Archivi del mese: agosto 2017

Il Ryan Adams di “Heartbreaker” (uno dei 1001 album che dovete ascoltare prima di morire)

Massimo rispetto per Robert Christgau, decano della critica statunitense, che si occupa di musica dal 1967 (dal 1969 colonna dell’influentissimo “Village Voice”) e chissà quanti dischi ha recensito in vita sua, decine di migliaia probabilmente. Può capitare di toppare con uno e secondo me succedeva nel 2000, quando liquidava “Heartbreaker” scrivendo che To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High) è la sola traccia valida “in un album che non vale né il vostro tempo né il vostro denaro”. Premesso che il brano in questione, un incalzante folk alla Dylan che all’improvviso si apre deliziosamente melodico e pop, è forse l’apice del lavoro che di fatto inaugura (dopo la curiosa introduzione “spoken” di Argument With David Rawlings Concerning Morrissey), be’, tanto, tantissimo altro c’è di buono o anche ottimo negli abbondanti tre quarti d’ora che gli vanno dietro. Il debutto da solista dell’allora quasi ventiseienne cantautore di Jacksonville, reduce da quegli Whiskeytown che per un attimo rischiarono di diventare i Nirvana dell’alt-country, trovava in compenso altri sponsor e fra essi il più entusiasta era il più improbabile: Elton John, niente di meno, che addirittura ne riprenderà dal vivo alcuni episodi. E nel 2005 il disco si ritrovava incluso nel volume 1001 Albums You Must Hear Before You Die. Nell’illustre compagnia fa la sua figura. Si può capire come al tempo spiazzò chi da Adams era stato abituato a spartiti più energici – né gli giovava che a ruota l’artista piazzasse un capolavoro viceversa universalmente acclamato quale è “Gold” – ma a riascoltarlo oggi se non ha la statura dei classici ci va vicino. Collezione mediamente scarna di ballate fra folk e country, tocca altri vertici in una romanticissima Amy che sa tanto di Paul McCartney, in una struggente Oh My Sweet Carolina (Emmylou Harris alla seconda voce) che sa tanto di Townes Van Zandt, in una mossa Come Pick Me Up, nello strascicato blues Why Do They Leave?. Essendo la diddleyana Shakedown On 9th Street l’unica accensione rock’n’roll.

Completo di un voucher con un codice che permette di scaricarlo in formato wav, saggiamente distribuito su quattro facciate vista una durata che supera i cinquanta minuti, “Heartbreaker” viene oggi riproposto in una stampa che certifica come le major si stiano mettendo al passo con le etichette specializzate per audiofili. Vinile pesante e silenzioso, suoni fantastici, un prezzo tutto sommato accettabile: intorno ai 28 euro, a meno che non optiate per la versione quattro LP (gli altri due sono di outtake e demo) più un DVD e allora dovrete sborsarne una settantina. Non ne vale però la pena, secondo me.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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Slowdive – Slowdive (Dead Oceans)

A questo punto della Sacra Trimurti che dominò l’epoca breve della scena “che celebrava se stessa” mancano all’appello solo i Ride. Ancora per pochissimo tuttavia, giacché quando avrete fra le mani questo numero sarà fuori il loro “Weather Diaries”, primo lavoro da ventun anni in qua. I My Bloody Valentine erano tornati nel 2013 con “MBV”, disco che interrompeva un silenzio che di anni ne era durato ventidue. Quanto agli Slowdive li si attendeva (per così dire, visto che non si sono rimessi insieme che nel 2014) dal 1995, da quel “Pygmalion” che rimediava loro cattiva stampa, vendite infime e il benservito dalla Creation. Si chiudeva così, fra indifferenza e pernacchie, la stagione in ogni senso ruggente di quello shoegaze che, casualmente o no dirimpettaio britannico del grunge, aveva avvolto la polpa di melodie ineffabili in una scorza di feedback spessa come mai nella storia della popular music. Dopo essere stato esaltato veniva liquidato frettolosamente, salvo poi tornare in auge sul finale del primo decennio del secolo nuovo con quel dream pop che ne è una riedizione un po’ (tanto) esangue.

Evidenziano ben altra verve e sostanza i vecchi campioni. Significativamente omonimo, “Slowdive” opera sintesi dei diversamente classici “Just For A Day” (1991) e “Souvlaki” (1993) piuttosto che ripartire dallo sperimentale sull’orlo della ambient “Pygmalion”. Ma non si limita al compitino, tutt’altro, in un ampio arco con agli estremi la travolgente, gioiosa e persino innodica Star Roving (la loro cosa più esuberante di sempre) e l’estatica ballata pianistica Falling Ashes. Ciò che sta in mezzo sono i Cocteau Twins se fossero stati dei Sonic Youth influenzati da Brian Wilson. A lamentarsi che non c’è nulla di nuovo, ci si dimentica che è di inventori che si parla.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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Fra saudade e spleen: l’esilio londinese di Caetano Veloso

Avrei voluto iniziare citando l’Alighieri e i suoi versi su quanto sappia di sale il pane altrui. Gli studi liceali sono però lontani e la memoria non mi soccorre. Fate conto che l’abbia fatto. Nello sguardo del giovane Caetano Veloso sulla copertina di questo suo album l’amarezza dell’esilio è tangibile quanto nelle parole del nostro sommo poeta. La pelliccia che stringe al petto (il clima inglese non è fatto per chi è nato a Bahia) ricorda cosa riferì a casa del suo arrivo a Londra: “Dicono che qui sia estate. Io sto scrivendo vestito con un immenso giaccone di pelle”. Vi era giunto nel 1969, personaggio troppo controverso (fra gli alfieri di quel movimento tropicalista che rivoluzionò il pop brasiliano) perché la giunta militare che governava il suo paese potesse tollerarne l’attività e troppo famoso perché potesse sbarazzarsene impunemente. Da cui l’esilio.

