Archivi del mese: ottobre 2015

Jill Scott – Woman (Blues Babe/Atlantic)

Jill Scott - Woman

Proseguisse più o meno sulla falsariga della prima e bellissima traccia, Wild Cookie, il titolo per la recensione di questo quinto album in studio della giunonica artista di Philadelphia sarebbe stato bell’e che pronto: Jill Scott Heron. Clamorosa difatti la vicinanza del pigro rap in questione al compianto autore, fra il resto, di The Bottle e The Revolution Will Not Be Televised. Scartato un ovvio Philly Sound, giacché la signora ama misurarsi anche con quel tipo di suoni e colori ma sono comunque, in un’ampissima paletta stilistica, decisamente minoritari, è in ogni caso sempre la titolare del disco a suggerire il titolo perfetto: Blues Babe, come l’etichetta personale che gestisce con senso degli affari pari alle capacità di autrice e interprete (e dunque rimarchevole) e che a partire da questo disco la vede entrare in orbita Atlantic, lasciando la precedente distribuzione Warner. Non ne saranno stati contenti: nel momento in cui scrivo “Woman” capeggia la classifica di “Billboard”, replicando l’exploit del precedente (del 2011) “The Light Of The Sun”.

Di blues in senso stretto nelle sedici canzoni che vi sfilano in poco meno di cinquantotto minuti non ce n’è in realtà tantissimo: giusto un profumo, una scansione nel soul sudista da manuale (roba da Otis o da Aretha al top) di You Don’t Know, che dobbiamo alla santa penna di Jerry Ragovoy ed è l’unica cover in programma. Ma “ragazza blues” racconta e riassume lo stesso una cantante favolosa, capace di essere a suo modo pure moderna, modernissima nel suo riciclare un buon mezzo secolo di black sciorinando con pari gusto e classe ballate sospese ed errebì dirompenti. Magari misurandosi anche, visto che c’è, con il downtempo di Say Thank You o con un piccolo incantesimo psichedelico chiamato Jahraymecofasola.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.367, settembre 2015.

2 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

Audio Review n.368

Audio Review 368

È in edicola il numero 368 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di  Battles, Beirut, Dâm Funk, Dr. Dre, Dungen, Eleventh Dream Day, Flying Saucer Attack, Ben Folds, Langhorne Slim & The Law, John Mayall, Pretty Things, Prince, Sea + Air e Nicole Willis & The Soul Investigators e di una recente ristampa di Bob Mould.  Nella rubrica del vinile mi sono occupato di John Lennon, Rush e Spain.

