Che cavolo stai fumando, Willie?

In alto i chillum per il buon Willie Nelson, stupendo fuorilegge del country che oggi ne compie ottantatré.

Willie Nelson - Stardust

Stardust (Columbia, 1978)

Non so a voi, ma a me il buon vecchio Willie Nelson, che a ottant’anni suonati è il più ardente attivista americano pro-marijuana, sta simpatico da matti. Al di là di ogni considerazione per così dire “ideologica” ne ho sempre apprezzato lo spirito fieramente indipendente, quel suo fregarsene di tutto e tutti e fare di testa sua. E in una carriera ultracinquantennale nessun altro episodio lo certifica tanto esemplarmente quanto questa collezione di standard pop che registrava affidandosi alla produzione di Booker T. Jones sul finire del ’77, gettando nel panico la Columbia, i cui dirigenti non potevano capacitarsi che con il fenomeno del cosiddetto outlaw country a un apice di popolarità l’esponente di maggior spicco della scena decidesse di incidere un disco sulla carta più adatto a magnificare le doti di un Frank Sinatra. Non avrebbero dovuto preoccuparsi. L’album andava al trentesimo posto della classifica generalista di “Billboard” e dritto al numero uno di quella country, nella quale soggiornerà per dieci dicasi dieci anni filati. Quando in realtà di country in senso stretto quasi non ne contiene (forzando un po’ può iscriversi al genere una sommessa Georgia On My Mind, magari una liquida e immancabilmente struggente Unchained Melody) e in compenso regala un sacco di jazz vecchia scuola, la ritmica che swinga lieve, la chitarra che ricama deliziosamente come il piano, laddove l’organo si concede ogni tanto un groove errebì e scommetteresti che a soffiare nell’armonica sia Stevie Wonder (e invece no, è il grande Mickey Raphael). Incisione raffinatissima, come la musica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

Willie Nelson - Countryman

Countryman (Lost Highway, 2005)

C’è voluta, nel ’96, la solita raccolta tributo – chiamata “Twisted Willie” e con dentro Mark Lanegan e Jello Biafra, gli X e Reverend Horton Heat, le L7 e Jerry Cantrell – per fare intendere alle giovani generazioni quanto sia distante William Hugh Nelson, settantadue anni lo scorso 30 aprile, dagli stereotipi di un country nashvilliano musicalmente bolso, sentimentalmente posticcio, politicamente reazionario. Chi allora andò a ritroso scoprì che, rispetto a quell’establishment, Nelson ha sempre rappresentato un altro mondo. Valga come esempio illuminante quella raccolta che nel 1976 ne rilanciava una carriera già ultraventennale ma in crisi, con lui il complice di sempre Waylon Jennings e un titolo che la diceva lunga: “Wanted! The Outlaws”. Fra i padri putativi dell’alt-country c’è insomma pure lui e se il suo tasso di coolness presso la tribù del rock alternativo è lungi dai livelli del compianto Johnny Cash “Countryman” potrebbe fare miracoli per ridurre lo scarto.

Cominciando da una copertina che ci ricorda che il Nostro fuorilegge lo è stato non solo in metafora e che una parte non piccola dei suoi guai con la giustizia gli è venuta da una passione che tuttora non rinnega (anzi!) per quella pianticella che vi campeggia. Proseguendo con un programma di una freschezza che potresti mai dire che per Willie Nelson questo è il centesimo e qualcosa album? Avrebbe potuto essere all’incirca il novantesimo non avesse impiegato, come dichiara il retro della confezione, “10 years in the making”. Non è proprio vero, per tutta una serie di concomitanze il disco era stato accantonato ed è cosa che lascia stupefatti per quanto è bello, ma non è il caso di formalizzarsi. Ciò che conta è che l’album reggae (ebbene sì!) di Nelson sia infine fuori e che sia una bomba. Sta qui una The Harder They Come di un’intensità degna dell’originale di Jimmy Cliff (di una peculiarità pari a quella mitica di Joe Jackson). Le fanno corte altre undici canzoni tutte favolose. Forse più delle altre una I’m A Worried Man giusto di Johnny Cash e resa alla Harry Belafonte.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.614, settembre 2005.

Willie Nelson - Moment Of Forever

Moment Of Forever (Lost Highway, 2008)

Ci vorrebbe un Rick Rubin. Non per regalare un po’ di coolness a un artista che, a un’età veneranda (compirà settantacinque anni il 30 aprile), resta in prima linea (con la parola e… ahem… l’esempio) sul fronte della battaglia antiproibizionista e ancora nel 2005 sapeva spiazzare pubblicando un album (contrastanti le reazioni; per me “Countryman” è una gemma) di reggae. Ci vorrebbe un Rick Rubin, ma non per riportare in auge un artista che fa dischi dai primi ’60, è una star dalla metà dei ’70 ed è visto come un nume tutelare non solo da tutti i più o meno attempati ribelli di Nashville ma dalle nuove generazioni, che al country sono arrivate partendo da questo o quel settore dell’indie-rock. Ci vorrebbe un Rick Rubin per regalargli insieme, come all’ultimo e al più indimenticabile di tutti i Johnny Cash, un tocco di contemporaneità, tradotta in musica senza tempo, e un filo conduttore capace di legare un repertorio ineguale nella scrittura e non sempre felice nella scelta delle interpretazioni. Se ci pensate, non contando i live l’Uomo in Nero album da applaudire in toto ed eleggere a capolavori mica ne aveva realizzati prima dell’incontro con Rubin.

Ad ogni buon conto “Moment Of Forever” è l’ennesimo disco di Nelson piacevole nel complesso e con qualche apice capace di raccomandarsi ai cofanetti a venire. A volte restando nel solco di uno stile inevitabilmente risaputo: ed ecco una traccia omonima sospesa e accorata e parcheggiata sul Border, così come la ballata When I Was Young And Grandma Wasn’t Old. Altre sorprendendo: con il Randy Newman traslocato a New Orleans di Louisiana, con l’incontro fra Santana e Fred Neil di Always Now. Suggella il tutto una buona resa del Dylan di Gotta Serve Somebody.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.287, febbraio 2008.

1 Commento

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Una risposta a “Che cavolo stai fumando, Willie?

  1. Mica si è Outlaw per niente! 😉

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