L’heavy mental jazz di Miles Davis, a venticinque anni dalla morte

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Più che spegnersi Miles Davis si bruciava, in un ultimo rabbioso falò, venticinque anni fa a oggi. Poche settimane prima aveva suonato a Roma, spettacolo di cui fui testimone per soli venti-venticinque minuti prima di dovere andar via, per ragioni che non sto qui a esporre per non bruciare anch’io, al ricordo, in un rabbioso falò. Se si parla di concerti, resta il rimpianto più grande di tutta la mia vita.

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Bitches Brew (Columbia, 1970)

Unico album tradizionalmente incasellato nel jazz fra questi magnifici mille (a meno di non contare i Weather Report), in forza di un’influenza sul rock che ha attraversato i decenni (per informazioni citofonare Tortoise), “Bitches Brew” è opera che sfugge in realtà a qualunque catalogazione, lago di suoni cui concorrono innumerevoli fiumi che mischiandosi diventano cosa definitivamente altra da ciò che erano. E difatti mai disco divise così il pubblico del jazz, che sarà al contrario unanime sui successori, bollati come apostasie commerciali quando in verità il Brodo di Cagne aveva venduto di più. Così, per non fare che due titoli, l’ultrachitarristico “A Tribute To Jack Johnson” del 1971 e l’ancora più straordinario “On The Corner”, di cui state per leggere.

Il Davis che mette mano a questo imponente (e per molti indisponente) doppio ha passato da poco i quaranta e ha alle spalle il più glorioso dei futuri: fiancheggiatore giovinetto di Charlie Parker e dunque protagonista della rivoluzione bebop, iniziatore del cosiddetto “cool” nel 1949, esponente di prima schiera dell’hard bop di metà ‘50, apripista del modale nel 1959 con quel “Kind Of Blue” che è a detta di molti il migliore LP jazz di sempre, ha disseminato i ‘60 di 33 giri bellissimi e universalmente acclamati. Ma per la prima volta, sopravanzato dalla pattuglia della New Thing, non è più all’avanguardia e cresce in lui il fastidio per la percentuale via via più esigua di neri e giovani in platea. Il timore di venire considerato un sopravvissuto lo attanaglia con la stessa intensità con cui lo fanno fremere d’ammirazione il blues elettrico, James Brown, Jimi Hendrix. “Bitches Brew” incorpora questo e tantissimo d’altro, dai ritmi africani al raga, a passaggi proto-ambient, a fughe psichedeliche. Limitativo dire che nulla nel jazz sarà più lo stesso, dopo. Più appropriato annotare che il jazz da qui in poi guarderà quasi sempre indietro, non avanti. In questo senso, oltre che atto di nascita di un mondo nuovo, è anche pietra tombale su uno giunto al capolinea di una gloriosa esistenza.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

The Complete Bitches Brew Sessions (Columbia, 1998)

Prestate attenzione alla brevità del periodo coperto da queste incisioni: agosto 1969-febbraio 1970. Fate poi il conto di quanta musica c’è nei quattro CD: quasi quattro ore e mezza. Nella più che quarantennale vicenda artistica di Miles Davis furono probabilmente i sette mesi maggiormente prolifici ma a sbalordire, più che la quantità, è la qualità del materiale finora inedito che, posto a seguito di titoli che hanno fatto la storia della musica di questo secolo, non esce sfigurato dal confronto. Nessuno dei nove brani (due sono alternate takes) sottratti all’oblio ha il gusto polveroso della curiosità d’epoca, utile magari all’archivista ma di scarso interesse per il semplice appassionato. Almeno uno (Recollections: piacerà assai ai cultori di David Sylvian) entra di diritto nel novero dei massimi capolavori davisiani di sempre.

“Bitches Brew” così come lo abbiamo conosciuto finora occupa il primo dischetto e un terzo del secondo, con la sequenza che abbiamo imparato a memoria rispettata. Da lì in avanti, in ordine scrupolosamente cronologico, viene esposto il resto del tesoro: metà circa del doppio antologico “Big Fun” (si raccomanda particolarmente il funky spaziale di Great Expectations), un irrinunciabile estratto dalla raccolta “Circle In The Round” (una hippissima e chilometrica rilettura della Guinnevere di David Crosby), un dispensabile frammento di “Live/Evil” (non è un giudizio di merito, è solo che il disco è in catalogo e facilmente reperibile), un raro 45 giri (The Little Blue Frog) e gli inediti di cui si diceva, in diversi dei quali sono protagonisti assoluti il sitar di Khalil Balakrishna e le tabla di Bihari Sharma. Ne consegue che gli aromi d’India già evidenti in “Bitches Brew” impregnano più che mai il tessuto sonoro, creando peculiarissimi impasti con una tromba che sceglie di preferenza gli accenti del lirismo ma sa farsi imperiosa. Restano a lungo nella memoria la cinematografica e spagnoleggiante Trevere, i colori pastello di Feio, la delicatezza di Take It Or Leave It.

“The Complete Bitches Brew Sessions” si segnala come la più entusiasmante opera di riordino del catalogo davisiano dai tempi ormai lontani di “Chronicle” (la raccolta completa di tutte le incisioni per la Prestige dal ‘51 al ‘56) e anche chi possiede l’album originale farà bene a meditarne l’acquisto. Se volevate comprare una sola ristampa quest’anno, l’avete trovata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.7, settembre/ottobre 1998.