Lascia un commento

Archiviato in riviste

La vita bruciata di quel gran manico di Tommy Bolin

Tommy Bolin - Teaser 40th Anniversary Vinyl Edition Box Set

Sarebbe tanto piaciuto a Tommy Bolin di iscriversi al famigerato “club dei ventisette”, la conventicola di rockstar e non solo (citofonare Robert Johnson; poi Amy Winehouse) non arrivate a festeggiare il ventottesimo compleanno. Lui riusciva a malapena a spegnere la venticinquesima di candelina prima di spegnersi a sua volta. Lo seppelliranno con a un dito un anello che portava Jimi Hendrix il giorno della morte e mai passaggio di consegne fu insieme più giustificato e macabro. Due anni e mezzo in più su questa terra sarebbero stati una benedizione per lui, che probabilmente ce l’avrebbe fatta a pubblicare in vita quattro album come l’uomo di Seattle e non due, e di conseguenza per noi. E gira la testa al pensiero ucronico di un Bolin che miracolosamente sopravvive al cocktail di eroina, cocaina, alcol e barbiturici che ce lo portava via nella notte fra il 3 e il 4 dicembre 1976 e, messa la testa a posto per lo spavento preso, invecchia. Oggi avrebbe sessantaquattro anni e forse – il potenziale c’era – sarebbe popolarissimo e ricchissimo, come un altro Carlos Santana. Oppure no, ancora un culto di cui collezionare, oltre ai dischi in proprio, le partecipazioni a fatiche altrui illuminate d’immenso dal suo tocco. Due cose sono certe. La prima: non avrebbe subito l’oltraggio di venire ricordato dai più soltanto come “quello che sostituì Ritchie Blackmore nei Deep Purple” (ma anche no, se si pensa che c’è gente per la quale Sonny Rollins è “quello che ha suonato il sassofono con i Rolling Stones”). La seconda: gli sarebbe e ci sarebbe stato risparmiato lo scandaloso profluvio di uscite postume (pure questo lo accomuna a Hendrix; perlomeno all’Hendrix saccheggiato senza ritegno fino al ’97 e a un finalmente rispettoso e filologico “First Rays Of The New Rising Sun”) che è arrivato a contare a oggi, e considerando solo le pubblicazioni con qualche crisma di legalità, dodici live e quindici antologie di varia natura. Di tutto il Tommy Bolin post mortem il cofanetto fresco di stampa per UDR/Warner (ma in Italia lo distribuisce la Audioglobe) che celebra il quarantesimo anniversario dell’uscita di “Teaser” con tre 33 giri di incisioni in studio e un doppio CD con una scelta di registrazioni dal vivo è di grandissima lunga “il” titolo da avere per il cultore. Non è necessario essere di stretta osservanza, basta che che in casa abbiate già il “Teaser” originale e “Private Eyes”. Nondimeno pure questo box presenta aspetti discutibili e non sto riferendomi a una grafica di rara bruttezza o a un libretto in cui si parla approfonditamente della sua lavorazione ma non si dice nulla, se non incidentalmente, né sul moltissimo che l’autore aveva in curriculum né su quanto riuscirà ancora a combinare nel poco tempo rimastogli. Provo a provvedere io, per quanto a grandi linee.

Discendenza dai nativi americani resa evidente dai lineamenti, Thomas Richard Bolin nasce a Sioux City, Iowa, il 1° agosto 1951 e comincia a suonare sì e no adolescente in complessi locali che non troveranno uno sbocco discografico. La prima svolta si ha quando, diciassettenne, si trasferisce a Boulder, Colorado, e si unisce agli Zephyr. Caratterizzata più ancora che dal già evidente estro chitarristico del nostro eroe dalla voce smaccatamente jopliniana di Candy Givens, la band arriverà a pubblicare due interessanti ma ineguali LP su major (il primo e omonimo su Probe, una succursale della ABC, nel 1969; “Going Back To Colorado” su Warner nel ’71) prima di sciogliersi. Conclusasi quella prima avventura insieme eccitante (si è ritrovato a dividere palchi con il fior fiore del rock anglo-americano dell’epoca) e frustrante, il giovanotto fonda un gruppo jazz-rock, gli Energy, che in vita non darà alle stampe alcunché. L’anno dopo, il 1973, suona da mattatore nel classicone fusion di Billy Cobham “Spectrum” e ad ascoltarlo non ci si crede che quando partecipa in maggio alle sedute di registrazione sia già da qualche mese il sostituto di Domenic Troiano (che a sua volta aveva rimpiazzato il fondatore, e futuro Eagles, Joe Walsh) negli hard-rocckettari James Gang. Andrà più volte in tour e inciderà un paio di album con costoro prima di tornare ad agire per qualche tempo da turnista imprimendo il suo sigillo, fra il resto, su un altro dei capisaldi di una fusion non ancora ridotta a stereotipo, “Mind Transplant” di Alphonse Mouzon. Ci avete fatto caso? Un altro batterista e vorrà dire qualcosa. Magari che il talento mercuriale di uno strumentista dalle molteplici passioni e dalle propensione a centrifugarle tutte assieme rendeva al meglio quando ancorato a una ritmica solida. Oppure a una forma-canzone capace di contenerne l’innata propensione alla jam nell’orizzonte dei tre, quattro, massimo cinque minuti, conservando giocoforza solo le idee migliori.

