Archivi del mese: febbraio 2017

Tim Buckley, che oggi avrebbe settant’anni

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In questo lungo, lungo DVD – un’ora e cinquanta il corpo centrale e quaranta abbondanti minuti di extra – i due momenti chiave – i più illuminanti, i più toccanti, quelli che ti pigliano e ti appiccicano a un metaforico muro – sono entrambi legati alla medesima canzone, che è poi quella cui ha finito per restare maggiormente affidata (complice l’ultramondana lettura di This Mortal Coil) la memoria di Tim Buckley: Song To The Siren. Quasi subito ce ne viene offerta un’asciutta quanto magnifica versione, per sole voce e chitarra acustica, tratta da una puntata del “Monkees Show”. Il cultore buckleyano farà un salto alto così sulla poltrona non appena leggerà la data: 1967. Esatto: tre anni prima che il brano venisse infine inciso e incluso in “Starsailor”. La dice lunga su che razza di artista fosse il Nostro che, ospite di uno spettacolo televisivo di enorme successo, in luogo di promuovere il suo ultimo album facesse ascoltare una canzone appena composta. L’altra Song To The Siren non è cantata bensì recitata, dall’uomo che ne scrisse il testo, dall’uomo cui dobbiamo tanti altri testi di canzoni del Buckley padre. Oggi un vecchio hippy dal fisico che fa tanto Budda e dall’aria adeguatamente pacata e saggia, Larry Beckett attacca i familiari versi con un’intensità dolente che toglie il respiro. Finisce, il disco torna alla schermata principale e passano minuti – così chi scrive – prima che di nuovo ci si raccapezzi e si scelga se andare avanti per quel poco che manca, tornare indietro, cominciare daccapo.

Raccontata attraverso quattordici filmati d’epoca (tutte registrazioni dal vivo, quasi tutte realizzate in origine per la TV e mai più viste) e un sapiente montaggio di interviste che li intervallano, e incastonata fra queste due Song To The Siren, c’è la storia di uno degli artisti più straordinari e singolari che mai abbiano abitato il panorama del rock, ammesso che con costui abbia un senso usare la suddetta etichetta, o qualunque altra. Dal folk-rock visionario di No Man Can Find The War (1967) alla psichedelia felicemente fuori tempo massimo di Sally Go Down The Roses e The Dolphins (1974), le due canzoni da salvare di un mezzo naufragio chiamato “Sefronia”, seguito della discussa svolta funk di “Greetings From L.A.” e prologo al purtroppo indifendibile congedo di “Look At The Fool”. E si resta ulteriormente stupefatti se ci si ferma un attimo a riflettere come nella vicenda di Tim Buckley anche questo fu eccezionale, oltre a una voce di una potenza e una duttilità inaudite e a un’ansia sperimentale che lo portò a trattare il rock come fosse free jazz: che si consumò in un arco di tempo tanto breve, l’esordio a diciannove anni, la morte a ventotto. Fra il ’67 e il ’70 l’artista californiano metteva in fila qualcosa come cinque – cinque! – assoluti capolavori. Interi universi a separare “Goodbye & Hello” da “Starsailor” e – a proposito e che vergogna – scopro che quest’ultimo titolo è attualmente fuori catalogo, come del resto il quasi altrettanto capitale “Blue Afternoon”, e che su amazon.com il CD (il CD!) è in vendita a 120 dollari. E a che serve allora che continui – questo DVD forse però il definitivo punto a capo – il lavoro di recupero e riordino degli archivi avviato nel 1990 da “Dream Letter”?

(Audio d’epoca e dalla TV e dunque di qualità altalenante e mai stellare come la musica avrebbe meritato. Chi ha restaurato ha fatto il possibile, ringraziamolo e accontentiamoci. Spiace piuttosto, giacché le testimonianze di Lee Underwood, Larry Beckett e David Browne sono assai interessanti, che manchino i sottotitoli. Chi non padroneggia l’inglese è quindi condannato a perdersele.)

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.279, maggio 2007.

