I migliori album del 2016 (5): Lee Fields & The Expressions – Special Night (Big Crown)

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Gioco. Partita. Incontro. A Lee Fields bastano i 5’54” della prima e omonima delle dieci tracce che compongono questo disco per chiarire che il più bel retro-soul del 2016 lo ha griffato lui. Che alla bella età di sessantacinque anni ha confezionato il suo migliore album di sempre, uno di quelli sufficienti a giustificare una carriera, una vita. In attesa del prossimo, giacché l’uomo è fatto così: sempre teso a migliorarsi, sempre convinto che la prossima canzone che scriverà e registrerà sarà la più memorabile. Per intanto è Special Night il singolo brano che lo consegna definitivamente (ce ne fosse stato bisogno) agli annali della black music: una ballata languida ed energica insieme, sospinta da un organo ficcante e fiati che sferzano, la voce un trattato di seduzione che nell’ultimo minuto tocca gli ineffabili vertici dell’Isaac Hayes di “Hot Buttered Soul”. Wow.

Basterebbe già, un simile capolavoro, a giustificare l’acquisto del nuovo album di questo ex-imitatore di James Brown, primo 45 giri pubblicato nel giurassico 1969 e poi una carriera proseguita, fra lunghi silenzi, a strappi e decollata sul serio solo nel secolo nuovo. Ma il miracolo più grande che offre il disco è che il resto del programma sia appena uno zero virgola qualcosa meno valido. A cominciare da una I’m Coming Home che realizza la perfetta unione fra suono Stax e suono Motown e proseguendo con il blues Work To Do, con una Never Be Another You che regala un break pronto per tot classici dell’hip hop a venire, con una Lover Man tanto minimale quanto acuminata. E via esaltandosi (sì, qualche eco di James Brown risuona ancora), fino al congedo Precious Love, che piacerebbe riascoltare da Al Green. Per intanto Lee Fields già incanta. Si preme di nuovo “play”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 382, dicembre 2016.

3 commenti

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3 risposte a “I migliori album del 2016 (5): Lee Fields & The Expressions – Special Night (Big Crown)

  1. Trovo che il suo bello stia nel riuscire a proporre un excursus della storia del soul – non manca praticamente nulla – restando sé stesso: merito di un talento innegabile e del fatto di arrivare discograficamente e non anagraficamente “dopo”. Per me, n. 1 del nuovo (vecchio) soul.

  2. marktherock

    un disco che fosse uscito nell’età aurea del Soul Train avrebbe fatto sfracelli. La vita può davvero cominciare a sessant’anni

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