La stanza degli specchi di Jimi Hendrix

Charles R. Cross - La stanza degli specchi

Già autore di una biografia dell’altro grande artista (che stranezza: un mancino pure lui) grazie al quale Seattle figura sulle mappe del rock’n’roll, vale a dire Kurt Cobain, Charles R. Cross ha speso quattro anni (seconda coincidenza: quanto l’eroe di questo libro rimase da vivo sotto i riflettori) raccogliendo materiali su Jimi Hendrix per raccontarne in ogni più minuto risvolto “la vita, i sogni, gli incubi”. Lavoro certosino il suo, fatto di interviste a centinaia di persone che con il chitarrista più creativo che abbia mai abitato il panorama del rock divisero frazioni consistenti di una vita troppo breve, o anche solo l’attimo fuggente di un incontro casuale. Fatto di recupero di materiali giornalistici d’epoca. Fatto – presumibilmente – di esami al microscopio della marea di volumi scritti riguardo a Hendrix prima di questo e di pignoli confronti e mediazioni fra l’uno e l’altro e l’altro ancora, siccome la memoria è traditrice e non è detto che il ricordo di un testimone interrogato decenni fa sia uguale alla ricostruzione degli eventi che fa oggi. Tanto di cappello a Charles R. Cross e insieme un po’ di invidia per chi, potendosi rivolgere a un bacino di utenza immensamente più ampio del miserevole mercato editoriale nostrano, può permettersi di dedicare tanto tempo a un libro, sicuro che economicamente il gioco varrà la candela. La stanza degli specchi non si legge forse d’un fiato, a volte l’eccesso di dettagli se non arriva a far smarrire il filo perlomeno distrae, ma si fa leggere eccome. Ed è senz’altro da promuovere fatto salvo che, se è un’analisi musicologica che cercate, dovrete rivolgervi altrove. Qui c’è il romanzo – doloroso – della vita di un musicista immenso ma di musica in senso stretto si parla sorprendentemente poco.

Non si può invece promuovere – si usa ancora rimandare a settembre? non sono aggiornato – la traduzione. Che sarà pure al di sopra dell’ultradeficitaria media del settore ma paga (a parte l’uso, che andrebbe punito con la reclusione, della parola “decade” in luogo di “decennio”; a parte qualche battaglia perduta con i congiuntivi verso fondo corsa) l’essere stata affidata a un signore che di musica evidentemente sa ben poco. Che nell’arco di qualche centinaio di pagine riesce a non scrivere mai “rhythm” con tutte le “h” al posto giusto e crede che Shirelles sia un autore, non un gruppo, e – udite bene! – Kim Fowley (pag.266) una donna. (Kowalski, pp.466)

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.24, inverno 2007.

1 Commento

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Una risposta a “La stanza degli specchi di Jimi Hendrix

  1. Matteo

    Gran donna, quella Kim…

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