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Dall’hardcore all’hard: i Black Flag di “Slip It In”

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Per otto esaltanti anni – fra continui cambi di formazione, una persecuzione poliziesca e l’altra, un tour degli Stati Uniti da costa a costa e una scorribanda nel Vecchio Continente – la Bandiera Nera ha garrito su Los Angeles. Diciotto sono ormai trascorsi dacché venne ammainata, eppure pare che sventoli ancora e insomma (per citare un gruppo nostrano che dalle gesta di Greg Ginn e soci prese indubbia ispirazione) “lo spirito continua”. Al di là dello stardom cui nei ’90 è assurto Henry Rollins, che del complesso californiano non fu fra i fondatori ma resta l’icona e la voce per eccellenza, Black Flag è ancora presenza palpabile nel rock contemporaneo, riferimento sia per quel poco punk degno di essere così chiamato che per molto metal e un tot di cani sciolti. Tutti gli album degli anarchici losangeleni sono facilmente rintracciabili e hanno venduto nel tempo parecchio più di quando uscirono.

Due almeno quelli dai quali non si può prescindere. “Damaged”, del 1981, è probabilmente il migliore LP hardcore di sempre, pietra miliare del rock estremo scolpita nel magma e nel granito da inni frenetici e urticanti come Six Pack e Rise Above, Police Story e Gimmie Gimmie Gimmie. E poi c’è “Slip It In”, che è quello che ci interessa in questa sede, di tre anni posteriore e un classico assoluto di moderno hard rock, conscio delle sue radici e ovviamente aperto a ogni contaminazione, dal punk (ça va sans dire) a certa avanguardia. E retrospettivamente, con il suo essere volto a un aggiornamento del passato, molto in anticipo sui tempi (e per questo frainteso) giacché la scena di Seattle era in fasce. Se The Bars e My Ghetto sono ritorni di fiamma per l’hardcore che fu, la traccia omonima e inaugurale e la conclusiva You’re Not Evil sono ricostruzioni sabbathiane di classe suprema e Rat’s Eyes, lenta e caratterizzata da un cantato cavernoso, prefigura il grind, ma non fategliene una colpa. Imprescindibile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. Henry Rollins compie oggi cinquantasei anni.

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Rolling Stones in mono

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Ben prima che la commercializzazione nel 1983 del CD rendesse possibile ai discografici circuire l’appassionato facendogli acquistare più volte la stessa mercanzia (alzi la mano chi non ha in casa la “Deluxe Edition”, che raddoppia la “Expanded Edition”, che aveva sostituito la “Remastered Edition”, che aveva sostituito la prima stampa in digitale di un qualche classico che magari già possedeva in vinile) (che alla fiera dell’Est per due soldi mio padre comprò), padroneggiare il catalogo dei Rolling Stones anni ’60 era una faccenda complicata. Fatto è che, nel decennio favoloso per antonomasia, la British Invasion colse di sorpresa l’industria su entrambe le sponde dell’Atlantico. Che il mercato era tutt’altro che globale, così che un brano che usciva a 45 giri qui non necessariamente vedeva la luce anche là. Che dell’album non vigeva la concezione unitaria che sarebbe prevalsa con “Rubber Soul”. Il 33 giri era fondamentalmente e nel migliore dei casi per metà una raccolta di successi, integrata con dei riempitivi. Ed era normale che non tutto il materiale uscito su singolo (era poi florido il mercato degli EP: quattro o cinque brani, di solito inediti altrove, sistemati su un dieci pollici) venisse ripreso sugli LP. Aggiungete a ciò che l’etichetta britannica e quella statunitense di un gruppo non sempre coincidevano e tirando le somme si giunge a questo: esaminando le vicende dei protagonisti del beat si possono scoprire notevoli differenze fra il loro repertorio inglese e quello americano. Gli Stones un caso limite. Maltrattati per quasi due decenni da riedizioni in CD opache, o al contrario troppo tirate a lucido e perpetuanti in peggio le sovrapposizioni di titoli originali, si vedevano solo nel 2002 oggetto di un primo, esteso programma di ristampe finalmente ben suonanti da parte della Universal. Riguardante sia il catalogo britannico (Decca) che quello USA (London). Si optava allora per un approccio filologico che non prevedeva, con l’eccezione di tre brani aggiunti all’antologia “More Hot Rocks”, integrazioni alle scalette d’epoca e la prima cosa che saltava all’occhio era che il programma era sì esteso, ventidue titoli, ma bizzarramente incompleto, dacché i primi due album inglesi, “The Rolling Stones” (aprile 1964) e “The Rolling Stones No. 2” (gennaio 1965), mancavano all’appello. Vero è che a conti fatti nessuna canzone veniva trascurata, visto che venivano riportate nei negozi le raccolte “Flowers” (la prima, luglio 1967, e più importante, siccome consente a chi opta per la discografia USA, superiore, di avere i brani presenti solo in quella UK e quindi mancanti), “Through The Past Darkly”, “Hot Rocks” e “More Hot Rocks”, ma sotto quell’aspetto almeno la filologia andava a farsi benedire. Proviamo a fare ordine?

