Quarantacinque anni fa: gli Allman Brothers, al Fillmore East

The Allman Brothers Band - At Fillmore East

Quante Allman Brothers Band diverse può enumerare il critico? Quattro almeno? Quella che nei due album in studio (l’omonimo del novembre 1969, “Idlewild South” del settembre ’70) che precedettero questo doppio dal vivo evidenziò la capacità di distillare in brani relativamente succinti blues e soul, country, jazz e rock’n’roll, mettendo abilità tecniche sensazionali al servizio di una forma-canzone che era colta senza volerlo sembrare. Quella che, persi tragicamente e letteralmente per strada due componenti fondamentali, si acconciò a semplificarle assai quelle canzoni, buttandole sul country a scapito del blues e continuando peraltro a riscuotere (addirittura incrementandolo) un successo enorme. C’è poi una Allman Brothers Band che non solo è ancora in circolazione ma, senza troppo clamore, continua a riempire negli Stati Uniti palazzetti dello sport e persino stadi ed è certo un vivere di glorie trascorse, ma relativamente: siccome il repertorio storico è ogni sera insieme celebrato e trasfigurato come se si trattasse, in toto e non in parte, di jazz. Se questa ultima incarnazione del gruppo fondato nel marzo 1969 dai fratelli Duane e Greg Allman può ancora legittimamente portare in giro la sua leggendaria ragione sociale è proprio grazie al lascito – filosofico quasi quanto musicale – di “At Fillmore East”.

Nella sua versione originale, poco meno di ottanta minuti magmatici di cui, nell’immaginario del rock, sono rimasti principalmente i poco più di sessanta nei quali l’arte della jam viene portata ad apici toccati forse solo dai Grateful Dead di “Live/Dead” e dai Quicksilver di “Happy Trails”. Non dai Cream, di cui gli Allman vennero detti con superficialità il controaltare americano, quando sarebbe dovuto risultare evidente che nella loro musica la tecnica non scadeva mai in tecnicismo e i volumi mai venivano alzati gratis. Alchimia imprendibile quella delle due sere al Fillmore di New York – 12 e 13 marzo ’71 – di cui qui si fa sinossi. Irripetibile anche, giacché il 29 ottobre di quello stesso anno Duane Allman – il chitarrista bianco più “nero” che ci sia mai stato – si ammazzava in moto e medesima sorte sarebbe toccata, tredici mesi più tardi, al bassista Berry Oakley.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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