Archivi del mese: marzo 2017

Il talent… ino sprecato di Evan Dando

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Svelti! Le tre canzoni migliori dei Lemonheads! Dunque… In ordine di uscita e riuscita: Luka, che potete trovare su “Lick”, del 1988, ed è di Suzanne Vega; Different Drum, che fece dell’EP Favorite Spanish Dishes il mio “disco dell’estate” 1990 ma che, nella versione degli Stone Poneys di Linda Ronstadt, era stata una hit assai prima ch’io avessi l’età per eleggere dischi dell’estate; infine Mrs. Robinson, uscita dapprincipio anch’essa su un EP e quindi aggiunta all’edizione di “It’s A Shame About Ray” che a inizio ’93 minacciò di fare sul serio di Evan Dando una superstar. Lo sapete tutti: era di Simon & Garfunkel. Insomma: cover le canzoni più memorabili dei Lemonheads e le migliori e invece autografe alle spalle del podio – a mio avviso quella gemma da R.E.M. depressi di Ride With Me e la title track di “It’s A Shame About Ray” – sono distanziate un tot. Dà da pensare, non vi sembra? A me quando, fra il ’94 e il ’95, si scriveva dell’artista bostoniano come di un “dead man walking”, diede da pensare che la parola di troppo nella descrizione – “talento sprecato” – che se ne dava routinariamente fosse “talento”. Talentino, al massimo. Al più uno con un certo buon gusto nella scelta dei suoi eroi – da Gram Parsons in giù – ma non abbastanza intelligenza da capire che il genio non è un prodotto delle cattive abitudini e non sono quelle che bisogna imitare dei propri idoli. Diciamocelo: se mezza America adolescente ti ha eletto a consolatore dopo la dipartita di Cobain, se sei diventato un’icona senza avere mai scritto qualcosa che valesse un decimo di Smells Like Teen Spirit, se sei sulla copertina di “Sassy” solo perché per tua fortuna papà (un ricco avvocato) e mammà (una modella) ti hanno fatto bello… be’, OK, se impieghi il tuo tempo fumando crack invece che scopandoti lo scopabile sei una testa di minchia, altro che di limone, caro il mio faccia d’angelo.

Questo nuovo disco, omonimo, è stato presentato come quello della reunion dei Lemonheads. Bella cazzata. Tolti i primi mesi di vita, i Lemonheads non sono mai stati un gruppo vero, mai la formazione è rimasta invariata per due di seguito dei sette album così firmati prima di questo fra l’87 e il ’96. La verità è che se è uscito siglato in tal modo invece che “Evan Dando”, come quel “Baby I’m Bored” del 2003 che conteneva nel titolo un perfetto giudizio su di sé, è soltanto perché è un nome meglio spendibile. Comunque è come se non fosse passato un giorno da “Car Button Cloth”. Ecco a voi altri undici brani un po’ Ramones nutriti a Byrds oltre che a Beach Boys e un po’ – superficialmente: non è paragonabile la tensione – Hüsker Dü ultima maniera. Tutti carucci, nessuno indimenticabile. Sono meglio i Green Day, se vogliamo essere onesti.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.25, primavera 2007. Evan Dando compie oggi cinquant’anni.

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Amerigo Verardi – Hippie Dixit (The Prisoner)

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Bel colpo, bel coraggio in un tempo in cui l’attenzione è sempre più volatile e una bulimia di ascolti porta a ingurgitare e digerire dischi tornando raramente sui propri passi (chi già approfondisce, laddove il resto del mondo funziona a Spotify e YouTube) pubblicare un lavoro siffatto. Non è solo perché è doppio e dura quasi cento minuti che “Hippie Dixit” è un album di altri tempi: fatto è che proprio come un album è stato concepito, che esige un approccio non distratto in una o due (trattandosi di doppio) sedute e rispettandone una scaletta congegnata per renderlo ciò che è. A mischiarla potrebbe risultare migliore o peggiore, ma certamente diverrebbe cosa “altra”. Così si segnala come una delle migliori e più suggestive uscite italiane (e non solo) del 2016.

Trentennale il percorso artistico del Verardi, avviato con i neo-psichedelici Allison Run e Betty’s Blues e proseguito, una volta abbandonato l’inglese per l’italiano nei testi, con altri nomi di culto come Lula e Lotus, un paio di collaborazioni con Marco Ancona e diversi dischi da solista, l’ultimo dei quali risaliva però a ben diciannove anni fa. A più riprese ha incrociato gente poi divenuta famosa (per dire: Carmen Consoli e Baustelle) e facilmente sarebbe potuto diventare famoso lui (chiedere a Manuel Agnelli, che lo stima) con il gusto che ha per la melodia insidiosa, che entra in testa senza parere. Stupito mi sono scoperto a canticchiarle alcune delle quattordici tracce che sfilano in un’opera monumentale e nondimeno del tutto fruibile: suggestioni mediterranee infiltrate alla Claudio Rocchi in un’idea di India, il primo Alan Sorrenti redivivo, Tangeri trasferita in una California che è quella di Tim Buckley ma ricollocata alle porte del Cosmo che, si sa, stanno lassù in Germania.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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Le canzoni elevate ad arte di Serge Gainsbourg

