Archivi del mese: marzo 2017

La musica ribelle di Eugenio Finardi, quarant’anni dopo

Gioventù e futuro non sono più quelli di una volta. Viviamo un’era grama in cui ragazzetti nell’anima, quando l’anagrafe li vorrebbe uomini, si sorprendono trentenni in crisi. Non avendo sfortunatamente chiaro che, come sintetizzato magistralmente da Michele Monina, in Italia “l’indie non esiste, è solo il pop mainstream che non si caga nessuno”. E allora ci pare strano che ci sia stato un tempo in cui il pop muoveva le coscienze, forgiava le generazioni, ed erano poco più che ventenni a esserne protagonisti. Eugenio Finardi sta festeggiando “40 anni di musica ribelle” e non ne aveva che ventiquattro quando scriveva il pezzo al quale il suo nome è maggiormente legato. Sistemandolo in apertura di un album classico cui avrebbe fatto subito seguire un secondo capolavoro. Facendogli andare rapidamente dietro minimo quell’altra mezza dozzina di brani che sono rimasti nell’immaginario collettivo e che continuano a parlarci con una forza che la quasi totalità della musica odierna manco si sogna. Tuttora attuali e andateci a uno spettacolo dell’Eugenio, guardatevi attorno: scoprirete un pubblico che naturalmente per metà è di reduci, e di fratelli minori dei reduci, ma per il resto è spiazzantemente giovane. Sono quelli che si entusiasmano di più, quelli che conoscono i testi a memoria e li cantano fieri. E adesso dai, ditemi una canzone, una sola, di chiunque, che in questo secolo seminuovo ci abbia segnato altrettanto.

Oltre che da alcuni concerti il quarantennale della Musica ribelle viene celebrato con un cofanetto (Universal) che contiene i cinque LP che l’artista milanese pubblicò in altrettanti anni, dal 1975 al 1979, per la Cramps. Il Finardi che si riaffaccerà alla ribalta nell’81 con un album omonimo (il primo di sette per la Fonit-Cetra), nel quale suscitando scandalo si farà dare una mano per i testi da Valerio Negrini, paroliere dei Pooh, sarà la stessa ma un’altra cosa. Manterrà costantemente un’intima coerenza (pure in anni Duemila marcati da giravolte stilistiche da vertigini) e firmerà, seppure disseminandole in un arco assai più ampio, un’altra mezza dozzina di canzoni di assoluta memorabilità, ma guardando la musica italiana come di lato. Similmente al Dylan post-incidente motociclistico, non più nel flusso delle cose, non più intento a cantare che i tempi stavano cambiando e, facendolo, a cambiarli i tempi. “40 anni di musica ribelle” è un viaggio emozionante perché simultaneamente racconto di un percorso artistico e umano eccezionale e fotografia in movimento di un’epoca irripetibile di sogni, contraddizioni, drammi.

Del suo inizio, “Non gettate alcun oggetto dai finestrini”, direi che è ora di rivalutarlo. Saranno pure ingenue le parole – commoventi però, con lo sguardo timido e insieme sfacciato che gettano sul futuro: “but until I get old/I’ll just be singing my rock & roll” programma cui l’autore si è mostrato fedele – ma gli spartiti appaiono già straordinariamente promettenti. Paradossalmente, in modo particolare nell’unico titolo non autografo, il folk delle risaie Saluteremo il signor padrone, reso dapprincipio come un hard quasi proto-punk e da lì in transito verso un mosso jazz-rock, con la coppia Hugh Bullen/Walter Calloni (la migliore sezione ritmica che mai abbia operato nel nostro paese: l’ho detto) già in spolvero. Nondimeno lo stacco con il successivo “Sugo” mozza il fiato. Pronti e via ed è Musica ribelle: istantanea generazionale fenomenale e rock come non se n’era mai udito dalle nostre parti e, in questa forma, raramente altrove. Con il violino in luogo della chitarra elettrica a disegnare la melodia, il ritornello una sarabanda guerriera e il basso e la batteria a incalzare fluidi. Segue il country’n’western sfrenato La radio. Segue una sospesa, misterica Quasar in tutto degna di quei Weather Report che apertamente omaggia. Ed è incredibile che ci sia ancora vita e ispirazione dopo un un-due-tre sì micidiale: con il rock’n’roll Soldi, con una Ninnananna di afflato addirittura cameristico, con il jazzeggiare liquido e ondeggiante, che troverà pieno sviluppo nella title track dell’album successivo, di Sulla strada. E ancora: con una Voglio che parte elegante e arriva deflagrante, cattiva; con la delicatissima Oggi ho imparato a volare; con lo scherzo reggae La C.I.A.; con La paura del domani, congedo storto e inquieto.