È esattamente questa la grande forza del “Teaser” originale, pubblicato dalla Nemperor nel novembre ’75, così come dell’appena meno brillante “Private Eyes”, edito nel settembre dell’anno dopo dalla Columbia (Bolin non potrà portare in tour il primo, lavoro dal potenziale commerciale elevatissimo e rimasto così inespresso, perché nel frattempo unitosi ai Deep Purple del controverso ma da rivalutare “Come Taste The Band”; e il tour che promuoveva il secondo abortirà per la ragione che sapete): che ne contiene l’eclettismo in nove brani concisi e perfettamente rifiniti. Che li sistema nella migliore sequenza possibile. Si passa dal rock energico e insieme sexy alla Rolling Stones di The Grind agli Aerosmith ostaggi del funk di Homeward Strut e a quelli vanno dietro la ballatona con attacco pianistico Dreamer, quel capolavoro di flamenco “in jazz” che è Savannah Woman e l’hendrixiana traccia omonima. Fine della prima facciata. La seconda allinea i Led Zeppelin arresisi al soul di People People, la fusion muscolarissima di Marching Powder, la ballata elettrica Wild Dogs e l’hard psichedelico Lotus. Ecco, pur dando per scontato che chi comprerà questo “40th Anniversary Vinyl Edition Box Set” (prezzo sui sessanta euro) il “Teaser” d’epoca lo abbia, io per rispetto alla pietra miliare che è avrei aggiunto un 33 giri con il programma originale (incredibile ma vero: diverse delle versioni familiari qui mancano). Avrei collocato su un secondo e nel medesimo ordine le take alternative (tutte più lunghe, sovente parecchio) e quindi sistemato sulle quattro facciate necessarie per il resto le jam strumentali. Che sono spesso e volentieri intriganti (magico il momento in cui in Flying Fingers si insinua una citazione di Cucumber Slumber dei Weather Report) e tuttavia, accatastate così alla rinfusa, non rendono un buon servizio a un artista che fu immenso. Ma io non sono un discografico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.365, luglio 2015.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Per i sessantaquattro anni di John (fu Cougar) Mellencamp

Un collage di recensioni per celebrare l’uomo di Jack & Diane e di tante altre canzoni indimenticabili. Ripescate oggi che compie gli anni: sessantaquattro e, sì, lo amiamo ancora.

Big Daddy

Big Daddy (Mercury, 1989)

Ultimo album per John Cougar, nel senso che a partire dal successivo “Whenever We Wanted” Mellencamp si sarebbe sbarazzato per sempre dell’odiato soprannome, “Big Daddy” suggellava nel 1989 un decennio lastricato d’oro per il Nostro e non soltanto grazie al disco appena citato, un numero uno nella classifica statunitense degli LP con un primo e un secondo posto in quella dei singoli a corredo: essendoci poi stati altri tre album di platino e un’impressionante sequela di Top 40 con canzoni tratte da quelli, addirittura cinque dal solo “Scarecrow”. Conquistato il pubblico giovanile con il rock asciutto e muscolare di Jack & Diane, Mellencamp se lo conservava in un prosieguo di carriera che se non si negava l’inno hard con il pugno levato verso il cielo gli affiancava brani dalla scrittura ben più raffinata, intrisi di country come di rhythm’n’blues, di folk e anche di gospel. Percorso di crescita con forse al centro un nucleo di dispetto per una critica che lo guardava con benevolenza ma pur sempre come uno Springsteen di seconda schiera. Con “Scarecrow”, e ancora di più con il campagnolo “The Lonesome Jubilee”, gli applausi si facevano però più convinti.

