Blues Magistralis: la lezione di John Mayall

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Compie oggi ottantatré anni l’uomo alla cui scuola si sono formate tante di quelle rockstar (e di quei splendidi musicisti) che non mi metto a fare elenchi per tema di scordare qualcuno di importante. Alla sua venerabile età, ancora fa concerti. Belli, mi si dice. Lo celebro recuperando le recensioni di due suoi classici e di quello che è a oggi l’ultimo album in studio.

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Blues Breakers With Eric Clapton (Decca, 1966)

Ci sono dischi la cui rilevanza storica sopravanza il valore artistico. È il caso di questo secondo album (primo in studio) della sempre cangiante compagine capitanata da John Mayall. L’importanza dei Bluesbreakers sta, più che in una discografia di medio livello fino ai primi ’70 e poi declinante (altri buoni episodi “A Hard Road”, “Blues From Laurel Canyon”, “The Turning Point”, un programmatico “Jazz Blues Fusion”), nell’essere stati università i cui corsi vennero frequentati da tante future stelle del rock, da Jack Bruce a Mick Fleetwood, da John McVie a John Almond, da Jon Mark a Andy Fraser, a Aynsley Dunbar. Qui, omaggiato con tanto di nome in copertina, c’è il Clapton transfuga dagli Yardbirds e non ancora pronto per i Cream. A proposito… Se la successione di chitarristi passati per i Gallinacci – Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page – vi ha sempre lasciati senza fiato, sentite questa: Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor. Bella lotta, eh?

Fatto salvo quanto si diceva dianzi sul fatto che prima e più che un piccolo capolavoro questo è un cruciale pezzo di storia, con il suo alternarsi di classici del blues e del soul (All Your Love di Otis Rush e Hideaway di Freddie King, la Rambling On My Mind di Robert Johnson e la What’d I Say di Ray Charles) e originali scritti in scolastica ma bella calligrafia dal leader, il disco risulta a tutt’oggi fresco, gradevole. Per questa “Deluxe Edition” del quarantennale la Decca ha accostato i missaggi sia in mono che in stereo già accoppiati in una stampa del ’98 e integrato ulteriormente con un CD (dalla fedeltà a volte traballante) di assortite rarità e registrazioni live e radiofoniche. Non solo per (a questo punto esausti) cultori terminali.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.273, novembre 2006.

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Blues From Laurel Canyon (Decca, 1968)

Affrontando su queste stesse pagine un anno fa la “Deluxe Edition” di “Bluesbreakers With Eric Clapton” annotavo che ci sono dischi la cui rilevanza storica sopravanza il valore artistico e che valeva per il secondo album della sempre cangiante compagine capitanata da John Mayall. Appuntavo poi che l’importanza di questo autore, cantante e chitarrista britannico sta, più che in una discografia di medio livello fino ai primi ’70 e poi declinante, nell’essere stato un valente docente universitario i cui corsi vennero frequentati da tante di quelle future stelle del rock che a elencarle in una recensione non ci sarebbe lo spazio per scrivere d’altro. Mi dichiaro d’accordo con me stesso. Concordo meno e anzi per niente rispetto a quando, per distrazione o poca chiarezza, davo a intendere che l’album di cui Slowhand fu il mattatore resta in ogni caso l’apice della produzione di Mayall. Mica vero. Se si parla non di influenza ma di risultati se la giocano i successivi “Blues From Laurel Canyon” e “The Turning Point”, fra l’altro smentendo la leggenda di un Mayall purista delle dodici battute. Fornisce capitali prove al riguardo proprio questo gioiellino, al tempo (le registrazioni risalgono all’agosto ’68) congedo dalla Decca e formalmente il primo 33 giri del dopo-Heartbreakers, sciolti un mese prima che il nostro uomo vi ponesse mano.

Frutto come dichiara già il titolo delle impressioni ricavate da una vacanza nei pressi di Los Angeles, il disco azzarda atmosfere soffuse e piccole digressioni acidule (qui e là tocchi garagistici o alla Cream) come mai in precedenza. Fa trapelare influenze psichedeliche e lavora sugli intarsi. A ben sentire, per Mayall il “turning point” originale fu questo. Due le tracce aggiunte alla scaletta d’epoca.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.283, ottobre 2007.

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Find A Way To Care (Forty Below, 2015)

Il 7 dicembre 1964 John Mayall festeggiava, qualche giorno in ritardo, il trentunesimo compleanno registrando in un club londinese quello che nel marzo dell’anno dopo sarebbe diventato il suo primo LP. In un mondo, quello della musica pop, in cui ventenni o poco più si stavano prendendo il potere era già – ebbene sì – un vecchio. Entro breve avrebbe perlomeno avuto la consolazione di venire considerato un Grande Vecchio, essendo divenuti i suoi Bluesbreakers una scuola per future rockstar. È passato oltre mezzo secolo e il nostro uomo ancora va in tour, ancora pubblica dischi. Dei concerti non saprei dire, se non de relato: amici riferiscono che se la cava alla grande. Io posso raccontarvi giusto questo nuovo album, che tallona dappresso un applaudito “A Special Life” (ma davvero!) che si era invece fatto attendere a lungo. E la sapete una cosa? È un altro signor disco.

Premesso che la voce (del resto non un punto di forza nemmeno negli aurei anni ’60) tiene abbastanza e che Mayall lascia che a sbizzarrirsi alla chitarra sia il bravo Rocky Athas, preferendo di suo restare seduto dietro una quantità di differenti tastiere, ci si può concentrare su un programma di tre quarti d’ora e dodici canzoni, inegualmente divise fra cover (sette) e composizioni originali (cinque). A sorpresa: meglio le seconde, fra le quali meritano assolutamente una menzione una Ain’t No Guarantees sospinta da un Hammond in gran spolvero e un basso funky, una traccia omonima fragrante di soul sudista e, in special modo, il congedo per soli piano e voce Crazy Lady. Che sarebbe già suonato molto Old Time nel ’64. Fra le cover citerei un Mother In Law Blues (formalmente del produttore Don Robey, ma chissà…) squillante su ritmica pigra e un Drifting Blues (Charles Mose Brown) jazzato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015.

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