Reelin’ & Rockin’ con Chuck Berry (18 ottobre 1926-18 marzo 2017)

Sorprende che in un libretto altrimenti ben fatto (benché nelle sette pagine occupate dal saggio si possa andare poco oltre l’enunciazione dell’eccezionale curriculum vitae di Charles Edward Anderson Berry, in arte Chuck) e puntuale il curatore Peter Doggett dimentichi di informare il lettore/acquirente della ragione prima, o ultima (fate voi), dell’enorme successo riscosso sin dall’esordio discografico dall’uomo di Maybellene e a seguire di decine di altri archetipali capolavori. Fateci caso: uno dei due soli neri (l’altro Little Richard, che pativa l’ulteriore handicap di essere gay) nel pantheon dei padri fondatori del rock’n’roll. Non vi pare strano considerando che è di una musica afroamericana per la maggior parte delle sue componenti che si parla? Quel che Doggett si scorda di dire è che, in un’epoca senza giornali musicali nel senso odierno del termine, con poca musica in TV e la TV in ogni caso molto meno importante di oggi, le canzoni di Chuck Berry furono all’inizio passate dalle radio – tutte le radio, non solo quelle indirizzate a un pubblico di colore – perché la sua dizione pulita fece scambiare l’autore per bianco. E vi sembra una minuzia da ignorare? Ma forse è solo malinteso pudore che spinge Doggett a sorvolare, lo stesso che lo induce a non chiarire quale “dubbia accusa” costò al nostro eroe un paio di anni di galera nei primi ’60: corruzione di minore, che equivale a dire, per l’uomo che ha scritto Sweet Little Sixteen, che quello che ti salva è poi spesso quello che ti perde. Berry era già stato in carcere (tre anni di riformatorio per una tentata rapina, molto prima di diventare celebre) e ci tornerà negli anni ’90 per possesso di stupefacenti, scampandola invece, grazie a un patteggiamento, dall’accusa di avere registrato dei video nei… ahem… nei bagni delle signore del ristorante di sua proprietà (qualcuno più lestofante di lui ne cavò fuori un video e bei quattrini). Insomma: splendori e miserie di un genio assoluto.

Offre cinquantaquattro dei primi (oppure cinquantatré, considerando una miseria quella sboccata My Ding-A-Ling che gli regalò nel 1972 l’ultimo grande successo e il suo unico numero uno) questa formidabile doppia raccolta di classici, ancora classici e soltanto classici. Roba che non ci sono abbastanza stelle in cielo per votarla. Ah già, non ho detto nulla della musica… ma pretenderete mica che vi racconti Roll Over Beethoven o Johnny B. Goode?

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.623, giugno 2006. Il giorno in cui Chuck Berry compì ottantotto anni celebrai ripescando questo articolo.

2 commenti

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2 risposte a “Reelin’ & Rockin’ con Chuck Berry (18 ottobre 1926-18 marzo 2017)

  1. Che si fa adesso, Eddy?

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