Archivi del mese: giugno 2016

Le case dell’amore (del genio pop di Guy Chadwick)

House Of Love

1. C’è un nuovo album degli House Of Love in giro e chissà se se ne accorgerà qualcuno. Magari sì, visto che è faccenda di qualche mese fa una riedizione financo esagerata (tre CD, quadruplicato il programma d’antan) di quello che fu il primo di adesso sei (antologie escluse) e se n’è parlato abbastanza. Magari avrà buona stampa, “She Paints Words In Red”, come non accadde otto anni fa con “Days Run Away”, che non sarà stato una pietra miliare ma malaccio non era. Ma a parte che è ormai lontanissima l’epoca in cui la buona stampa contava qualcosa (la cattiva stampa pure e fu allora, metà anni ’90, che il genio di Guy Chadwick in ogni senso si eclissò) l’eventuale attenzione mediatica potrebbe essere al più un decimo di quella che saluterebbe un secondo disco, che aspettiamo dal ’90, dei La’s. Anche meno, molto meno rispetto a quella che ha attirato il terzo dei My Bloody Valentine, atteso dal ’91. Hanno insomma sbagliato tutto questi giovanotti attempatelli (il leader già nei suoi trenta quando l’avventura iniziò). Avrebbero potuto sciogliersi dopo la pubblicazione del secondo album, il primo su Fontana, all’apice di un successo che fu anche ragguardevole (quattrocentomila le copie vendute nel solo Regno Unito), riformarsi adesso e la rimpatriata sarebbe stata salutata come un Secondo Avvento. Oppure ben prima, dopo l’uscita del quarto singolo, quell’ipotesi di Byrds post-punk chiamata Destroy The Heart, e senza dunque nemmeno arrivare a darlo alle presse un debutto adulto vero. Per gli amanti del pop con le chitarre sarebbero stati comunque Leggenda. Che diamine! Per diventarlo potevano bastare loro due-canzoni-due. La prima pubblicata: Shine On. La prima scritta da Chadwick: Christine. Fra la seduzione crepuscolare di questa e il tripudio di tenera innodia jingle-jangle di quella si rinviene all’incirca l’intero canone House Of Love e dopo averne composto due così ci va coraggio a mettere mano ad altre. Sapendo da subito che non si potrà mai fare meglio. C’è da essere grati al nostro uomo per averlo avuto questo coraggio.

2. Di tante cose c’è da essere grati anche ai Jesus And Mary Chain e una è la seguente: era dopo averli visti in azione nell’86 all’Electric Ballroom di Londra che il trentenne Guy Chadwick decideva di dismettere quei Kingdoms con i quali pure si era conquistato un contratto nientemeno che con la RCA (li dirà sempre “tremendi”) e dedicarsi a un progetto nuovo. Suoni, stile e immagine mutuati dagli stessi da cui li avevano presi in prestito i fratelli Reid: tali Velvet Underground. Pareva combinazione beneaugurante, faustissimo presagio che alle audizioni convocate dal Nostro e da un amico di lunga data, il batterista Pete Evans, per tramite del solito annuncio sul “Melody Maker” si presentasse una chitarrista di passaporto tedesco, Andrea Heukamp. Bellezza spigolosa come Nico e con un che di androgino alla Maureen Tucker, non resterà con il gruppo che per tre singoli, al netto di qualche successiva comparsata invocata da un Chadwick che da allora la rimpiange, sorta di musa assente ma onnipresente. Detto che al basso si sistemava il neozelandese Chris Groothuizen, è il caso di spendere due parole per il chitarrista solista, il londinese Terry Bickers, di ben nove anni più giovane del cantante e qualcosa probabilmente conterà nel loro rapporto problematico. Il John Cale degli House Of Love? Più lo Sterling Morrison. Ma soprattutto il Johnny Marr e questo nonostante, al contrario di quello dell’alterego di Morrissey negli Smiths, il suo apporto sia sempre stato soltanto di strumentista e non di autore. Lo dico chiaro e tondo: non si danno degli autentici House Of Love senza Bickers, quelli che dovranno rinunciarci – pure i migliori – parranno irrimediabilmente apocrifi.

3. Non vi è qui spazio a sufficienza per raccontare se non per sommissimi capi quella che a tratti fu un’epopea anche parecchio – nel bene e nel male – rock’n’roll e mi limiterò dunque all’essenziale. A dire, per cominciare, di come fosse la sempre santa Creation Records a mettere prontamente sotto contratto ragazzi e ragazza e a licenziare il debutto a 45 giri Shine On, fra l’indifferenza generale incredibile dictu e pensare che da lì a un paio di anni chi sarà disposto a separarsi da una delle tremila copie stampate potrà ricavarne alcune decine di sterline. Meno straordinario ma pur sempre assai pregevole il seguito, una Real Animal da Go-Betweens in anfetamina, a collocare la band sotto i riflettori della critica sarà Christine. A farne innamorare il pubblico britannico i tantissimi concerti, un live act progressivamente levigato fino alla perfezione ma miracolosamente senza che l’eccitazione trasmessa dalle prime uscite si smarrisse. Ad autosabotarne almeno in parte l’ascesa sarà invece una sciagurata strategia commerciale di gabrieliana memoria, con uno dopo l’altro ben tre lavori omonimi spediti nei negozi fra l’88 e il ’90.

