Archivi del mese: giugno 2017

Blow Up n.230-231

Dopo lunga interruzione dovuta, in linea di massima, a cause di forza maggiore con il numero estivo (luglio/agosto) riprende la mia collaborazione a “Blow Up”. Il mio piccolo contributo a questo balenottero di 180 pagine è stato un “Ripeschiamoli” dedicato a un gruppo talmente oscuro che nemmeno Stefano Isidoro Bianchi lo aveva mai sentito nominare. Credeteci o no.

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Kendrick Lamar – Damn. (Top Dawg)

Si potrebbe partire dai numeri che dicono che “Damn.” per un verso sta eguagliando e per un altro superando il predecessore, il monumentale in ogni senso “To Pimp A Butterfly”. Se si parla di stampa fa impressione che Metacritic, sito che aggrega recensioni e ne fa la media matematica, gli abbia assegnato come voto uno stratosferico 96 su 100, che è esattamente il punteggio cui era arrivato l’album “vero” prima. Se si parla di vendite, nei soli Stati Uniti – dove è andato al primo posto, da cui l’ha detronizzato Drake – ha totalizzato seicentomila copie in due settimane e dunque tutto lascia supporre che si lascerà alle spalle le novecentomila del capolavoro di cui sopra. Ad ascoltare metà del suo relativamente conciso programma – 54’05” contro i 78’51” di “To Pimp A Butterfly”, la cui lavorazione aveva inoltre generato i 34’06” di demo inediti di “Untitled Unmastered” – non c’è da stupirsene: canzoni come le languide Loyalty (molto Jay-Z e con un “featuring” di Rihanna) e Pride, una Love pregna di pop e reggata, la cupa XXX (ci sono gli U2, ma bravi se riuscite a sentirli) o l’etereo funk (se la contraddizione in termini è concessa) Duckworth hanno un potenziale commerciale clamoroso. Ad ascoltare l’altra metà un po’ ci si sorprende sì: perché è hip hop del più hardcore, rapping torrenziale (il momento più alto l’ipnotico mantra con canto gregoriano deforme di Feel) su basi scheletriche.

Il problema è che “To Pimp A Butterfly” faceva di un eclettismo ecumenico (tanto soul e jazz in tralice, che qui si ritrova giusto in una Fear capace di evocare anche Curtis Mayfield) la sua forza. Nel contempo uscendo dal recinto dell’hip hop e promettendo per lo stesso un’Era Nuova. “Damn.” – paradossalmente – fa numeri più grandi parlando a una platea più ristretta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Audio Review n.388

È in edicola da alcuni giorni il numero 388 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni dei nuovi album di Bonnie Prince Billy, Black Angels, Black Lips, Ray Davies, Justin Townes Earle, Faust, Feist, Fleet Foxes, Hawkwind, Taj Mahal & Keb’ Mo’, Kevin Morby, Pond e Slowdive, di una raccolta di Wilko Johnson e di una ristampa di Ernest Ranglin. Nella rubrica del vinile ho scritto di Herbie Hancock.

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Wire – Silver/Lead (Pink Flag)

Non ci si crede. No, davvero. Per quanto gli Wire ci abbiano abituato bene in questa terza vita che ha segnato il secolo nuovo con la loro sequenza di album più lunga di sempre: con questo sette quando fra il ’77 e il ’79 ne pubblicarono tre e fra l’87 e il ’91 sei. Certo non si possono lamentare di una stampa che ha incensato ogni uscita, né di un pubblico che li segue con affetto e spesso fa registrare il “tutto esaurito” nei frequenti tour. Fra fine marzo e inizio aprile i… uh… ragazzi celebreranno il quarantennale del primo concerto con un festival a Los Angeles forte di un cartellone di discepoli impressionante: Bob Mould, Julia Holter, gli Wand e Laetitia Sadier per non fare che un poker di nomi. Miracoloso che non solo abbiano conservato la dirompente freschezza di quell’epocale debutto al londinese Roxy Club ma che sul serio dopo “40 years of not looking back” il loro sguardo seguiti a essere attento al presente e, soprattutto, volto al futuro. Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey mai fanno revival di se stessi e dire che potrebbero permetterselo. Applausi e solo applausi per loro e tuttavia pare un’ingiustizia che non raccolgano molto ma molto di più.

