I migliori album del 2016 (3): Ray LaMontagne – Ouroboros (RCA)

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Per essere perfetto al sesto album di Ray LaMontagne manca forse un disco: ai quaranta minuti scarsi (appena meno della durata standard per un artista che pure in questo ha sempre avuto senso della misura) di queste otto nuove incisioni in studio sarebbe stato carino aggiungere un live. Altre due ideali facciate nelle quali riprendere brani scelti del repertorio passato possibilmente rivisitandoli alla luce di questo sound nuovo ma antico. Il mitologico serpente cui allude il titolo dell’opera si sarebbe allora davvero morso la coda e gli anni ’10 avrebbero avuto il loro “Ummagumma”. Dirà qualcuno che non ne hanno bisogno. Ma anche sì? Concettualmente sarebbe stato comunque un colpo da maestro.

Curioso che l’album con il potenziale commerciale maggiore del nostro uomo abbia avuto una performance relativamente deludente, fuori dai Top 10 USA quando i tre immediati predecessori erano tutti saliti fino a una vertiginosa terza posizione. In compenso, in questa nostra epoca superficiale in cui l’interesse per un disco si esaurisce in una raffica di recensioni pubblicate in contemporanea (perché è diventato inconcepibile arrivare secondi) e in tre o quattro giorni di commenti sui social media, “Ouroboros” ha tutte le qualità per restare. A partire dal singolo che avrebbe dovuto lanciarlo e che invece (non che LaMontagne abbia mai frequentato quella di hit parade) è stato un flop. E tuttavia Hey, No Pressure si candida all’eternità spicciola di radio che potrebbero averlo in rotazione pure fra decenni, forte di un’epica Led Zeppelin che è qui uno dei due soli punti di contatto, essendo l’altro il blues slowcore The Changing Man che gli va subito dietro, con l’album prima, “Supernova”, una produzione di Dan Auerbach dei Black Keys, ricorderete. Sono i due episodi più turgidi di una prima metà/facciata di programma aperta dall’estatico/narcotico folk-rock di Homecoming e suggellata dal coro ultraterreno con cui ci si congeda dalla febbrilmente solenne While It Still Beats. Lo giriamo?

Se finora la roca voce baritonale di Ray LaMontagne lo aveva fatto collocare in una landa mediana fra Van Morrison e Tim Buckley, mentre gli spartiti riuscivano incredibilmente a fare incrociare Nick Drake e la Band, qui gli angoli sono vistosamente smussati e un chiaro referente pare – ebbene sì – Roger Waters. Più che altrove naturalmente nel tour de force di In My Own Way, 6’36” da qualche parte fra “Meddle” e “Wish You Were Here” e dunque dalle parti di “Dark Side Of The Moon”. Fatto salvo che lo si trasloca in California (Jonathan Wilson osserva benevolo). Fatto salvo che il languore salva l’assieme da certo un po’ frigido perfezionismo floydiano. Seguono la ballatona ultrapsych Another Day e, dopo lo strumentale A Murmuration Of Starlings nei cui crediti si torna a cercare il nome di David Gilmour, il piccolo gran finale Wouldn’t It Make A Lovely Photograph: come una novella Hurdy Gurdy Man (Donovan) con vista sul Laurel Canyon. Tutta roba già sentita, interverrà cinico il qualcuno di cui sopra. D’accordo. Qui la si vuole sentire ancora. E ancora. E ancora. Per tutti gli altri c’è Bon Iver.

4 commenti

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4 risposte a “I migliori album del 2016 (3): Ray LaMontagne – Ouroboros (RCA)

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  2. Gran bel disco, una nuova versione di un suono già sentito ma non per questo vecchio. Devo ascoltarlo ancora qualche volta, alcuni passaggi danno i brividi… (in positivo)

    Il disco di Bon Iver invece credo tu lo abbia messo da parte troppo in fretta… quell’uomo riesce sempre a emozionare.

  3. Enrico Murgia

    Ehm…While it still beats non ricorda a nessuno un altro pezzo? Praticamente un plagio della parte finale di A saucerful secrets…

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