Minima la differenza fra il debutto in patria e quello oltre Atlantico, “England’s Newest Hit Makers” (maggio 1964): nel secondo, una ripresa di I Need You Baby di Bo Diddley è sostituita da una di Not Fade Away di Buddy Holly. Assai più complesso il discorso sul secondo album: il suo più o meno equivalente americano è “Now!” (febbraio 1965), che per gli Stati Uniti era però già il terzo LP essendo nel frattempo uscito “12 x 5” (ottobre 1964), che anticipava quattro brani dal secondo 33 giri inglese e li accompagnava con l’intera scaletta dell’EP “Five By Five” e le due facciate del primo 45 giri andato nel Regno Unito al numero uno, It’s All Over Now/Good Times, Bad Times. Inizia a girarvi la testa? In “Now!” ci sono metà delle canzoni di “The Rolling Stones No. 2”, quella I Need You Baby che era scomparsa da “England’s Newest Hit Makers”, un paio di assaggi da “Out Of Our Heads”, due inediti e il lato A di Little Red Rooster, grande successo britannico assente nel coevo 33 giri. Vi state chiedendo cosa sia “December’s Children” (dicembre 1965), l’altro titolo soltanto americano? Una raccolta di brani che in Gran Bretagna erano usciti su 45 giri ed EP. L’“Out Of Our Heads” statunitense (luglio 1965) e quello inglese (agosto stesso anno) hanno altro di diverso oltre alla copertina? Sì, mezza scaletta. Nel secondo non c’è, e scusate se è poco, (I Can’t Get No) Satisfaction. Inutile andare avanti. Quello che importa sappiate è che gli americani di tre LP britannici ne fecero cinque e che sarebbe dunque meglio avere quelli. Con “Aftermath” (1966) e “Between The Buttons” (1967), gli ultimi due album con scalette differenti (e nel primo caso anche una diversa copertina), fino a ieri vi avrei consigliato di optare per l’inglese nel primo caso (la statunitense omette Mother’s Little Helper e Out Of Time dando in cambio Paint It Black) e l’americana nel secondo (Backstreet Girl e Please Go Home non valgono Let’s Spend The Night Together e Ruby Tuesday). Fino a ieri però, o per esser precisi fino allo scorso 23 settembre, giorno in cui ha visto la luce “The Rolling Stones In Mono”, box monumentale griffato ABKCO oppure Polydor, con dentro quindici CD oppure sedici vinili, di cui potrete impadronirvi spendendo circa 120 oppure 330 euro. Sempre che abbiate voglia di farvi circuire una volta di più.

Cose da sapere per decidere con cognizione di causa… La prima: grazie all’intelligente scelta di aggiungere alla storica “Flowers” un’antologia confezionata ex novo, “Stray Cats”, sistemandovi i brani in qualche modo a loro tempo esclusivi in questo o quel formato, per questo o quel mercato, il cofanetto raccoglie l’opera omnia in studio degli Stones anni ’60. Di “Out Of Our Heads” e “Aftermath” sono presenti sia la versione statunitense che la britannica e per il resto si sono scelte le edizioni più rappresentative. La seconda: a curare il restauro dei master analogici originali è stato Bob Ludwig e basti come garanzia di un suono capace di surclassare persino le stampe originali. La terza, a vecchi lupi dei mari del rock come voi, manco dovrei dirla: fin quasi alla fine del decennio erano quelli in mono i missaggi cui si dedicava la cura maggiore, quelli seguiti in prima persona dagli artisti che si erano conquistati il potere di farlo. “In Mono” presenta gli Stones esattamente come gli Stones volevano essere ascoltati.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

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