She Learned The Hard Way (un omaggio a Sharon Jones, 4 maggio 1956-18 novembre 2016)

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Alla fine purtroppo non ce l’ha fatta. Il brutto male ha vinto. Ma nei nostri cuori Lady Soul vivrà per sempre.

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100 Days, 100 Nights (Daptone, 2007)

Già la copertina inganna, anche se meno di quelle dei due album precedenti, ma ancora più di quella sono stile e sonorità a far dare per scontato, fintanto che non si gira la bella confezione cartonata e non ci si vede scritto sopra “2007”, che è una ristampa di un qualche misconosciuto classico dell’Età dell’Oro del soul che si sta ascoltando. Non fosse per quella data, ci si precipiterebbe a consultare questa o quella enciclopedia della musica nera e ci si sorprenderebbe e indignerebbe grandemente per l’assenza dalle sue pagine di Sharon Jones e numerosa (all’inizio un quartetto, ora un ottetto attorniato di ospiti) compagnia. Come è possibile che non venga ricordata un’interprete capace di simili, stellari interpretazioni? Il gospel-blues della title track, l’errebì supersexy di Nobody’s Baby, una Respect minore ma non tanto chiamata Be Easy, una Humble Me e una Answer Me che potrebbero confondersi esse pure fra il catalogo di Aretha “Lady Soul” Franklin, una Let Them Knock mediana fra la Chicago della Chess e la Memphis della Stax. E così via. Inconcepibile che il nome di Sharon Jones non venga citato nello stesso respiro che esala la gloriosa litania delle donne di James Brown: Vicki Anderson, Lyn Collins, Marva Whitney. Non fosse che…

Non fosse che la giunonica signora (nel suo curriculum vitae non solo i consueti esordi in chiesa ma anche un lungo periodo trascorso presso il carcere di Rikers Island: da secondina, mica da detenuta) è sì sulle scene dai tardi ’70 ma fino al fumigante debutto del 2002 “Dap Dippin’ With” non aveva rimediato che parti da corista. Arduo a credersi a fronte di una voce tanto espressiva, di una personalità sì pronunciata. Che “100 Days, 100 Nights” sembri in tutto e per tutto un album del 1967, o che sarebbe potuto uscire al più tardi nel ’71, lo farà sminuire da qualcuno a mero revival. Ma ognuno ha la musica nera che si merita e io trovo più vita e passione autentiche in uno di questi ahinoi appena trentaquattro (e scarsi) minuti che nelle intere discografie di tutte le madamine del nu-soul messe assieme.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.641, dicembre 2007.

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I Learned The Hard Way (Daptone, 2010)

Nelle storie di molti grandi del soul c’è un passaggio immancabile: prima di arrivare a cantare l’amore carnale si deve cantare quello per Dio. La biografia di alcuni di costoro contempla che più avanti, per scelta obbligata perché il successo è svanito o virtuosa giacché comporta la rinuncia a Mammona (non che il mercato del gospel sia povero, intendiamoci), alla chiesa si ritorni. A mia memoria però nessun grande del soul nel percorso dalla chiesa dell’adolescenza alla maturità per così dir profana ha fatto tappa per un carcere vissuto per diversi anni come se l’è vissuto Sharon Jones: da secondina. Se i conti non vi tornano sentendomi riferirmi alla giunonica signora con l’appellativo di “grande del soul”, be’, siete lettori un po’ distratti: l’album prima di questo, quel “100 Days, 100 Nights” che ha fra l’altro totalizzato vendite inconsuete in un ambito che non è proprio quello di una Alicia Keys (si parla di un centocinquantamila copie), su queste pagine venne a suo tempo incensato. Disco fumigante, ruggente, da qualche parte fra Aretha Franklin e Bettye LaVette, in prossimità di quella teoria di formidabili voci femminili che accompagnarono gli anni aurei di un concittadino della Jones, tal James Brown. Album appena numero tre per un’artista che frequentava palchi e studi di registrazione, da corista, già nei tardi ’70.

Il numero quattro per un verso spiazza, per un altro è lungi dal deludere. Fatto è che è molto più quieto, con una predilezione (senza proibirsi la saltuaria accelerata e il gusto di festa) per i tempi medi, i fiati avvolgenti, la ballata. Particolarmente memorabili una Window Shopping che potrebbe arrivare da Otis Redding e una Mama Don’t Like My Man da Sam Cooke al femminile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.309, marzo 2010.