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On The Corner (Columbia, 1972)

All’apparenza monolitico, “On The Corner” se ci guardi attraverso con attenzione è un prisma che non smette mai di mostrare immagini. Vi convivono, inestricabilmente intersecate, le dimensioni in apparenza inconciliabili del duro funk di strada di George Clinton, di Sly Stone e di James Brown (la batteria di Black Satin riprende pari pari quella di Cold Sweat) e dell’avanguardia colta europea di Stockhausen (al cui culto, come a quello dei concerti per archi di Bach, Davis era stato iniziato dall’arrangiatore e violoncellista britannico Paul Buckmaster). Minimalista e nel contempo incredibilmente stratificato, lisergico e ritmicamente carico all’estremo, è il disco senza il quale sono inimmaginabili James White e James Blood Ulmer, i Material e i Defunkt, i Living Colour e i Public Enemy (né sarebbe esistita, senza il Miles Davis ’69-’75, quella strana bestia mutante chiamata post-rock). Ed è anche il disco con il quale la frattura del trombettista con il resto della scena jazz – provocata da “Bitches Brew” e allargata a dismisura dall’hendrixiano “A Tribute To Jack Johnson” – diveniva incolmabile: tanto è vero che, a quasi quarant’anni ormai dalla stroncatura di “Down Beat” (“ripetitivo e noioso”, lo trovò il recensore), le enciclopedie ancora lo schifano.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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Dark Magus (Columbia, 1977)

“The Miles Experience”: così Dave Liebman, sassofonista e flautista nell’ottetto che accompagnò Davis alla newyorkese Carnegie Hall la notte che questo doppio venne registrato – era il 30 marzo 1974 – intitola l’assieme di ricordi personali e annotazioni da musicologo che, con i crediti e alcune foto, occupa il libretto. Allude più che altro alle emozioni e al bagaglio di insegnamenti rimastigli della pur breve permanenza (meno di un anno e mezzo) nella band del Divino, ma ovviamente c’è anche un richiamo a Jimi Hendrix. E allora gettate un occhio all’elenco dei musicisti e contatele le chitarre: non una, non due ma addirittura tre, la terza del resto a sostituire quel sitar elettrico la cui presenza nei mesi precedenti aveva dato se possibile anche più scandalo – cioè: più scandalo del trombettista per antonomasia che passa buona parte del concerto chino su un organo? – oppure no. Nel senso che i jazzofili DOC a quel punto Miles l’avevano ripudiato da un pezzo, avevano smesso del tutto di seguirlo lasciandolo a quel poco di pubblico rock disposto a (capace di) seguirne le vertiginose evoluzioni. Quello che due anni prima aveva decretato il relativo successo di “On The Corner”, più che evoluzione ultima del percorso cominciato con “Bitches Brew” e proseguito con “A Tribute To Jack Johnson” un salto quantico verso un ulteriore, inaudito “brave new world”. Uno in cui Stockhausen è nero e suona il funk di James Brown, di Sly Stone, di George Clinton virandolo alla Hendrix e nel contempo riportandolo definitivamente all’Africa.

Talmente fisico da farsi inevitabilmente cerebrale, primo pannello di un trittico delineatosi molto a posteriori (gli altri “Agharta” e “Pangaea”), “Dark Magus” risulta ancora alieno. Vogliamo chiamarlo heavy me(n)tal jazz?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.257, maggio 2005.

5 commenti

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5 risposte a “L’heavy mental jazz di Miles Davis, a venticinque anni dalla morte

  1. Gianmarco

    libero o no di crederci, anch’io fui costretto dalla mia fidanzatina di allora, che avevo “imbucato” grazie alla rai (per il tg regionale curai il servizio del giorno dopo), a lasciare l’olimpico dopo una mezz’oretta di miles e dopo essermi sorbito tutto pat metheny in un’edizione più magniloquente e fastidiosa del solito. quando, dopo neanche due mesi, seppi che era morto, maledissi la tipa. e subito dopo (ma per tutt’altri motivi) fui anche mollato… sono passati 25 anni, accidenti!

  2. hai presente il livello del tglazio? mica era una recensione x ghiaccio bollente, era un pezzullo di cronaca con vaghi accenni alle performances della serata.

  3. giuliano

    Quel concerto romano rimane un rimpianto anche per me: non mi fu possibile andare. Ci andò invece un mio amico, a cui del jazz e di Miles Davis non importava pressoché nulla. Mi disse che riuscì anche a salutarlo a fine performance, mentre il maestro stava andando via. Pare che il maestro rispose al saluto, da lontano. E vabbè.
    Il fatto è che non riuscii a vederlo neanche a Umbria Jazz 1989. Rimasi a Perugia alcuni giorni e dovetti partire la sera prima, perdendomi una performance che le cronache ricordano come indimenticabile. Feci (putroppo) in tempo a vedere Stanley Jordan (pensa te). Ma anche McCoy Tyner insieme a George Benson.
    Fu sempre all’Olimpico che seppi della scomparsa di Miles. Il giorno dopo, durante un Lazio-Inter che perdemmo per 1 a 0, una delle poche partite vinte da Orrico. Per terra c’era una copia spiegazzata della Repubblica con la notizia. Insomma, una domenica da dimenticare. Poi dice che uno si butta a sinistra.

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