Il primo “The House Of Love” è in realtà un mini che solamente una ristampa via l’altra, aggiunta dopo aggiunta, ha assunto, restando ovviamente antologico, consistenza da album. In origine si limitava a raccogliere i sei pezzi dei primi due 12” integrandoli con un paio di bonus. Usciva per la succursale tedesca di Rough Trade e a ragione di ciò si finirà per chiamarlo convenzionalmente (e poi pure ufficialmente dalla riedizione Revenant del 2007) “The German Album”. Il secondo “The House Of Love” è il debutto vero: piccolo grande capolavoro (non sono che trentadue minuti) con Christine (sublime mediazione fra il migliore Lloyd Cole e il Julian Cope post-Teardrop) a inaugurare e poi una sfilata di gemme appena meno abbaglianti e, spazio o non spazio, non si possono non citare quantomeno una Hope invincibile al distendersi del ritornello e una Road debitrice a Echo & The Bunnymen, i Church furiosi di Salome e il ritratto dell’artista da giovane che si immagina vecchio di Man To Child. Per comodità questo disco è stato ribattezzato “Creation”, come l’etichetta per la quale vedeva la luce, e per la medesima ragione si chiama “Fontana” (o se no “Butterfly”, dall’immagine di copertina) quello dopo. Album molto, molto bello – vertici assoluti in una ripresa pletorica e nondimeno travolgente di Shine On, nello struggersi da cameretta di Beatles And The Stones e in una I Don’t Know Why I Love You di squillante romanticismo – ma un filino meno del predecessore. Album che proiettava i Nostri sull’orlo dello stardom vero – come dei secondi Smiths con il potenziale per diventare dei nuovi U2, si scriveva – ed era invece un baratro nel quale in rapida sequenza precipitavano prima un Terry Bickers preda di depressione maniacale, quindi un Guy Chadwick che a un uso non più ricreativo delle droghe abbinava l’abuso di alcolici e non era più divertente, e magari proficuo, come quando i missaggi dell’esordio erano andati per le lunghe causa smodato consumo di sostanze psichedeliche. Il chitarrista piantava in asso la compagnia dopo poche date del tour promozionale e lui e il cantante non si parleranno più per dieci anni.

Ci sono treni che non passano due volte. Quando gli House Of Love torneranno a dare notizie di sé – e manco occorrerà aspettare molto: giusto l’estate ’92 – con il non più che grazioso “Babe Rainbow” si troveranno davanti un mondo completamente cambiato: fra grunge e crossover, Britpop, shoegazing e Madchester si scopriranno all’improvviso negletti. Il tempo (poco più di un anno) di confezionare un davvero scadente “Audience With The Mind” e sarà it’s all over now, baby blue. Fino al 2005. Che ve lo dico a fare che in “Days Run Away” Terry is back home?

4. È un miracolo di ispirazione completamente ritrovata questo nuovo album fresco di uscita per i tipi della Cherry Red ed è la ragione per la quale necessitava riferirvene, con un risalto oltre la mera recensione, subito. E pazienza se il resto della storia è stato sintetizzato all’estremo. Potreste partire addirittura da qui per approcciarvi agli House Of Love, da questi dodici brani che frizzano di giovinezza pacificata come se non avesse cinquantasei anni (e anzi cinquantasette quando mi leggerete) chi li ha scritti. Fra l’energica eleganza di A Baby Got Back On Its Feet e una Eye Dream che magari Morrissey ne avesse di così in repertorio, una paccata di ulteriori potenziali classici di fascinazione pressoché istantanea: si tratti di una Hemingway di sorridente, carezzevole coralità oppure di una traccia omonima languida e acidula, di una Lost In The Blues piuttosto country o dell’easy beat di Money Man, di una Never Again deliziosamente petulante come di una Sunshine Out Of The Rain di suadentissima malinconia. L’apice è Trouble In Mind: fra tutte le canzoni che non ha scritto Paul McCartney una delle più meravigliose. Che il 2013 possa regalarci del guitar pop più memorabile di quello racchiuso in “She Paints Words In Red” sembra, allo stato dell’arte, fantasticheria stellarmente remota.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.179, aprile 2013.

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