Paul Simon: Still Genius After All These Years

Paul Simon festeggia oggi i suoi primi tre quarti di secolo: ancora in forma apprezzabile per quanto è dato di sapere, ancora con le orecchie bene aperte e la voglia di sperimentare, come testimonia il recente “Stranger To Stranger”. Lo celebro recuperando un articolo sulla sua carriera solistica che scrissi per “Il Mucchio”.

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In missione nella Big Apple nel 1993 per intervistare Paul Simon per “Q”, conversazione vagamente giustificata come questo articolo dall’uscita di un cofanetto (il più recente lavoro in studio del Nostro aveva tre anni e quattro sarebbero trascorsi prima che un titolo nuovo si aggiungesse allo smilzo elenco), Giles Smith raccontava di un ufficio al Brill Building di sobria eleganza (la più costosa) con spettacolare vista su Times Square. E riferiva della presenza, adagiato su un tavolino da caffè, del dieci pollici incorniciato di Hey Schoolgirl, singolo d’esordio del duo Simon & Garfunkel sotto l’imbarazzante alias (imposto dalla casa discografica) di Tom & Jerry. L’anno era il 1957 e i due, coetanei, avevano dunque sedici anni, ma quella canzoncina in stile Everly Brothers Paul Simon l’aveva scritta a quattordici, massimo quindici. “Uno degli ultimi 78 giri”, faceva notare a Smith, lì apposta per ricostruirne la già ultratrentennale vicenda artistica per tramite di una decina di brani particolarmente significativi. E tutto questo ho riferito per potere porre al lettore la seguente domanda, retorica: quanti altri protagonisti del pop e/o del rock gli vengono in mente che abbiano traversato la storia della musica registrata dal 78 giri al SACD restando sempre validi, attuali, sulla cresta dell’onda? Di questo grande poeta newyorkese (da qualche parte fra Woody Allen e Lou Reed fra quanti hanno incarnato l’essenza cittadina) la WEA ha appena mandato nei negozi “The Studio Recordings 1972-2000”, box di nove compact avarissimo di informazioni (nulla anzi a parte i testi e i crediti originali) e viceversa discretamente generoso di tracce aggiunte (una trentina), sebbene nessuna particolarmente significativa. A parte che oltre ai due live (ovvia assenza visto il titolo) incredibilmente manca all’appello il successone del 1978 Slip Slidin’ Away, non si potrebbe comunque qualificare come l’opera omnia del nostro eroe fuor dalla più celebre coppia che la musica popolare del Novecento ricordi: ce lo si dimentica regolarmente ma, prima di rinnovare per la prima e più fruttuosa volta il sodalizio con l’eterno amico/nemico/fratello, Simon aveva già pubblicato un LP in proprio, nel 1965. Dettagli. Conta l’impressione che procura riascoltare di seguito una discografia dalla qualità direttamente proporzionale alla quantità e nove album in ventotto anni, che sono poi trentadue, certificano il trovarsi di fronte a uno che si concede con ritrosia, che saggiamente tace quando sa di non avere da dire nulla, non dico di valido in assoluto ma del livello di quanto detto in precedenza. Facessero tutti così!