Il domani immediato si chiamerà “Diesel”. Invocherà Tutto subito, evocherà Joni Mitchell in Scuola, darà consigli a figli che ancora non ci sono con Non diventare grande mai, parlerà di quotidianità del rapporto di coppia con Non è nel cuore e di eroina in Scimmia. Pazienza per la pur musicalmente valida Giai Phong, irrealistico bollettino della vittoria da Saigon che lo stesso Eugenio si affretterà a smentire appena un anno dopo nella fulminante Cuba: un calypso per sanzionare che la lotta non è più continua, che forse è stato tutto un sogno, un’illusione; “che viviamo in un momento di riflusso/e ci sembra che ci stia cadendo il mondo addosso”. Altri sono i musicisti in “Blitz”, non più il giro Area/P.F.M./Battisti ma i giovanissimi Crisalide, e la musica è ancora (e anzi sempre di più) variegata, ma meno imprendibile. È il disco dell’escapista Extraterrestre, della dolente Come un animale, di una seconda musica ribelle mascherata da Op.29 in do maggiore. “Roccando rollando” sarà chiusa dimessa, pur piacevolmente minore, indimenticabile giusto nell’aggraziata danza acustica de La canzone dell’acqua.

Il diavolo sovente si nasconde nei dettagli. Forte di un remastering di strepitosa (stre-pi-to-sa) qualità e di un libro a corredo finalmente degno di analoghe operazioni delle discografie britannica e americana, “40 anni di musica ribelle” non pensa all’audiofilo quando lo costringe a mettere di suo delle buste antistatiche per proteggere dal rischio di graffi i preziosi (a proposito: in vendita sugli ottanta euro) vinili. Quel che più annoia è che la scatola abbia angoli inadeguati al peso di cotanto contenuto: in molti hanno già segnalato che il box si rompe e il Vostro affezionato deve tristemente confermare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Quando gli Aerosmith spiccarono il volo

“Prendi le tue ali”, invita il titolo, e – sotto un logo che ancora non era popolare ma presto lo sarà quanto la linguaccia di quei Rolling Stones evidente primo modello del quintetto bostoniano – in copertina i Nostri posano come una via di mezzo fra gli Stones stessi e le coeve Bambolone newyorkesi. E davvero questo è il disco con il quale cominciarono a volare, sia nelle classifiche (ottantasei le settimane di permanenza nella graduatoria di “Billboard”) che con una musica che, dopo un omonimo esordio promettente ma acerbo e danneggiato da una produzione piatta, assumeva definitivamente una personalità sua, assolutamente peculiare pur restando ogni influenza riconoscibilissima: crocicchio su cui convergono il blues elettrico di Chicago, la rielaborazione fattane in Gran Bretagna nei ’60, il proto-metal dei primi Led Zeppelin, il soul sudista. Più o meno tutto è contenuto in un Pandora’s Box che, poco dopo che una sferragliante Train Kept A Rollin’ ha chiuso i conti con il decennio precedente, suggella il disco liberando nel mondo l’hard più sexy uditosi negli altri tre trascorsi da allora, dai Mötley Crüe ai primi Guns N’Roses, dai Ratt ai Black Crowes, che degli Aerosmith saranno una rielaborazione almeno quanto la banda Tyler/Perry lo era stata (lo è) rispetto a Jagger/Richards. E in un certo qual modo completeranno il cerchio incidendo un live con Jimmy Page.