Di “The Lonesome Jubilee” questo disco, appena ristampato con l’aggiunta di una Jackie Brown acustica, era una sorta di “parte seconda”, uguale la strumentazione – con mandolini e dobro, fisarmoniche e violini fra il resto – ma meno ispirata la scrittura. Intorno allo stentoreo hit Pop Singer, una corte di canzoni gradevoli ma formulaiche, con le squisite eccezioni di una spumeggiante Jackie Brown, di una To Live da chiesa negra nel ritornello, di una Mansions In Heaven dalla bella melodia spiegata. Non è il “Nebraska” di cui con scarsa o forse troppa fantasia si scrisse.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.259, luglio/agosto 2005.

Rough Harvest

Rough Harvest (Mercury, 1999)

A volte i dischi più belli sono figli del caso. Questo “Rough Harvest”, ad esempio: registrato da Mellencamp in un momento di pausa fra un impegno e un altro senz’altro obiettivo che potere verificare a posteriori lo stato di salute del gruppo. In formissima, rilassato, disposto a un tono elegiaco come a un indiavolato swing rurale. Assodata la bontà dei nastri, poco a poco si è fatta strada l’idea di confezionarci questa sorta di “Greatest Hits”. “Unplugged”. O almeno così ce l’hanno raccontata.

Abile mossa di marketing o felice improvvisazione che sia, “Rough Harvest” è un’introduzione al Mellencamp-non-più-Cougar quasi ideale, con una scelta di brani che copre tutti gli album dall’85 a oggi tranne, curiosamente, “The Lonesome Jubilee”, che tanti considerano il capolavoro del Nostro. Soddisfatti i neofiti, i cultori di vecchia data sono blanditi con due inedite ed eccellenti cover dylaniane, In My Time Of Dying e Farewell Angelina, una versione in concerto della Wild Night di Van Morrison e una Under The Boardwalk che sa più di Ben E. King che di Drifters.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.17, ottobre 1999.

Words & Music

Words & Music (Island, 2004)

Mettiamola così: mai stati i titoli il forte di John Mellencamp. Sentite questo: R.O.C.K. In The U.S.A. E quest’altro: Pop Singer. Ma se vogliamo ci va anche coraggio a chiamare così delle canzoni e sperare di farla franca, perché insomma devono essere delle grandi canzoni. Tanto. Almeno quanto ce n’è voluto al nostro uomo per operare gradualmente un clamoroso cambio di identità senz’altri esempi (Prince lo contiamo?) nella storia dell’industria dello spettacolo. Battezzato John Cougar da chi (Tony DeFries, già manager di David Bowie) voleva farne un secondo Springsteen con un’improbabile sovrastruttura glam, non appena agguantato il successo il giovanotto tornava a usare il nome vero affiancandogli per qualche tempo, compromesso accettato a malincuore di fronte alle proteste di datori di lavoro tremebondi al pensiero di vedere subito chiusa la miniera d’oro appena scoperta, l’odiato pseudonimo. Riuscirà infine ad accantonarlo e i discografici non si sarebbero dovuti preoccupare: ai cinque milioni di copie venduti nei soli Stati Uniti da “American Fool”, l’album più gettonato del 1982 da quelle parti, se ne sarebbero aggiunti un’abbondante ventina nei due decenni seguenti, più quindici o giù di lì nel resto del pianeta. Popolarissimo, Mellencamp non ha tuttavia mai goduto di pari fortuna giornalistica, anche se non si può dire gli sia mancata la buona stampa. Ma a parte qualche delirio apologetico (un pallino di Guccione Jr, per dire) si è continuato a guardare a lui come a un Bruce un po’ burino, un campagnolo senza le frequentazioni altolocate e il tocco raffinato di un Tom Petty, un Van Morrison con la trascendenza smarrita nel tragitto dall’Irlanda all’Indiana. Ci sono due brani nuovi in “Words & Music” e tanto la sincopata ballata Walk Tall che il blues-cum-fiddle Thank You dichiarano che la pensione può essere rinviata. Il resto del generoso programma (viaggiamo verso le due ore e venti) oltre a imporre la trattazione qui in “Classic Rock”, e non fra le recensioni “normali”, certifica una carriera da semiglobale (gli esordi rinnegati del resto dallo stesso artista) rivalutazione.

