Neil Young – Peace Trail (Reprise)

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Le regole sono fatte per avere eccezioni e sì, qualche volta si può giudicare un libro dalla copertina. Prendi l’ultimo Neil Young, il suo trentasettesimo album in studio e chiediti: quanto tempo può esserci voluto per pensare una copertina tanto sciatta e realizzarla? Cinque minuti? Facciamo dieci, dai. Più o meno quello che deve avere impiegato il nostro uomo a scrivere ciascuna delle dieci tracce che sfilano in uno dei suoi dischi più sconcertanti, irritanti e in una parola pessimi di sempre. E stiamo parlando di uno che di dischi sconcertanti, irritanti e in una parola pessimi ne ha messi in fila ormai in numero bastante a pareggiare i tanti capolavori, o mezzi capolavori, o dischi con dentro comunque più di qualcosa di indimenticabile, pubblicati in una carriera da solista quasi cinquantennale. Il problema è che mentre i secondi si diradano i primi ci vengono inflitti uno via l’altro. Due solo nel 2016 perché, diciamolo, il doppio live “Earth” già aveva messo a dura prova la fede di non pochi pure fra i cultori di più stretta osservanza. Iniziato senza infamia e senza lode con l’innocuo “Silver & Gold”, il nuovo secolo ha lasciato sul campo una sfilza di orrori tale che fra un po’ si cominceranno a rivalutare quei terribili anni ’80 in cui, con qualche ragione, la Geffen fece causa al Canadese accusandolo di comporre musica “non rappresentativa”. Ma magari qualcuno facesse ancora filtro, o ci provasse. Scomparso prematuramente, nel ’95, il suo storico produttore David Briggs, Neil non ha più avuto a fianco nessuno che potesse farlo ragionare, che fungesse da filtro. Perché non è proprio obbligatorio dare alle stampe tutto ciò che si scrive e a maggior ragione se in precedenza si è fatta la Storia. Alla sua vicenda artistica nulla hanno aggiunto, se non per così dire del colore, e anzi parecchio hanno sottratto un lavoro tirato via come “Are You Passionate?”, indigeribili concept quali “Greendale” e “Fork In The Road”, i tradizionali discutibilmente rivisitati in “Americana” o quella presa in giro, o se no follia tout court, chiamata “A Letter Home”. O ancora “Storytone” o “The Monsanto Years”, dai quali qualche pezzo buono lo estrai anche ma, insomma, è minutaglia. Stringi stringi, del secolo nuovo del Nostro da applaudire senza riserve ci restano “Chrome Dreams II” (che però pescava a piene mani nei cassetti) e il monumentale “Psychedelic Pill”. Avesse pubblicato solo quelli! Giacché pure di “Prairie Wind” e “Living With War”, per i quali confesso e quasi rivendicherei un debole, si potrebbe oggettivamente fare a meno.

Non pago di avere sostituito gli insostituibili Crazy Horse con quei Promise Of The Real ai quali ha poi chiesto di provare a fare i Crazy Horse, quel gran genio del nostro amico a questo giro ha rinunciato anche ai secondi, convocando in loro luogo una sezione ritmica – il semisconosciuto Paul Bushnell al basso, alla batteria il veterano Jim Keltner – che mai aveva suonato insieme prima. Si sente, eccome se si sente, ma i due non ne hanno colpa giacché oltre a non conoscersi non hanno avuto modo di provare adeguatamente materiali presentati loro direttamente in studio. Registrato (male) in quattro giorni (ma potevano pure essere quattro ore), praticamente dal vivo e con poche e principalmente vocali sovraincisioni, “Peace Trail” li vede volonterosamente arrancare lungo i suoi trentotto minuti dietro a melodie incerte e incertamente divise fra folk timido e blues torpido prima di venire sfregiate da ustionanti assoli di elettrica. Più che canzoni sono abbozzi di canzoni, provini, e per cortesia non mi si venga a parlare di improvvisazione, il jazz è un’altra cosa e ciò che si ascolta qui sono palesemente (l’esperienza conta e dunque se la cava meglio Keltner, capace di un qualche miracoloso accenno di dialogo con le chitarre) due bravi musicisti che non sanno che pesci prendere. I gregari vanno assolti. Chi non può venire assolto è il leader. Tolta una traccia omonima e inaugurale di accettabile consistenza – corde grintose, una tastiera liquida, ritmica trapestante e voci in rincorsa – il resto sono testi che una volta si sarebbero detti genericamente “di protesta” appiccicati a spartiti elementari. Roba che per l’appunto deve averci messo dieci minuti a scriverla, o forse l’ha scritta nel tempo preciso che ci va ad ascoltarla. Per Can’t Stop Workin’ e Glass Accident (che guarda caso sono gli altri due brani “completi”) ha fatto poi che ricorrere al “copia e incolla” di se stesso e del resto buttali via pezzi come Cripple Creek Ferry e Sail Away. L’ecologia è importante, il riciclaggio salverà il pianeta. Ma non questo disco.

Il peggio è nella coda. My New Robot recupera il vocoder di “Trans” dall’armadio dei fallimenti e finisce tronca. Neil Young mostra il dito medio al mondo e, con tutto il bene che gli vuoi, a te vien voglia di mostrare il dito medio a Neil Young.

3 commenti

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3 risposte a “Neil Young – Peace Trail (Reprise)

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  2. Francesco

    ieri mi sono ricomprato la terza copia di live rust (LP, ovviamente), praticamente nuova..una bomba (e un’occasione, 15 €). Quindi l’uomo è nel mio personale pantheon, ma non mi sorprendo della recensione. E’ fatto così, tira fuori materiale a getto continuo e ormai imbrocca un disco a decennio. Ce ne siamo tutti fatta una ragione no? E’ sempre stato torrenziale, ora senza più argini chi lo ferma più? Io mi limito a vederlo live se passa dalla mie parti, ma l’ultimo disco che ho preso è stato psychedelic pill, sugli altri ho felicemente glissato. auguri a tutti voi, bravi ragazzi. ciao

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