Non ci si crede. No, davvero. Che a parte la complessiva, straordinaria freschezza di “Silver/Lead”, sia stata una ghenga di ultrasessantenni a congegnare una botta di vita come Short Elevated Period, un perfetto singoletto popcore che in mano a dei ventenni li renderebbe subito delle star. Il momento più easy (oddio: Sleep On The Wing potrebbero quasi essere dei Pet Shop Boys girati rock) di un disco più easy della media Wire. Favoloso nel ricordare perché la new wave era “new” senza nostalgia, solo con grandi canzoni. Altre due: Diamond In Cups, riff quasi T-Rex; This Time, dei Roxy Music sotto narcotici.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

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Cinquant’anni fa: il Monterey International Pop Festival

I ragazzi che calano su Monterey hanno spirito ludico e insieme rilassato e battagliero. Un obiettivo: riprendersi la vita. La rivoluzione sessuale corre a passo pure più svelto di quella – correlata – psichedelica (che dalla musica è sconfinata subito nel campo delle arti visive) e la lotta al razzismo e il rifiuto della guerra in Vietnam sono formidabili collanti. La polemica contro il Sistema è viva, pungente. David Crosby introduce l’esibizione dei Byrds la sera del 17 con una citazione di Paul McCartney, da un’intervista a “Life” in cui il Baronetto aveva dichiarato che se tutti i politici del mondo avessero preso dell’LSD difficilmente ci sarebbero state ancora guerre. E così presenta la commossa dedica a JFK di He Was A Friend Of Mine: “Il presidente Kennedy non è stato ucciso da un solo uomo, è stato colpito da differenti direzioni con armi da fuoco diverse. La storia è stata messa a tacere, i testimoni sono stati assassinati e questo è il vostro paese, signore e signori”. Parole come macigni che nondimeno nella memoria si associano a Monterey infinitamente meno dello scambio da chiesa negra fra Otis Redding, nei panni del predicatore, e un pubblico in stragrande maggioranza bianco che ruggisce un “sì” estatico in risposta a un “Questa è la folla dell’amore, giusto? Ci amiamo tutti l’un l’altro, vero? Ho ragione? Fatemi sentire che dite sì!”. Ecco: se c’è un singolo momento, se ci sono dieci secondi che da soli sintetizzano ciò che fu (o avrebbe voluto essere) l’Estate dell’Amore sono quei primi di I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now), emozione che piglia alla gola e lascia tremanti, cuore che perde un battito. Eppure quel ragazzone appena venticinquenne di Macon, che da lì a meno di quattro mesi sarebbe morto, non di eccessi ma perché gli dei sanno essere infami (cadrà con l’aereo che lo portava da un concerto a un altro), non c’entrava nulla con quella platea, non c’entrava nulla con la montante psichedelia. Doveva esserci qualcosa nell’aria. Doveva esserci qualcosa nell’acqua. O nel succo d’arancia.

L’altro obiettivo dei quasi duecentomila che occupano pacificamente una cittadina che fino ad allora era conosciuta soltanto per essere la sede della Scuola di Lingue dell’esercito statunitense è naturalmente farsi una spanciata senza precedenti di musica della più varia. Scorso oggi, il cartellone di quei tre giorni di “musica, amore e fiori” è davvero impressionante. Lo diventa di più o di meno, a seconda della prospettiva da cui lo si guarda, se si considera che del programma, ecumenico (fra soul e pop, folk e blues anche escursioni world ante litteram, con Hugh Masekela e Ravi Shankar), e all’incirca diviso a metà fra californiani, autentici e d’adozione (da Eric Burdon a Steve Miller e alla Butterfield Blues Band) e ospiti, le stelle già alte nel cielo del rock erano in realtà poche: i padroni di casa Mamas & The Papas, Simon & Garfunkel, i Byrds, i Jefferson Airplane, i Buffalo Springfield e più di chiunque altro gli Who (tutto viene in mente fuorché “fate l’amore, non la guerra” ascoltando la loro dinamitarda performance). I Doors non parteciparono e fra i locali fu l’assenza più vistosa. I Grateful Dead sì, ma non era un festival la cornice giusta per accoglierli e difatti (pure sfortunati, stretti come si trovarono fra gli Who e l’Experience) la loro fu un’esibizione sottotono. Ma se è di musica che si parla e non di storia del costume, Monterey è oggi ricordato soprattutto perché fu l’evento che, oltre a fare innamorare la gente del rock di Otis Redding, lanciò le carriere di Janis Joplin e di Jimi Hendrix, che era già famoso in Gran Bretagna ma ancora un signor Nessuno a casa sua. Fu quello il suo esordio americano. Mai debutto fu tanto abbagliante.

Ci avete pensato anche voi? Come Otis, pure Jimi e Janis sopravviveranno di poco alla Summer Of Love. Ci lasceranno fra il settembre e l’ottobre del 1970, a sedici giorni di distanza l’uno dall’altra. A lui l’acido piaceva, ma con esso troppe altre cose. A lei nemmeno un po’. Era una tipa da Southern Comfort ed eroina e mal naturalmente gliene venne, povera, tenerissima stronza. Il mancato protagonista di Monterey, Jim Morrison, andrà loro dietro nel luglio dell’anno dopo, il 3 per la precisione. L’Estate dell’Amore, cominciata con un’alba luminosissima e terminata con un lungo, per molti versi disperante tramonto, sfumava in un Autunno dello Scontento, con le disarmate armate hippie in rotta su tutti i fronti, Nixon alla Casa Bianca e un cowboy fascista, tal Ronald Reagan, governatore (eletto proprio nel 1967) della libertaria California.