È che davvero impressiona sentire di fila trentacinque successi e non uno da buttare. E se questo è populismo trovatene di pari livello, che valga il luccicante country negro di Jackie Brown o l’epicità con il cuore in gola di Rain On The Scarecrow, la collisione di gospel ed errebì di When Jesus Left Birmingham e il pugno levato al cielo di R.O.C.K. In The U.S.A., gemello più incazzoso della festa sfrenata di Rumble Seat. Per non parlare di Jack & Diane: il più poetico e tragico ritratto di adolescenza uccisa dal diventare adulti su questo lato di The River.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.596, 19 ottobre 2004.

On The Rural Route 7609

On The Rural Route 7609 (Mercury, 2010)

Il prezzo stavolta è robusto – cento euro: altro che quei quaranta ormai norma per i quadrupli antologici! – ma robusto è anche l’oggetto e oltretutto esteticamente superbo: non l’usuale scatolone/scatoletta bensì un librone 28,6 x 23,2, copertina bella spessa e carta stupenda. A lasciarlo “distrattamente” in giro per casa, su un tavolino in salotto o nello studio, farete sempre la vostra porca figura. Idem a regalarlo. E poi – che ve lo dico a fa’? – ci sta la musica. La cui scelta, trattandosi di un eccentrico a dispetto dei milioni di dischi venduti e di un agire in un ambito di rock americano classico, è tutt’altro che banale. Bene saperlo subito: chi è alla ricerca della raccolta definitiva del John “fu Cougar” Mellencamp non la troverà qui. La tipica collezione “alla carriera” del Nostro ancora non esiste e a questo punto forse non esisterà mai. Chi desidera avere in casa i suoi grandi successi continui a rivolgersi al doppio del 2004 “Words & Music”, che ne mette in fila tre buone dozzine. “On The Rural Route 7609”, titolo esplicito per quanto attiene un concentrarsi sul Mellencamp più campagnolo e criptico nel dire gli anni coperti (dal ’76 al 2009), è rispetto a quello insieme complementare e alternativo. Alla consueta sfilata di canzoni celebri si è preferito un percorso a latere fra brani meno fortunati, ma ritenuti dall’autore particolarmente rappresentativi, versioni differenti, inediti. In tutto cinquantaquattro tracce, organizzate come si trattasse di quattro diversi album.

Dedicato solo agli estimatori più accaniti? È il costo a stabilirlo, non un ritratto d’artista sorprendentemente, per le premesse, a tutto tondo: da qualche parte fra Bruce Springsteen, Van Morrison, Tom Petty, John Fogerty. E Woody Guthrie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.314, settembre 2010.

No Better Than This

No Better Than This (Rounder, 2010)

Lo si annotava un mese fa su queste stesse pagine riferendo del quadruplo antologico “On The Rural Route 7609”: un eccentrico, John Mellencamp, a dispetto dei milioni di dischi venduti e di un agire in un ambito di rock a stelle e strisce classico. Uno che banale cerca di non essere mai e quando quelle righe venivano scritte già si sapeva delle inusuali modalità di realizzazione di questo nuovo album: registrato utilizzando un Ampex del 1955 e un unico microfono, in presa diretta (pure i pezzi con il gruppo!) e ovviamente senza né missaggi né sovraincisione alcuna. Non bastasse: inciso in una sorta di tour di una serie di luoghi americani mitologici quali la prima chiesa battista per gente di colore in Georgia, gli studi della Sun a Memphis, la stanza d’albergo a San Antonio, Texas, in cui tre quarti di secolo prima fu Robert Johnson a eternare pezzi della sua leggenda. Tutto molto intrigante, sulla carta, e si trattava di andare poi a verificare come il disco suonasse e se il programma fosse all’altezza tanto di un progetto così suggestivo che di un catalogo di primissimo ordine.