Tre anni fa, sempre nell’ambito di questo inserto, raccontavo di un’analoga operazione posta in essere dalla Sony con un “The Columbia Studio Recordings 1964-1970” di Simon & Garfunkel. Da lì riparto. AD 1970, il quinto o sesto 33 giri del duo (a seconda che si conti o meno la colonna sonora de Il laureato), “Bridge Over Troubled Water” capeggia per mesi le classifiche su entrambe le sponde dell’Atlantico. Sciogliersi in quel preciso momento è un suicidio commerciale da fare invidia a quello appena inscenato dai Beatles, ma tant’è: la coppia è scoppiata. È che Paul si è definitivamente scocciato di tirare la carretta, di essere autore unico del repertorio quando poi a Art bastano un gorgheggio da usignolo e quella faccia d’angelo che si ritrova per risultare la star vera. Facesse da solo se ne è capace! Con la voglia che umanamente si può comprendere (così come che il socio ci resti male e si senta tradito) di posizionarsi infine al centro della ribalta, Paul Simon appronta nella seconda metà del 1971 il 33 giri che esce l’anno dopo e come titolo porta semplicemente le sue generalità. Esordio in proprio… ooops! mi è scappato… di successo (ebbene sì: quarto nella graduatoria statunitense) oltre le attese e di al pari formidabili gradevolezza e pregnanza, a posteriori esemplare pure per come già delinea molto di quello che verrà. Ad esempio un interesse decisamente in anticipo sui tempi per quella che con un brutto termine verrà definita world music. Già in “Bridge Over Troubled Water” Simon si era prodotto nell’escursione andina invero un po’ kitsch di El condor pasa. Qui la replica, con maggiori gusto e misura, in Duncan e quel che più conta si trova a rivendicare il diritto di primogenitura in materia di connubio fra rock e reggae, anticipando di due anni l’Eric Clapton di I Shot The Sheriff, di uno l’ascesa allo stardom in Gran Bretagna di Bob Marley, di qualche mese il fenomeno The Harder They Come. Il brano si chiama Mother And Child Reunion ed eccolo lì, giusto in apertura, registrato in Giamaica e con Leslie Kong in regia. Apice di un disco senza depressioni, squisito in toto, si tratti di passeggiate sul lato jazz della vita come Everything Put Together Falls Apart e Run That Body Down o di un blues a momenti alla Kaukonen come Armistice Day, dell’irresistibile calypso Me And Julio Down By The Schoolyard o del folk incantato e circense di Papa Hobo, o ancora dell’attaccata marcetta old time Hobo’s Blues.

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Copertina coloratissima su carta quadrettata da scuola elementare, con una buffa e tenera immagine giovanile in alto a destra sul davanti, “There Goes Rhymin’ Simon” è una faccenda dell’anno dopo, altrettanto convincente e ancora più premiata, non solo da un pubblico che si è evidentemente rassegnato a fare a meno di Garfunkel ma pure da una critica entusiasta: melodia ineffabile che si distende mentre l’orchestrazione gradualmente si gonfia, American Tune è designata da un ancora autorevole “Rolling Stone” a “canzone dell’anno”. L’album gioca deliziosamente a rimpiattino fra gospel e rock’n’roll, scherza con il blues e New Orleans (una programmatica Take Me To The Mardi Gras), non disdegna la ballata crepuscolare (archi si infiggono nel cuore della meravigliosa Something So Right). Se One Man’s Ceiling Is Another Man’s Floor è singolarmente sghemba e lunare, nella delicata St.Judy’s Comet ci si aspetta da un momento all’altro che entri Art. L’attesa durerà due anni. E sì… Alle prese con un doloroso divorzio la cui ombra si allunga su molte canzoni, a cominciare da quella che lo inaugura e lo intitola, in “Still Crazy After All These Years” il nostro uomo trova una qualche consolazione tornando a duettare in My Little Town con Garfunkel. Scelta interessante, da sottoporre a uno psicanalista, giacché in contrasto con spartiti che potrebbero appartenere a James Taylor il testo più che disincantato si può dire cinico, degno del Randy Newman più sferzante, e chissà cosa ne pensò l’amico ritrovato: un’offerta di riconciliazione o un ulteriore rimarcare le distanze? Niente in questo LP memorabile è quello che sembra e invidio Luke Torn per la centratissima definizione che ne ha dato: “torch music for the broken-hearted”. Davvero vi si respira, come ha scritto l’articolista di “Uncut”, quella medesima, corrosiva tristezza che anima il coevo (e pur’esso ispirato dalla fine di un amore) “Blood On The Tracks”. Anche se musicalmente, avrete inteso, non potrebbero essere più lontani. “Still Crazy” è morbido e morboso, con un retrogusto amaro pure in un brano apparentemente ludico come 50 Ways To Leave Your Lover, marcetta che decolla con un break impossibilmente istantaneo, o in una Have A Good Time dal sofisticato arrangiamento sfregiato giusto alla fine da uno schizoide assolo di sax (Phil Woods: puro vetriolo free). Chiusura funebre, dopo tanto tenersi la pancia per le risate, con una Silent Eyes il cui argomento è l’Olocausto. Ci credereste? Il più venduto degli LP di Paul Simon fino a quel momento.