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Soul Time! (Daptone, 2011)

Per un pezzo la storia di Sharon Jones è decisamente “già sentita”: comincia cantando in chiesa e lascia poi il sacro per il profano. Ma, se da corista incide tanto, uno che le offra di fare un disco da sola non si fa mai avanti ed è qui che il racconto comincia a farsi interessante. Non perché torna al gospel bensì per il lavoro che fa, visto che di arte non riesce a vivere: secondina a Rikers Island, galera newyorkese in cui gli afroamericani sono particolarmente prevalenti dalla parte sbagliata delle sbarre. Se questa vicenda fosse un film già ci si potrebbe sbizzarrire e tuttavia il meglio deve arrivare. Ormai prossima ai quaranta, Sharon trova un’etichetta, la piccola Desco, disposta a pubblicarle almeno dei singoli e basta per farsi una nomea – Nostro Signore nuovamente accantonato, ma non se ne avrà a male – di Queen Of Funk. Desco cresce, diventa Daptone e nel 2002 la Jones debutta in lungo con “Dap Dippin’”. Pochi se ne accorgono. Un po’ di più di “Naturally” (2005). Tanti di più di “100 Days, 100 Nights” (2007): centocinquantamila e sono numeri incredibili se si considera che non è di una Alicia Keys che si sta parlando. Di “I Learned The Hard Way”, che vedeva la luce nella primavera 2010, mi mancano dati attendibili e nondimeno l’impressione è che l’ascesa sia proseguita, irresistibile. Che “Soul Time!” non serva a rimediare a un inciampo bensì a battere un ferro ben caldo.

Raccolta di materiali usciti in precedenza su singoli e raccolte di autori vari, non si raccomanda naturalmente come primo approccio ma per i già convertiti appare imperdibile. Li delizieranno in particolare i pezzi più alla James Brown (Genuine, What If We All Stopped Paying Taxes?), lo splendido blues Settling In, una Without A Trace degna di Otis.

 Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.327, novembre 2011.

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Give The People What They Want (Daptone, 2013)

C’è voluto quello che una volta con pietosa ipocrisia si definiva “un brutto male” per porre in pausa per alcuni mesi la straordinaria e ormai ultradecennale seconda giovinezza di Sharon Jones. Tanto più eccezionale perché nella prima l’artista newyorkese non era riuscita a incidere che da corista, le sue rimarchevoli corde vocali sempre al servizio di altri e non ci si crede che per quasi tre decenni non ci sia stato un discografico disposto a offrirle una chance da solista e che per guadagnarsi da vivere abbia dovuto rischiarla la vita: da secondina nella famigerata galera di Rikers Island; da guardia giurata per la Wells Fargo. La faccio breve. La ruota della fortuna un bel dì girava e nel 2002, già quarantaseienne, la Jones pubblicava un primo album, “Dap Dippin’”, dopo il quale nulla sarebbe più stato lo stesso né per lei né per quelli che da allora sono i suoi accompagnatori fissi, i Dap-Kings, turnisti più che mai richiesti che si ritroveranno fra il resto a fare da backing band per Amy Winehouse. L’ascesa artistica e commerciale della signora sembrava inarrestabile – ogni disco più acclamato e venduto del precedente – fintanto che la scorsa primavera, con l’uscita di questo “Give The People What They Want” già fissata per agosto, arrivavano le cattive notizie.

E adesso le buone. La Jones parrebbe aver vinto la sua battaglia, l’album sarà fuori il 14 gennaio ed è l’ennesima collezione fantastica di Sixties soul impregnato di funk e gospel. Con una sensibilità pop che risalta particolarmente in brani come Retreat e We Get Along (Four Tops e Miracles i chiari referenti), nella ballata Making Up And Breaking Up, in una You’ll Be Lonely che, se è Aretha, è una Aretha con Herb Alpert ad arrangiare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.349, gennaio 2014.

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1 Commento

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Una risposta a “She Learned The Hard Way (un omaggio a Sharon Jones, 4 maggio 1956-18 novembre 2016)

  1. Perdita immensa. Ciao Sharon, e grazie del tributo, Eddy.

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