Per cominciare: a livello di puro piacere d’ascolto, “No Better Than This” (si noti l’immodestia del titolo, del resto in tema con il personaggio) è una delizia. Caldo e terrigno, corposo, in un metaforico bianco e nero virato seppia. E poi ci sono le canzoni, stilisticamente “antiche” come era scontato vista la cornice e nondimeno freschissime. Più fuori dal tempo che di un tempo “altro” rispetto al nostro, con echi del Bob Dylan tendente all’Arcadia e di Johnny Cash, di Carl Perkins come dell’Elvis primevo o di Johnny Burnette. Con ad aprire una Save Some Time To Dream che sa tanto di novella Jackie Brown. Va da sé: disponibile anche in vinile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.315, ottobre 2010.

5 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Pete Townshend – Truancy: The Very Best Of (Universal)

Pete Townshend - Truancy

Pete Townshend ha settant’anni e gli Who stanno festeggiando (ultima occasione per vederli dal vivo?) i loro cinquanta. Tempo di celebrazioni e del programma fa parte anche questo “Very Best” del chitarrista e leader della band: copertina simile e programma appena più corposo (con diverse sovrapposizioni) di un precedente “il meglio di” che usciva nel lontano 1996. Fatto è che da allora il nostro uomo non ha pubblicato (non contando un paio di omaggi al suo mentore spirituale, il guru Meher Baba) un album che sia uno di inediti e gli Who uno soltanto e meglio sarebbe stato se se ne fossero astenuti del tutto. “Endless Wire” è un lavoro di rara insignificanza e nondimeno, incredibile a dirsi, è la sola raccolta di materiali scritti appositamente e non di archivio che Townshend ha firmato dacché nel ’93 dava alle stampe il solista “Derelict”. Comprensibile l’eccitazione dei fan per la presenza al fondo della scaletta sistemata in ordine cronologico di “Truancy” di due canzoni nuove. Poca cosa in realtà: meglio il comunque trascurabile blues Guantanamo di una How Can I Help You sotto la quale la firma di un Jim Steinman sarebbe più logica e accettabile di quella di chi scrisse My Generation.

Cio detto: per chi di Townshend non ha mai preso in considerazione la discografia extra-Who “Truancy” potrebbe rappresentare l’occasione per ripensarci. Scoprirebbe, partendo da qui, che il primo poker di uscite del Nostro (“Who Came First”, “Rough Mix”, “Empty Glass” e “All The Best Cowboys Have Chinese Eyes”) vale più del coevo poker di pubblicazioni griffate The Who (“By Numbers”, “Who Are You”, “Face Dances” e “It’s Hard”). Per essere sul serio un “Very Best” questa antologia si sarebbe dovuta fermare lì, ignorando i tre album successivi, pretenziosi e scadenti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366, agosto 2015.

2 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

A Faenza! A Faenza!

Indie Blog Award 2015

Poche righe per farvi sapere che questo pomeriggio sarò a Faenza, insieme con l’amico, collega (e, per un soffio, mancato capolista della serie A) Carlo Bordone per ritirare la Targa Mei Musicletter 2015, assegnata a Venerato Maestro Oppure come migliore blog musicale del 2015. La premiazione si terrà nella sala del consiglio comunale intorno alle ore 16. Se per caso doveste passare da quelle parti, fatevi riconoscere.

4 commenti

Archiviato in casi miei

Blow Up n.209

Blow Up

È in edicola il numero di ottobre di “Blow Up”. Ho contribuito scrivendo alcune schede per la rubrica “20 Essentials” dedicata al primo punk statunitense, canadese e australiano.

Lascia un commento

Archiviato in riviste