Il trip più glorioso dello sciamano Julian Cope

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All’osservatore che ne ha seguito – curioso, inizialmente esaltato e poi sempre più sconcertato – la carriera post-Teardrop Explodes, il Julian Cope che nel marzo 1991 pubblica il settimo lavoro da solista in altrettanti anni pare, dopo che in forte crisi di credibilità, in evidente affanno. Uno che a forza di sentirsi dare del Syd Barrett forse un altro Syd Barrett lo è diventato sul serio e purtroppo nel senso che si è perso. Ha guardato nell’abisso e l’abisso se l’è preso, senza nemmeno pagarne l’anima con qualche canzone sublime. Quale il possibile seguito dopo le sgangheratezze da acido cattivo sfiorito di “Skellington” e “Droolian”? O un ulteriore scivolare nel solipsismo, parrebbe, oppure – rimedio quasi peggiore del male – il ritorno al rock tirato a lucido, ma intimamente vuoto, dell’esecrabile per ragioni opposte “My Nation Underground”. Sia quel che sia, anche il cultore più acceso più che temere dà per scontato che sia avviato senza rimedio al declino. Resta soltanto da vedere se sarà drammatico o ridicolo, o le due cose insieme. “Peggy Suicide” spariglia come nessuno si sarebbe atteso, segna probabilmente lo zenit della vicenda artistica del Nostro – giocandosela con i primogeniti gemelli diversi “World Shut Your Mouth” e “Fried” – e inaugura oltretutto una metà di decennio semplicemente favolosa, scandita da successori quasi altrettanto fenomenali chiamati “Jehovahkill”, “Autogeddon”, “20 Mothers”. Non volerà mai più così in alto, tracciando la rotta con strategie da grande studioso del rock, lucidità da illuminato, profondità di visione da sciamano.

In quest’opera vagamente concettuale, ispirata da un sentimento di rivolta per lo scempio che l’uomo va facendo del suo pianeta e monumentale pure per dimensioni – la scaletta originale distribuisce su quattro facciate (è uno degli ultimi capolavori evidentemente concepiti in funzione del vinile) diciotto brani per un’abbondante ora e un quarto – c’è tutto il Cope che già c’era stato e quello che ci sarà. Vivono sotto lo stesso tetto in splendida comunione di amorosi sensi il melanconico pop da camera di Pristeen e Las Vegas Basement e quello impossibilmente esultante di Beautiful Love, gli struggimenti di Promised Land e la giocosa danzabilità di Soldier Blue, il post-krautrock di Head e la neo-funkadelia di The American Lite, i motorismi in salsa jazz di You… e l’Hendrix a un rave di Leperskin, l’elettrica epicità di Safesurfer e le sperimentazioni “in dub” di Hung Up & Hanging Out To Dry. La “Deluxe Edition” aggiunge un CD di remix invecchiato certo meno bene della pietra miliare cui si accompagna (si sente dal principio alla fine – qui sì – che è figlio del tempo di Madchester e di “Screamadelica”) ma nel complesso affascinante. Giusto un altro tipo di trip.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.663, ottobre 2009. Julian Cope compie oggi cinquantanove anni.

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2 commenti

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2 risposte a “Il trip più glorioso dello sciamano Julian Cope

  1. Anonimo

    Tra i dischi migliori degli anni 90

  2. DaDa

    Con Fried il miglior disco del druido secondo me. La sua versione della psichedelia declinata in 4 facciate di vinile, che, all ‘epoca, ho letteralmente distrutto di ascolti.

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