A proposito di cerchi portati a chiusura: proprio “Pandora’s Box” si intitolerà il cofanetto con il quale nel 1991 gli ormai attempati ragazzi ripercorreranno la loro prima giovinezza nel pieno fulgore della seconda, fra due album milionari, “Permanent Vacation” dell’87 e “Pump” dell’89, e un terzo, “Get A Grip”, del 1993. Quando già, dopo vicende di droga di thompsoniane proporzioni e follia e uno split che per qualche tempo separò i Toxic Twins, avrebbero dovuto essere lieti di essere arrivati vivi e in attività agli anni ’90. Datene la colpa o il merito ai Run-D.M.C., senza la cui cover di Walk This Way i bianchi più negri della storia dell’hard sarebbero stati consegnati agli annali molto prima.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. Steven Tyler compie oggi sessantanove anni.

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Formidabile quell’anno di Aretha Franklin

Il migliore lascito del Maggio parigino? Eccolo qua. Non avrà molto a che vedere con le barricate (non avrà molto a che vedere con le barricate? un disco che inizia con Satisfaction e si chiude con Respect?) ma sarebbe valsa la pena di fare il ’68 anche solo per avere in cambio questa dozzina di successi resi con inenarrabile fervore da Aretha in una serata all’Olympia chiamata a rappresentare su vinile il suo primo tour europeo. “Una donna di ventisei anni che va per i sessantacinque”, si definiva quell’anno in un’intervista di brutale sincerità, ragazza divenuta adulta troppo presto, professionista del gospel a quattordici anni, madre a quindici, sotto contratto per la Columbia a diciannove, portatavi dall’antico mentore di Billie Holiday, John Hammond, persuaso di avere trovato un’altra Lady Day. Doti vocali oltre il dicibile a parte, un’assai meno invidiabile caratteristica accomunava le due: la tendenza a farsi maltrattare supinamente per amore. Dopo nove LP su Columbia incapaci per deficienze di un repertorio perennemente ondivago fra jazz e Tin Pan Alley di valorizzarla appieno, Aretha dava il “la” alla sua seconda – e vera – carriera nel 1967 con il capolavoro “I Never Loved A Man The Way I Love You”, album indimenticabile in toto e più che mai nella canzone che lo battezza, peana di insopportabile pregnanza a un uomo nel quale è fin troppo facile riconoscere i tratti di Ted White, dittatoriale e traditore manager e marito. Incipit di otto anni di ininterrotti trionfi artistici – contraltare di una vita privata sempre sull’orlo di una crisi di nervi o di disperazione: quel che si dice avere il blues – e primo di un’infinita serie di numeri uno nella classifica R&B regolarmente corroborati da ingressi nella Top 10 pop.

Figura naturalmente nella scaletta di “In Paris”, con altri quattro brani tratti dal 33 giri omonimo. Nel frattempo la Franklin ne aveva licenziati (in un anno e mezzo!) altri tre e ci sarebbe dunque voluto almeno un doppio per rappresentare adeguatamente il repertorio a disposizione. Ma pure orbo di A Change Is Gonna Come, Since You’ve Been Gone, Think, You Send Me questo è – a detta di molti: noi sottoscriviamo – il più grande live della storia del soul.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.5, primavera 2002. Lady Soul compie oggi settantacinque anni.

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Flaming Lips – Oczy Mlody (Warner Bros)

Considerato che nella corposa (sono in giro dall’83 e pubblicavano il primo album nell’86) discografia dei Flaming Lips se ne rintracciano tanti al pari bizzarri, forse non dovrei attaccarmi ai titoli. Nondimeno, registrata con favore una copertina stupenda, gemma di arte grafica ispirata dall’LSD, scorrere la scaletta di “Oczy Mlody” (polacco per “gli occhi dei giovani”) ha fatto suonare sirene d’allarme: There Should Be Unicorns, One Night While Hunting For Faeries And Witches And Wizards To Kill, Listening To The Frogs With Demon Eyes. E quindi a quarant’anni dal punk siamo da capo a parlare di fate, streghe, maghi e unicorni? “Finally The Punk Rockers Are Taking Acid”, informava il titolo di una vecchia antologia del gruppo di Oklahoma City e dal punto di vista della creatività era buona cosa, come certificato dai materiali lì raccolti e ribadito da una produzione successiva sempre intrigante con ogni tanto un mezzo o intero capolavoro: “The Soft Bulletin”, del 1999, il disco da avere volendone uno solo. È fra i migliori esempi di psichedelia orchestrale di sempre e da allora nel sound di Wayne Coyne e soci le chitarre cederanno il centro della ribalta alle tastiere. Si completava un percorso e non dico bisognasse farla finita lì, ma dopo gli ancora pregiati “Yoshimi Battles The Pink Robots” e “At War With The Mystics” sì. L’ultimo vedeva la luce nel ventennale del debutto e come congedo sarebbe stato perfetto.