Passa un anno e mezzo prima che la giustificata saudade del Nostro si traduca in canzoni. E lì – sorpresa! – si fa spleen (che non è la stessa cosa). Nel suo quarto LP, terzo consecutivo a chiamarsi “Caetano Veloso”, l’artista di Bahia ripone nel cassetto dei ricordi la sgargiante psichedelia tropicalista, canta in inglese e scopre in sé (occhio all’anno! 1971) afflati drakiani. Subito esplicitati da una A Little More Blue che stabilisce, con il suo lirismo raccolto e gentile, carico di indicibili malinconie, il tono generale dell’opera. Ribadito dal tenerissimo calypso di London, London e da Maria Bethania, toccante lettera alla sorella carezzata da vocalizzi alati e un violino drammatico. Né vale meno il resto del programma di un album che fa storia a sé nella sconfinata discografia velosiana. In ogni caso uno dei più memorabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.198, gennaio 2000. O Maestro compie oggi settantacinque anni.

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Bonnie Prince Billy – Best Troubador (Drag City)

Per la nazione hippie Merle Haggard era un fascista, l’ex-galeotto perdonato da Reagan che la sbeffeggiava in Okie From Muskegee. Le generazioni cresciute con il punk l’hanno invece sempre pensata diversamente, inquadrandolo per l’anarchico (più che il destrorso) che era. Tant’è che Haggard (scomparso il 6 aprile 2016, nel giorno del settantanovesimo compleanno) si ritroverà persino a incidere per un’etichetta di ascendenze hardcore quale la Anti-. E per Will Oldham (Bonnie Prince Billy il più usato dei tanti alias) costui è sempre stato un eroe. “Best Troubador” è come un cerchio che si chiude: uno che agli inizi di carriera si ritrovava (a torto) confuso nella galassia post-rock, e che è diventato celebre soprattutto grazie a una rilettura di una sua canzone (I See A Darkness) fatta da Johnny Cash, che dedica un album tributo a un artista che fu spinto a divenire tale da un concerto nel carcere di San Quintino proprio dell’Uomo in Nero. Haggard era recluso lì.

Non è la prima volta che Oldham confeziona una collezione di cover: analoghi omaggi aveva dedicato in anni recenti prima agli Everly Brothers e quindi ai Mekons. Però questo (per il quale aveva fatto una piccola prova generale includendo nel 2012 il blues rurale Because Of Your Eyes nel mini “Hummingbird”) pare più sentito. Non una rivisitazione di brani celebri (delle sedici tracce solo due furono delle hit) bensì uno scavare fra le pieghe più nascoste di un catalogo sterminato, “Best Troubador” non si appiattisce mai su quel country formulaico che a tratti pure un fuori dagli schemi come Haggard frequentò. Magari certe fragranze un po’… hippie (penso al flauto fra l’estatico e il celtico nella catatonica Roses In The Winter, o a un’incantata The Day The Rains Came) gli sarebbero piaciute.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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Ray Davies – Americana (Sony/Legacy)

Me l’ero immaginato già leggendo la lunga recensione (album del mese) dedicatagli da “Mojo” e cui facevo riferimento il mese scorso, raccontando l’ultima, modesta uscita del fratello Dave: il nuovo disco di Ray Davies, primo da dieci anni in qua, è più una faccenda di testi piuttosto (per non dire irrimediabilmente) verbosi che di canzoni capaci di svettare per la memorabilità di una melodia o un riff. E se l’ascoltatore di madre lingua può restarne catturato agli altri (avendo comunque una buona padronanza dell’inglese) non resta che usufruirne, per goderne appieno, come fosse musica lirica: seguendo il libretto. Per quanto non di rock opera in senso stretto si tratti, non essendovi un filo che lega le quindici tracce (due sono però giusto degli intermezzi spoken) al di là del problematico rapporto dell’autore con gli Stati Uniti e quella cultura. Paradossale: quando i Kinks erano a un apice sia artistico che commerciale, nei ’60, quel territorio era loro precluso per ragioni troppo lunghe da ricordare qui. Negli anni ’70, con una popolarità assai declinante in patria, erano lunghi tour nelle arene oltre Atlantico a tenere a posto i bilanci.

Ricordando come con il bellissimo “Muswell Hillbillies” Davies avesse dimostrato già nel lontano ’71 di sapere ben padroneggiare la cosiddetta Americana, e sapendo che a dargli qui man forte sono i Jayhawks, campionissimi nell’ambito, ci si poteva attendere molto da un disco dal titolo invece fuorviante. Come minimo, al pari British. È un ascolto faticoso e che dispiega quasi tutte le poche seduzioni subito, con il ritornello dritto dal 1966 di The Deal e il power beat Poetry. Nel prosieguo, giusto lo sgangherato blues waitsiano Change For Change e una The Great Highway incisivamente ruffiana destano dal crescente torpore.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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