Tratto da Possa il Bambin Gesù tapparvi la bocca e aprirvi la mente. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.6, estate 2002.

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Il Verbo imprendibile del Beck di “Odelay”

Era il critico americano Rob Sheffield a uscirsene con questa fulminante equazione: il Beck degli esordi stava a Kurt Cobain come Snoopy a Charlie Brown. Quant’è vero! Un genio in apparenza 100% istinto e innocenza a fronte di uno incapace di venire a patti con la perdita dell’innocenza stessa. Un “perdente” che in Loser invocava di essere fatto fuori – deliziosa commedia in partenza e tanto più nell’istante in cui il brano irrompeva in ogni classifica – a fronte di un vincente che non sapeva perdonarsi di esserlo e si faceva fuori da solo. Si potrebbero raccontare i primi anni ’90 giocandosela tutta sulle dicotomie “Mellow Gold”/”In Utero”, Loser contro Smells Like Teen Spirit. Siccome Beck Hansen ha per fortuna poi avuto una carriera giunta a oggi e ha continuato a regalarci dischi come minimo intriganti, con il senno di poi possiamo naturalmente dire che a grattare la superficie si trovava, già nell’esordio e parecchio di più due anni dopo in “Odelay”, una stratificazione di riferimenti e significati irriducibili all’immagine di poeta pin-up con una chitarra, una batteria elettronica e una tavola da surf. E che c’era molta ironia, ma non soltanto ironia. A riascoltarlo nel ventennale della prima pubblicazione pare, più del debutto “vero” o di successori pure quotati come “Mutations” e “Sea Change”, il capolavoro del Nostro. Quello dove ha meglio declinato un Verbo imprendibile. Il folk che si fa hip hop, che si fa blues, che si fa noise, che si fa bossanova, che si fa punk, che si fa funk, che si fa psichedelia, che si fa mariachi, che si fa pop, che si fa country. Eccetera.

Già nel 2008 questo indiscutibile classico aveva beneficiato di una ristampa, allora su Original Recordings Group e in quel caso mostruosamente espansa e lussuosa, quattro LP e un libro, per un prezzo al pubblico che si aggirava sui cento euro (chi investì fece bene, sul mercato dei collezionisti quell’edizione gira attualmente a due-tre volte tanto). Ci si limita ora a riprendere la scaletta originale, naturalmente a un prezzo (sui 22 euro, comprensivi di un codice per scaricare i file audio, disponibili sia in mp3 che in wav) assai più abbordabile. La stampa ORG risolveva il problema dell’elevato minutaggio (54’13”, più o meno equamente divisi sui due lati) spalmando il programma su tre facciate anziché due. Qui non si poteva, se non raddoppiando l’esborso richiesto, ma volumi e dinamica restano accettabili. Buona l’immagine stereo e silenzioso il vinile, una tantum (trattandosi di major, che su certi dettagli spesso cadono miseramente) ospitato in una busta antistatica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.384, febbraio 2017.

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The Shins – Heartworms (Columbia)

“Abbiamo delle chitarre/abbiamo delle tastiere/e io so scrivere melodie orecchiabili/diamoci da fare”, canta James Mercer in Half A Million, settima traccia di undici del quinto album di quello che era il suo gruppo e oggi è il paravento dietro cui si cela un solista. E come riassunto è perfetto per una carriera venticinquennale, cominciata alla testa dei Flake Music prima che questi si trasformassero in Shins per tramite di un altro esercizio di sottrazione, fuori tutti i musicisti che lo affiancavano tranne uno. Non faceva invece superstiti il nostro uomo nel 2009 quando, a due anni dall’uscita di “Wincing The Night Away”, clamorosamente secondo nella graduatoria di “Billboard”, accompagnava alla porta l’intera band. Senza pagare dazio commercialmente nel 2012 con “Port Of Morrow”, un numero 3 USA, ma artisticamente un po’ sì. O forse era solo questione di ispirazione meno felice del solito, non della situazione diversa data dal non dovere più interagire (pur essendo sempre stato l’autore unico del repertorio) con altri. Cinque anni trascorsi allevando figlie, cui è dedicata l’iniziale, ritmata e solare, Name For You, e lavorando al progetto parallelo Broken Bells devono avere alleggerito – e che anche costoro, un duo con Danger Mouse, abbiano avuto successo avrà contribuito – la pressione. O, di nuovo, è soltanto una faccenda di verve ritrovata.

Già al numero due della classifica Adult Alternative la summenzionata Name For You e con minimo altri due possibili singoli di successo nel synth-pop Cherry Hearts e nella già citata Half A Million (da qualche parte fra Cars e Weezer), “Heartworms” terrà alto il conto corrente di Mercer e per intanto ne riporta in quota la reputazione. Qui una delle sue canzoni più belle di sempre: il country-Britpop (ebbene sì) Mildenhall.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

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