Hüsker Dü: Songs And Stories

Roberto Curti - Hüsker Dü

Bob Mould che fa da babysitter (si può immaginare come) a uno strafatto Johnny Thunders quando degli Hüsker Dü freschi di debutto a 45 giri si ritrovano a suonare di spalla all’ex-New York Dolls. Un alticcio John Cale che si affaccia nei camerini dopo un loro concerto californiano e si offre di curare l’esordio a 33 giri dei ragazzi (purtroppo non se ne farà nulla; la mente vacilla al pensiero di ciò che sarebbe potuto essere e non fu). Le copie di “Metal Circus” impagabilmente autografate al contrario per adeguarsi all’immagine di copertina. La penuria di nastri che si palesa in studio quando il trio è alle prese con la registrazione del monumentale “Zen Arcade” e che viene risolta sovraincidendo una bobina che immortalava uno spettacolo televisivo dei Bee Gees. La rivoluzione che sul serio inizia davanti a uno specchio nel proprio bagno, come da note di “Warehouse: Songs And Stories”, per un Mould che una bella mattina si guarda, non si piace e decide che è ora di farla finita con la bottiglia. Prima George Martin (!!!) e poi Pete Townshend (!) candidati alla produzione del successore di “Warehouse” e, per favore, speditemi subito nella dimensione parallela nella quale gli Hüskers, prima di inevitabilmente implodere per l’incompatibilità umana fra i due leader, hanno aggiunto un ulteriore capitolo al loro folgorante romanzo. Bob Mould che dà del bugiardo a Cobain quando già Cobain è morto. Grant Hart che spesso va a trovare tal William S. Burroughs e gli racconta barzellette. Burroughs replica discettando di armi da fuoco e pagherei per avere dei nastri delle conversazioni fra i due ex-tossici.

Ecco: le centosessanta pagine di Hüsker Dü, terzo tomo della collana Director’s Cut pubblicata dalle edizioni che da quasi vent’anni ogni mese mandano in edicola “Blow Up”, sono piene di aneddoti simili e dettagli fulminanti (si potrebbe, per dire, stilare una playlist dei plagi “creativi” di Mould e Hart che vengono segnalati e ci sarebbe da divertirsi assai). E tutto ciò contribuisce la sua parte a rendere appassionante la lettura di un volume dove Roberto Curti (autore noto soprattutto a chi ama certo cinema italiano di genere) non intende fare letteratura ma semplicemente offrire fatti (puntigliosamente) e opinioni (ovviamente le sue: ben circostanziate). Nondimeno lo fa con uno stile di asciutta eleganza che solo chi come lui si è trovato davanti un foglio bianco da riempire sa quanto sia difficile da raggiungere. Alle prese con un’epopea giunta ai giorni nostri sia per la straordinaria influenza che il trio Mould/Hart/Norton continua a esercitare che in forza delle carriere solistiche dei primi due (il libro è diviso quasi esattamente a metà fra le vicende del gruppo e quanto è andato dietro al suo scioglimento), Curti acchiappa il lettore per la collottola, senza sembrare, e lo porta d’un fiato fino in fondo. Spiegando perfettamente – fra le righe e non e abilmente scansando la retorica cui l’argomento facilmente si sarebbe prestato – perché per chi visse “quegli anni importanti” al solo nominarli, gli Hüsker Dü, si “riapra una ferita nel petto, lì a sinistra”. Nel suo piccolo è una prova magistrale e in Italia colma un vuoto. Chi legge senza problemi l’inglese e vorrà eventualmente approfondire, potrà poi porre mano alla però troppo egomaniaca autobiografia di Bob Mould See A Little Light: The Trail Of Rage And Melody e all’ancora disponibile Hüsker Dü: The Story Of The Noise-Pop Pioneers Who Launched Modern Rock di Andrew Earles. Ma non ne avrà davvero bisogno. (Tuttle, pp.162, € 10)

Chi a “Blow Up” è abbonato ha ricevuto Hüsker Dü in omaggio con il numero estivo (luglio/agosto) della rivista. Gli altri potranno acquistarlo – eccezionalmente – in edicola nelle principali città italiane ancora per circa due mesi. Chi non riuscisse a trovarlo può ordinarlo qui.

3 commenti

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3 risposte a “Hüsker Dü: Songs And Stories

  1. Quando si parla di stampa italiana e Hüsker Dü, mi vengono in mente due brevi pensieri:
    1- gli articoli solitamente virano sull’agiografico, quando non è così la lettura è piacevole (1 volta su 50)
    2- trovo incredibile che, con tutto quello che si è scritto su di loro qui da noi, nessuno, almeno prima di “This Band Could Be Your Life”, abbia mai parlato dell’omosessualità di Hart e Mould.

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