Questo nuovo è il più deludente in una sequela di uscite dove si è progressivamente – in ogni senso! – ceduto alla bizzarria per la bizzarria, a spartiti che pur restando eccentrici si fanno tentare spesso dal barocco, inutilmente densi e arzigogolati. Ogni tanto ci scappa lo stesso la melodia memorabile, ma piglia uno schiaffo e torna mesta fra i ranghi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.384, febbraio 2017.

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Johnny B. Blues – Un Chuck Berry meno conosciuto

Nel continuo rimestare archivi che non può non riguardare uno dei padri fondatori del rock’n’roll (nonché una delle sue poche leggende ancora viventi sebbene, vista anche la veneranda età, non granché praticante) curiosamente a questo non aveva ancora pensato nessuno: radunare su un album un gruzzoletto di incisioni riconducibili al blues, alle fondamenta sulle quali Charles Edward Anderson Berry costruì l’edificio di un suono inaudito il cui progetto sarà ben studiato (insomma: copiato fino al più minuto dettaglio) dai Rolling Stones. Con tutto ciò che come sapete ne è conseguito. Ne è venuto fuori un CD superbo, classico nel numero di brani raccolti e nella durata (sedici e quaranta minuti: un LP d’altri tempi) e coeso benché le registrazioni che contiene risalgano a un arco di tempo esteso dal 21 maggio 1955 al 31 gennaio di dieci anni dopo. Nella prima occasione, negli studi della Chess a Chicago, Berry produceva una Wee Wee Hours stupendamente notturna e jazzata. Nella seconda, in quella Londra in cui non per la prima volta si era recato per raccogliere i dividendi dell’idolatria riservatagli dai giovani gruppi britannici, toccava a una St. Louis Blues di spettacolare esuberanza. Tantissimo era accaduto in mezzo, visto che Wee Wee Hours era piaciuta sì ai dj ma certo non quanto la canzone cui si accoppiava su uno storico singolo: Maybellene. Un mito nasceva e prosperava, ma doveva pure fare i conti con la lunga mano della legge. Storie che non si possono sintetizzare in una recensione. Chi è interessato non avrà difficoltà a istruirsi altrove.

Qui mi resta spazio quanto basta a dire di una House Of Blue Lights che inventa George Thorogood, di una flessuosa Deep Feeling, di una Worried Life Blues e di una The Things That I Used To Do che sono quintessenza di Windy City, di una How You’ve Changed confidenziale e squisita, di una All Aboard, che è del 1961, in cui è già contenuto il Dylan di Subterranean Homesick Blues, che è del 1965. Se “Blues” fosse un album d’epoca, e non un’antologia compilata a posteriori, sarebbe un classico assoluto della storia del rock.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.551, 21 ottobre 2003.

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Voodoo Jazz: il Vangelo di Jimi Hendrix secondo Gil Evans