È una prima, netta linea di demarcazione tracciata nella sua carriera solistica, ci vorranno cinque anni prima di avere un altro album dal Nostro e sette prima di un seguito vero, visto che “One Trick Pony”, che vede la luce nel 1980, è la colonna sonora dell’omonimo disastro cinematografico. In rotta con la Columbia e moderatamente corteggiato dal mondo della celluloide (appare in Io e Annie di Woody Allen e in All You Need Is Cash dei Rutles), Simon paga di tasca sua il milione e mezzo di dollari richiesto per la rescissione del contratto, passa alla Warner, si illude di avere un futuro come attore vero e – hai visto mai? – regista. Il disco è (e va) un po’ meglio del film (in Italia Divorzio stile New York), ma non molto, ed è il suo singolo album di cui si può fare serenamente a meno, con qualche rimpianto per Late In The Evening. Fatene a meno allora, visto che – dimenticavo – non c’è bisogno di comprare per forza il box, i titoli in esso inclusi sono disponibili anche separatamente, e passate al successivo di due anni “Hearts And Bones”, pietra tombale su un quarto divorzio: dopo quelli da Garfunkel, dalla prima moglie Peggy, dalla Columbia, tocca alla seconda moglie, Carrie Fisher, finire in archivio. Anzi: su un quinto, visto che nel frattempo con Art si è celebrata la pace con un epocale concerto a Central Park divenuto pure un doppio dal vivo e poco dopo è stata di nuovo rottura, con tanto di tour con le ultime date annullate per i litigi fra i due e di tracce vocali di Garfunkel cancellate dai nastri di un disco pensato all’inizio come quello della reunion in studio. Lavoro ineguale con una prima metà senza guizzi e una seconda al contrario magnifica, forte di tre delle canzoni più belle di sempre del Messere, una Train In The Distance da Steely Dan esistenzialisti, la dolcissima Rene And Georgette Magritte With Their Dog After The War, lo struggente omaggio allo scomparso John Lennon The Late Great Johnny Ace. E dopo, altri quattro anni di silenzio. Il ritorno sarà in tutti i sensi fragoroso.

A parte che gli album più recenti (“Songs From The Capeman” del 1997 e “You’re The One” del 2000), controversi e non completamente riusciti ma comunque punteggiati di episodi notevoli, sono troppo prossimi a noi per potere estesamente figurare in un articolo in “Classic Rock”, volutamente ho dato quasi per intero lo spazio a disposizione al Paul Simon dei ’70. È che “Graceland” (1986), di cui “The Rhythm Of The Saints” (1990) è una riedizione traslocata in Brasile, è opera oltre che fantastica supremamente ingombrante. Oggetto al tempo di polemiche che oggi risultano incomprensibili (si accusò Simon di avere violato l’embargo contro il Sudafrica e tecnicamente era vero; fu però violazione non soltanto in buona fede ma di sommo aiuto alla causa di Mandela), ha finito con il suo straordinario impatto (primo disco di world, o per meglio dire di pop africano, in cima alle classifiche) per fare passare nel pensiero comune il concetto che ci siano stati due soli Paul Simon: quello dei ’60 e delle rimpatriate che ogni tanto ritenta con Garfunkel; quello degli ’80, circondato sul palco da decine di musicisti, cantanti, ballerini neri. Volevo, per il poco possibile, sfatarlo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.601, 23 novembre 2004.

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