Tim Buckley, che oggi avrebbe settant’anni

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In questo lungo, lungo DVD – un’ora e cinquanta il corpo centrale e quaranta abbondanti minuti di extra – i due momenti chiave – i più illuminanti, i più toccanti, quelli che ti pigliano e ti appiccicano a un metaforico muro – sono entrambi legati alla medesima canzone, che è poi quella cui ha finito per restare maggiormente affidata (complice l’ultramondana lettura di This Mortal Coil) la memoria di Tim Buckley: Song To The Siren. Quasi subito ce ne viene offerta un’asciutta quanto magnifica versione, per sole voce e chitarra acustica, tratta da una puntata del “Monkees Show”. Il cultore buckleyano farà un salto alto così sulla poltrona non appena leggerà la data: 1967. Esatto: tre anni prima che il brano venisse infine inciso e incluso in “Starsailor”. La dice lunga su che razza di artista fosse il Nostro che, ospite di uno spettacolo televisivo di enorme successo, in luogo di promuovere il suo ultimo album facesse ascoltare una canzone appena composta. L’altra Song To The Siren non è cantata bensì recitata, dall’uomo che ne scrisse il testo, dall’uomo cui dobbiamo tanti altri testi di canzoni del Buckley padre. Oggi un vecchio hippy dal fisico che fa tanto Budda e dall’aria adeguatamente pacata e saggia, Larry Beckett attacca i familiari versi con un’intensità dolente che toglie il respiro. Finisce, il disco torna alla schermata principale e passano minuti – così chi scrive – prima che di nuovo ci si raccapezzi e si scelga se andare avanti per quel poco che manca, tornare indietro, cominciare daccapo.

Raccontata attraverso quattordici filmati d’epoca (tutte registrazioni dal vivo, quasi tutte realizzate in origine per la TV e mai più viste) e un sapiente montaggio di interviste che li intervallano, e incastonata fra queste due Song To The Siren, c’è la storia di uno degli artisti più straordinari e singolari che mai abbiano abitato il panorama del rock, ammesso che con costui abbia un senso usare la suddetta etichetta, o qualunque altra. Dal folk-rock visionario di No Man Can Find The War (1967) alla psichedelia felicemente fuori tempo massimo di Sally Go Down The Roses e The Dolphins (1974), le due canzoni da salvare di un mezzo naufragio chiamato “Sefronia”, seguito della discussa svolta funk di “Greetings From L.A.” e prologo al purtroppo indifendibile congedo di “Look At The Fool”. E si resta ulteriormente stupefatti se ci si ferma un attimo a riflettere come nella vicenda di Tim Buckley anche questo fu eccezionale, oltre a una voce di una potenza e una duttilità inaudite e a un’ansia sperimentale che lo portò a trattare il rock come fosse free jazz: che si consumò in un arco di tempo tanto breve, l’esordio a diciannove anni, la morte a ventotto. Fra il ’67 e il ’70 l’artista californiano metteva in fila qualcosa come cinque – cinque! – assoluti capolavori. Interi universi a separare “Goodbye & Hello” da “Starsailor” e – a proposito e che vergogna – scopro che quest’ultimo titolo è attualmente fuori catalogo, come del resto il quasi altrettanto capitale “Blue Afternoon”, e che su amazon.com il CD (il CD!) è in vendita a 120 dollari. E a che serve allora che continui – questo DVD forse però il definitivo punto a capo – il lavoro di recupero e riordino degli archivi avviato nel 1990 da “Dream Letter”?

(Audio d’epoca e dalla TV e dunque di qualità altalenante e mai stellare come la musica avrebbe meritato. Chi ha restaurato ha fatto il possibile, ringraziamolo e accontentiamoci. Spiace piuttosto, giacché le testimonianze di Lee Underwood, Larry Beckett e David Browne sono assai interessanti, che manchino i sottotitoli. Chi non padroneggia l’inglese è quindi condannato a perdersele.)

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.279, maggio 2007.

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