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Me lo dimentico regolarmente e ogni volta che lo rileggo rido come la prima: l’uomo nato Lucien Ginsburg portò un solo brano nei Top 100 USA, naturalmente Je t’aime… moi non plus, e – molto appropriatamente – il singolo fermò la sua corsa al numero… 69. Era il… ’69 e nell’album con Jane Birkin inaugurato da quella che è da allora la canzone sexy per antonomasia faceva la sua – ahem – porca figura un altro titolo destinato a diventare un classico: 69 année érotique. Tanto per non farsi mancare nulla il nostro pervertito eroe vi offriva anche una sua versione di Les sucettes, brano già portato al successo dall’idolo adolescenziale France Gall. Del tutto convinta, povera gioia, che sul serio il testo parlasse di leccalecca. Sempre eccessivo oltre che geniale Gainsbourg, uno che quando morì Parigi si fermò. Niente di meno che il presidente Mitterrand lo commemorava come “il nostro Baudelaire, il nostro Apollinaire… colui che elevò ad arte la canzone”. Momentaneamente accantonati i cento scandali che scandirono la vicenda di uno dei francesi più profeti in patria del Novecento: più frequenti via via che l’alcool prendeva a dominarne i già bizzosi estri, fino all’infarto che il 2 marzo 1991 lo uccideva, sessantaduenne.

A proposito di scandali… Spiace che dalla corposa scaletta di un doppio battezzato dall’unico inedito che regala manchi uno dei più grandi, il duetto con la tredicenne figlia Charlotte di Lemon Incest. Ciò premesso, “Comme un boomerang” si configura come la migliore antologia di sempre del Nostro, facendosi preferire alla stagionata “De Gainsbourg à Gainsbarre” per una scelta di brani relativamente più azzeccata (per quanto i due programmi in larga parte si sovrappongano) e soprattutto per il suo sistemare in ordine cronologico le quarantasette tracce che vi sfilano. Si ha così modo di seguire l’evoluzione di un talento unico, dagli esordi in scia a Boris Vian alle felici sbandate prima per il reggae e poi per un electropop sull’orlo della dance dell’ultimo decennio. In mezzo, dal jazz scapigliato al beat yé-yé, dal calypso al rock’n’roll, al funk, con gusto pop puntualmente inarrivabile. Personaggio appena di culto in Gran Bretagna, uno sconosciuto negli USA, Gainsbourg nei vent’anni trascorsi dalla scomparsa ha visto crescere immensamente la sua reputazione nel mondo anglofono, fino a divenire uno dei numi tutelari dell’alt-rock. Parabola che probabilmente lo divertirebbe, lui, “via di mezzo fra Charles Bukowski e Barry White, Jim Morrison e Leonard Cohen, Scott Walker e Chet Baker” secondo una famosa definizione di Sylvie Simmons. Lui che dapprincipio non voleva cantare in pubblico perché vergognoso della propria bruttezza e finì per amoreggiare con alcune delle icone femminili del secolo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011. Ricorre oggi il ventiseiesimo anniversario della morte dell’artista.

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Quando Harry Belafonte cantava il blues

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Harry Belafonte non ha mai cantato come in quest’album. Qui è libero, terrigno, esultantemente identificato con il materiale che affronta come non mai. Belafonte ha sempre comunicato sia una potenza spesso feroce che un lirismo marcato, ma qui evidenzia un coinvolgimento emotivo e una comprensione dei brani che interpreta che è mia convinzione segnino una tappa importante nella sua evoluzione artistica”: così Nat Hentoff sul retro copertina di questo album del 1958 fresco di ristampa per i tipi della Classic Records e d’accordo che le note erano di norma un compromesso fra il comunicato pubblicitario e il saggio critico, però uno del suo prestigio avrebbe mai scritto parole così impegnative non ci avesse creduto? Molte righe più avanti conclude con un perentorio “è la prova più persuasiva di Belafonte a oggi”. Sono trascorsi quarantasette anni e lo stesso cantante non lo ha mai smentito. Si sarebbe prodotto l’anno dopo in uno straordinario doppio live alla Carnegie Hall, ma un disco in studio di questo livello sarebbe rimasto unico, o almeno così riferisce la giurisprudenza e devo fidarmi, visto che non conosco abbastanza l’opera del Nostro da poter pronunciare in prima persona un giudizio tanto netto. Posso in ogni caso assicurare il lettore che trattasi di lavoro formidabile, forte di alcune superbe riletture di Ray Charles – una felina A Fool For You, una jazzata Hallelujah I Love Her So, lo scintillante errebì Mary Ann – e per il resto di tutto un po’, in un ampio ventaglio che va da una ballata struggente come God Bless’ The Child, un cavallo di battaglia di Billie Holiday, al blues elettrico da manuale di In The Evenin’ Mama, passando per quello strascicatissimo di Sinner’s Prayer, grande classico di Lowell Fulson.

A proposito di retro copertina: sorriderà l’audiofilo a leggere la noterella bene evidenziata che informa l’acquirente che “questo è un disco autenticamente stereofonico”. In ogni caso: ottima la registrazione, in termini assoluti e allo stato dell’arte per l’epoca.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.258, giugno 2005. Harry Belafonte compie oggi novant’anni.

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