Archivi del mese: luglio 2016

Ignoto alle masse: per Fred Neil

Fred Neil - Fred Neil

Se anche la versione di Tim Buckley (nel per il resto mediocre “Sefronia”) si rivelerà inarrivabile, l’originale di The Dolphins che nel gennaio 1967 apre il terzo e omonimo LP (primo di tre per la Capitol) di Fred Neil è nondimeno un colpo al cuore: melodia funerea tracciata da una chitarra adeguatamente acquatica cui al secondo giro si unisce la batteria di Billy Mundi (Zappa, Dylan, Buckley). Neil presagisce forse l’avvicinarsi della Summer Of Love e ha scelto, dopo due dischi più marcatamente folk, l’elettricità. Il gruppo, che è completato dai chitarristi Peter Childs e Cyrus Faryar e dal bassista Jimmy Bond, lo asseconda magistralmente nel passo felpato di I’ve Got A Secret come in quello trottante di Sweet Cocaine, in una Ba-De-Da che sa più di saudade che di blues come nella frenesia diddleyana di Green Rocky Road. L’empito psichedelico in tralice nella voce levitante e negli arabeschi di acustica di Faretheewell trova pieno sfogo negli 8’10” dello strumentale Cynicruspetefredjohn Raga, visionario punto di arrivo di un secondo lato aperto da una versione di Everybody’s Talkin’ più scarna, lenta e meditativa di quella di Harry Nillson che impazzerà da lì a due anni nella colonna sonora di Un uomo da marciapiede e nei Top 10 USA.

Ma John Voight non è ancora il marchettaro del capolavoro di John Schlesinger e Fred Neil è tanto riverito dai colleghi (Dylan in testa) quanto ignoto alle masse. Pochi si accorgono che quest’album è una pietra miliare e ancora meno lo seguiranno, un anno dopo, sugli accidentati sentieri di “Sessions”. Di fatto un congedo (il successivo “Other Side Of This Life” mezzo dal vivo e mezzo di ritagli) prima di un salingeriano ritiro con al fondo la prematura scomparsa, il 7 luglio 2001.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.268, maggio 2006.

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L’afrojazz ante litteram di Art Blakey

Art Blakey & The Jazz Messengers - Drum Suite

Schifati – come dovrebbe esserlo chiunque, audiofilo o no, ami la musica – da un certo modo di registrare, mixare e masterizzare che ha preso piede con la diffusione dell’mp3? Convinti che la media delle incisioni degli anni ’70 sia parecchio superiore a quella di un’attualità in tal senso discutibilissima? Io lo sono, ma a lasciarmi davvero stupefatto sono sovente registrazioni ancora più antiche. Credo di averne ascoltate poche in vita mia della sovrannaturale (perché naturalissima) nitidezza di quelle contenute in questo LP che era uno dei tanti mandati nei negozi da Art Blakey in un 1957 eccezionalmente produttivo. Voglio esagerare, ma non credo di esagerare, asserendo che la prima facciata di questo 33 giri da incorniciare già soltanto per la copertina contiene le percussioni (all’opera tre batteristi, incluso il titolare, e due bonghisti) meglio riprodotte di sempre.

All’audiofilo potrei suggerire che dovrebbe porre mano al portafoglio anche solo per questo, per avere un’incisione di riferimento in materia di percussioni. A chi semplicemente ama la musica dirò che a rendere obbligatorio l’acquisto bastano e avanzano sempre i diciotto prodigiosi minuti (dimenticavo: eternati “buona la prima” da un gruppo che era convinto che si stesse semplicemente provando per aggiustare i livelli) della Drum Suite vera e propria. La temperie visionaria nutrita ad Africa e America Latina e le tempeste ritmiche di The Sacrifice, Cubano Chant e Oscalypso abbagliano tuttora ed erano in ultradecennale anticipo non solo su certo jazz da “Bitches Brew” in poi ma sull’afrobeat e sul rock che comincerà a fare i conti con le musiche etniche. Ascoltatela e sappiatemi dire. Unica controindicazione: al confronto, l’impeccabile ma canonico hard bop del secondo lato potrebbe sembrarvi la faccenda scipita che assolutamente non è.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, maggio 2015.

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