Gli anni selvaggi di Tom Waits (con successive variazioni sul mulo)

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Swordfishtrombones (Island, 1983)

OK, mancano i sax, come fece notare l’autore presentandolo come una conquista, e però in compenso ci sono trombe e tromboni, corni e cornamuse. E poi, predominanti sugli arnesi consueti del rock, harmonium, banjo, coppe di vetro, percussioni di ogni tipo: anche africane, anche industriali. Il cambiamento posto in atto dal primo LP per la Island dopo i sette su Asylum è evidenziato già dall’elenco degli strumenti usati per declinare una musica caleidoscopica e sapientemente disarticolata, coacervo di folk improbabili e cabaret, marcette circensi, blues sciamanico, ballate come incantesimi che fermano il tempo.

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Rain Dogs (Island, 1985)

Avendo sparato alla luna con quello che in molti tuttora percepiscono come un secondo esordio, Tom abbassa il tiro recuperando, fra contorsionismi ed elegie, una forma più classica di canzone. Classicissima in un tris di brani (Hang Down Your Head, Time, Downbound Train) da Springsteen al top. È il disco newyorkese (ma c’è dentro pure tanta New Orleans) dell’artista californiano, cui dà man forte un parterre de rois di musicisti da non crederci. Basti dire che le chitarre sono affidate a Marc Ribot, Chris Spedding, G.E. Smith, Keith Richards.

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Franks Wild Years (Island, 1987)

Tesi, antitesi, sintesi: quella che finisce per delinearsi come una trilogia con protagonista quel Frank Leroux che compariva per la prima volta in scena per l’appunto in “Swordfishtrombones” trova qui compimento e un insuperabile punto di equilibrio. Lavoro che mischia scampoli sinatriani e ballate western, gite sul Bosforo e music hall surrealista, rumbe e siparietti felliniani, ninnananne e jazz da freaks nell’accezione Tod Browning del termine.

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Bone Machine (Island, 1992)

È il disco più percussivo e sperimentale del Nostro, il più frenetico, rumoristico, atonale, con punte di autentica cacofonia. Nondimeno tutto si tiene, in forza di una teatralità spinta come non mai e di una scrittura capace di piegare ai suoi scopi la forza primordiale del suono. Opera ansiogena e persino apocalittica con nei risvolti però un lirismo che punta il cuore e la giugulare con pari precisione. Grammy Award come “Best Alternative Music Album”.

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Mule Variations (Anti-, 1999)

Sette anni dopo, e alla prima uscita per un’etichetta che più “alternative” non si potrebbe, Tom vince un secondo Grammy, stavolta come “Best Contemporary Folk Album” ed è come dichiarare che nessuno sa davvero dove incasellarlo. Atteso sei anni, “Mule Variations” si fa perdonare con il minutaggio più corposo (70’42”) dell’intero catalogo e con il suo essere a sua volta catalogo di un po’ tutti i Tom Waits ascoltati fino a quel punto. Non il disco più bello del nostro uomo, però uno dei più rappresentativi.

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Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards (Anti-, 2006)

Cinquantaquattro brani (trenta mai sentiti, i restanti presenti giusto nelle collezioni degli esegeti terminali) distribuiti su tre CD e divisi fra pezzi di ascendenze blues e rock, ballate e composizioni più sghembe o spoken. Negli annali della popular music solamente il Bruce Springsteen di “Tracks” può vantare un’antologia di “scarti” di paragonabile livello.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011. Waits festeggia oggi il suo sessantaseiesimo compleanno.

1 Commento

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Una risposta a “Gli anni selvaggi di Tom Waits (con successive variazioni sul mulo)

  1. penso che Mule sia molto bello, non sono una grande intenditrice di musica, ma mi piace parecchio. Credo di avere l’orecchio adatto per Tom …
    Finalmente ho trovato un blog di musica, bene.

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