I migliori album del 2016 (13): Charles Bradley – Changes (Daptone)

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Essendo stato in tal senso il 2016 crudele che la metà sarebbe abbondantemente bastata, la speranza (ahinoi contro ogni logica) è che nel 2017 si debba scrivere qualche coccodrillo in meno. Che ogni tanto si possa persino dare qualche bella notizia. Ad esempio, che Charles Bradley ha vinto la battaglia persa, appena poche settimane fa, dalla sua amica Sharon Jones contro “un brutto male”. Che malinconia che trasmette vederli, in una foto pubblicata sulla pagina Facebook del nostro uomo il 19 novembre scorso, intenti a duettare. Ma, anche, quanto amore. Charles è vivo, lotta insieme a noi e noi, idealmente, con lui. Perché il destino è stato già sufficientemente baro con tutti celando al mondo per decenni una voce così bella, un artista di una simile statura. L’esordio su singolo data 2002, quando Charles già aveva cinquantaquattro anni, molti dei quali trascorsi facendo il cuoco. Quaranta dei quali passati sognando di calcare un palcoscenico, dopo avere visto James Brown “live at the Apollo” (sì, proprio in uno degli spettacoli eternati in un LP che cambiava per sempre la storia della black music), e riuscendoci troppe poche volte. Per arrivare a pubblicare un album dovrà pazientare nove anni ancora, ma è una storia che già dovreste conoscere e se no recuperate Soul Of America, il bellissimo documentario del 2012 che la racconta, e commuovetevi un po’. “No Time For Dreaming” lo aveva preceduto di un anno, “Victim Of Love” lo tallonerà altrettanto dappresso. Sono due signori dischi nei quali naturalmente l’eredità del Godfather of Soul si coglie appieno, ma ci puoi sentire dentro pure Marvin Gaye e Joe Tex, Wilson Pickett e James Carr, Ted Hawkins, financo Ben Harper. Otis Redding, un bel po’.

A proposito… La terza canzone più memorabile fra le undici raccolte in questo terzo album del nostro eroe secondo me è Ain’t It A Sin: in un mondo alternativo un classico per tali Otis… & The Miracles. La seconda? La solenne, avvolgente Change For The World, spezie latine che fanno tanto Ben E. King. Sulla prima, e credo che chiunque sarà d’accordo, non è possibile discussione: la trasformazione in blues, organo chiesastico a introdurre e fiati quintessenzialmente Stax a incorniciare, di quella Changes che fu cavallo di battaglia nientemeno che dei Black Sabbath appiccica al muro la prima volta che la ascolti e continuerà a farlo alla centesima. Interpretazione sublime, colpo di genio che giusto un campionissimo poteva inventarsi.

3 commenti

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3 risposte a “I migliori album del 2016 (13): Charles Bradley – Changes (Daptone)

  1. Grazie per l’ennesimo consiglio per gli ascolti, VMO. Però “Changes” addirittura cavallo di battaglia dei Sabs mi sembra un filo esagerato (posto e beninteso che ogni pezzo dei loro primi quattro LP è un cavallo di battaglia del rock).

    • Uh… Per me è sempre stato un brano “classico”, ma onestamente non so se e quanto a lungo abbia figurato nelle scalette dei concerti. Non ne ho proprio idea.

      • Nemmeno io. Solo che la sento troppo “soft” per essere un classico sabbathiano, tutto qua. Comunque grazie ancora per la recensione, perché il disco di Bradley è davvero magnifico.

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