordio che di tale categoria ha i pregi, freschezza in primis, e nemmeno per una pagina, una frase, un rigo appena il peccato capitale che è la ridondanza. Vorresti cercargli un difetto, ma non ne trovi. E piano piano cresce la consapevolezza che I ragazzi del Mucchio è innanzitutto un esemplare bildungsroman e solo molto dopo la cronaca delle imprese di una ghenga di adolescenti che, partendo dalla periferia della periferia dell’Impero, scrissero i loro nomi nel libro mastro del punk.

Si chiamavano Declino, Negazione, Indigesti, erano a malapena maggiorenni e qualcuno no e inventandosi tutto cammin facendo tracciarono una via italiana all’hardcore che finì per renderli profeti nel paese che l’hardcore lo aveva inventato, gli Stati Uniti, e un po’ ovunque in Europa tranne naturalmente che da noi. Restano i loro dischi e non è poco. Restano i ricordi di quanti li seguirono, ammirandone intraprendenza e attitudine persino al di là del fatto che la musica piacesse o meno. E resta adesso un libro, che è giusto dire romanzo perché la sapienza del montaggio gli fa trascendere la natura diaristica, che con partecipazione fra l’ironico e il commosso narra magnificamente le loro avventure spesso picaresche: le prove, i concerti, i sogni e gli amori. I fallimenti e l’orgoglio. Un libro capace in certe sue pagine di lasciarti senza fiato, come succede di fronte alle rivelazioni: “La primavera del 1983 fu… uno di quei momenti in cui tutto succede in fretta. Quando ogni giorno è pieno e nuovo. Quando senti che il mondo ti ruota intorno”. (Sironi Editore, pp. 204)

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.11, autunno 2003.

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