Stranissima quanto straordinaria carriera quella di Gil Evans: già quarantenne quando nel 1952 cominciava a suonare il piano professionalmente, semisconosciuto fino al ’57, raramente leader fino ai tardi ’60 e poche le esibizioni in pubblico fino all’inizio del decennio dopo quando, sessantenne, prendeva a concedersi più sovente e l’attività concertistica sarebbe stata da allora fitta e non più un evento, come prima, i dischi. Solo la morte lo avrebbe fermato, nel 1988, poco meno che settantaseienne: l’anziano più giovane nella testa e curioso che abbia mai frequentato palchi e sale di incisione. Inclassificabile una musica che con grande modestia preferiva rubricare, invece che sotto “jazz”, alla voce “popolare”. In tal caso fra la più raffinata e poetica del Novecento. Fa fede una scrittura di tale fluidità e naturalezza, pur nella complessità estrema, che si scambiano per improvvisate parti che furono rifinite in ogni dettaglio. Fa fede il lavoro con Miles Davis, le rivoluzionarie intuizioni che contribuirono alla “nascita del cool” e poi la trilogia “Miles Ahead”/“Porgy And Bess”/“Sketches Of Spain”, mezzo “Quiet Nights”, un epocale concerto alla Carnegie Hall, “Filles De Kilimanjaro”.

E fa fede soprattutto la maniera in cui Evans dai primi ’70 prese a integrare nelle sue composizioni strumenti elettrici ed elettronici e che meraviglia queste riletture di Jimi Hendrix per orchestra di chitarre, bassi, ottoni e percussioni, datate in massima parte ’74: forse le uniche davvero degne di nota che chiunque abbia mai offerto dell’opera del chitarrista di Seattle. Un capolavoro fragrantemente blues e deflagrantemente funk, ora psichedelico e ora swingante che non dovrebbe mancare in nessuna collezione di dischi, di jazz o di rock che sia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.339, gennaio 2013. Di Gil Evans ricorre oggi il ventinovesimo anniversario della morte.

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Reelin’ & Rockin’ con Chuck Berry (18 ottobre 1926-18 marzo 2017)

Sorprende che in un libretto altrimenti ben fatto (benché nelle sette pagine occupate dal saggio si possa andare poco oltre l’enunciazione dell’eccezionale curriculum vitae di Charles Edward Anderson Berry, in arte Chuck) e puntuale il curatore Peter Doggett dimentichi di informare il lettore/acquirente della ragione prima, o ultima (fate voi), dell’enorme successo riscosso sin dall’esordio discografico dall’uomo di Maybellene e a seguire di decine di altri archetipali capolavori. Fateci caso: uno dei due soli neri (l’altro Little Richard, che pativa l’ulteriore handicap di essere gay) nel pantheon dei padri fondatori del rock’n’roll. Non vi pare strano considerando che è di una musica afroamericana per la maggior parte delle sue componenti che si parla? Quel che Doggett si scorda di dire è che, in un’epoca senza giornali musicali nel senso odierno del termine, con poca musica in TV e la TV in ogni caso molto meno importante di oggi, le canzoni di Chuck Berry furono all’inizio passate dalle radio – tutte le radio, non solo quelle indirizzate a un pubblico di colore – perché la sua dizione pulita fece scambiare l’autore per bianco. E vi sembra una minuzia da ignorare? Ma forse è solo malinteso pudore che spinge Doggett a sorvolare, lo stesso che lo induce a non chiarire quale “dubbia accusa” costò al nostro eroe un paio di anni di galera nei primi ’60: corruzione di minore, che equivale a dire, per l’uomo che ha scritto Sweet Little Sixteen, che quello che ti salva è poi spesso quello che ti perde. Berry era già stato in carcere (tre anni di riformatorio per una tentata rapina, molto prima di diventare celebre) e ci tornerà negli anni ’90 per possesso di stupefacenti, scampandola invece, grazie a un patteggiamento, dall’accusa di avere registrato dei video nei… ahem… nei bagni delle signore del ristorante di sua proprietà (qualcuno più lestofante di lui ne cavò fuori un video e bei quattrini). Insomma: splendori e miserie di un genio assoluto.

Offre cinquantaquattro dei primi (oppure cinquantatré, considerando una miseria quella sboccata My Ding-A-Ling che gli regalò nel 1972 l’ultimo grande successo e il suo unico numero uno) questa formidabile doppia raccolta di classici, ancora classici e soltanto classici. Roba che non ci sono abbastanza stelle in cielo per votarla. Ah già, non ho detto nulla della musica… ma pretenderete mica che vi racconti Roll Over Beethoven o Johnny B. Goode?

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.623, giugno 2006. Il giorno in cui Chuck Berry compì ottantotto anni celebrai ripescando questo articolo.

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