Archivi del mese: dicembre 2017

William Patrick Corgan – Ogilala (Reprise)

Magari ha ragione il recensore di “Record Collector”. Forse Billy Corgan è perito in un incidente poco dopo l’uscita nell’ottobre 1995 di “Mellon Collie And The Infinite Sadness” ed è stato sostituito da un sosia. Proprio come McCartney nel ’66, ricordate? Con la differenza che, mentre il facsimile di Paul evidenziò la stessa genialità per qualche anno e si è poi costruito una carriera post-Beatles rispettabile (ma dove lo avranno scovato, quei signori del male della discografia?), il finto Billy ha la medesima voce, uguali fattezze (ma come è invecchiato! un cinquantenne che di anni ne dimostra minimo dieci di più), ma quanto a talento… un’ombra. Potrebbe così spiegarsi l’inspiegabile, una caduta di ispirazione verticale dopo un album in ogni senso ingombrante, con le sue due ore insieme troppo dense e dispersive, ma nei momenti migliori l’apice di una carriera già benissimo iniziata con i memorabili “Gish” e “Siamese Dream”. Gli Smashing Pumpkins seguenti, dopo il decente “Adore”, sono diventati imbarazzanti, del progetto Zwan meno si dice e meglio è e una pietosa riga va tracciata pure sull’esordio da solista del nostro non più eroe, “TheFutureEmbrace”. Negli USA vendeva settantamila copie quando “Mellon Collie” ne aveva totalizzato oltre quattro milioni e mezzo.

Dodici anni dopo William Patrick (visto? non è più il Billy di una volta) prova a tirarsi su affidandosi per la produzione a quel resuscitamorti di Rick Rubin e facendo tutto l’opposto. Via tastiere e batterie elettroniche, queste undici canzoni si affidano a chitarra acustica, pianoforte, degli archi. L’iniziale Zowie dispiega una melodia di un certo gusto e come pausa in un disco pieno come un tempo di elettriche furiose ci sarebbe stata bene. Sfortunatamente, stabilisce l’andi di un album che… zzzzzzzzzzzzz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.393, novembre 2017.

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I Motörhead, quando erano “la peggiore band al mondo”

“Ace Of Spades”? “A fucking killer!” I Motörhead? “The ultimate heavy metal band!” Detto da Ozzy Osbourne, mentre a sentire Lars Ulrich i Metallica non si sarebbero mai formati non fosse stato per seguire l’esempio del gruppo di Lemmy Kilminster. Parole pesanti, siccome senza i Metallica l’hard’n’heavy odierno sarebbe inconcepibile e ne consegue che le sue radici ultime vanno cercate più indietro. Ad esempio fra i solchi di questo LP che, a quasi un quarto di secolo dalla pubblicazione, si conserva travolgente, tellurico. Parole pronunciate al losangeleno Whiskey A-Go-Go nel dicembre 1995. L’occasione? Una festa per celebrare il cinquantesimo compleanno di Lemmy, traguardo rimarchevole giacché stiamo parlando dell’uomo che si fece cacciare dagli Hawkwind per avere esagerato con le droghe: all’incirca un equivalente del Papa che viene allontanato da Santa Madre Chiesa per eccesso di cattolicesimo. Fatto evidentemente di ferro come i riff che cava da un basso elettrico suonato a mo’ di chitarra ritmica, il nostro eroe non solo è sopravvissuto a comportamenti e abitudini che avrebbero stroncato un Keith Richards ma invecchiando ha avuto la soddisfazione di vedere quegli stessi critici che avevano definito la sua “the worst band in the world” cominciare a citarla con reverenza, preferibilmente insieme a Stooges ed MC5.

Affacciatisi alla ribalta mentre l’incendio punk comincia a prendere, i Motörhead pubblicano il primo, omonimo album proprio nel fatidico 1977 ma senza farlo apposta, visto che il precedente di un anno “On Parole” gli è stato rifiutato dalla United Artists, che poi ci ripenserà licenziandolo nel 1979, quando il culto per Lemmy e soci si è esteso ben oltre l’originale nucleo di bikers e freak all’anfetamina piuttosto che alla maria. “Ace Of Spades” arriva nel 1980, terzo 33 giri su Bronze dopo “Overkill” e “Bomber”, procura al gruppo la prima apparizione a “Top Of The Pops” (pensate!) e sarà seguito dal live definitivo “No Sleep ’Til Hammersmith”. Poi il manierismo prevarrà, ma qui il trio (nella sua formazione più classica, con “Fast” Eddie Clarke alla chitarra e Phil “Philty Animal” Taylor alla batteria) è semplicemente invincibile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. In alto i boccali per Lemmy, che ci lasciava due anni fa a oggi, settantenne.

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And so this is Xmas

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25 dicembre 2017 · 08:31

Godspeed You! Black Emperor – Luciferian Towers (Constellation)

Terzo capitolo per una seconda vita che si promette più lunga della prima per i Godspeed You! Black Emperor, che pubblicavano tre lavori maggiori fra il ’97 e il 2002 e pareggiano ora il conto dando un seguito a “’Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” del 2012 e “Asunder, Sweet And Other Distress” del 2015: il primo da consigliare a chi volesse un approccio “soft” al post-rock più magmatico mai sporto da chiunque? Il secondo, dando la precedenza alla versione in CD (un terzo più lunga della stampa in vinile) del debutto “f#a#oo”: laddove i Pink Floyd dell’immediato dopo Barrett si intrecciano con i King Crimson più abrasivi, Morricone, i Popol Vuh e Angelo Badalamenti lavorano alla stessa colonna sonora, l’apocalittico folk post-Fahey dei Gastr Del Sol assume, elettrificandosi, toni trance alla Savage Republic. Il tutto deturpato da schizzi di vetriolo ogni volta che il sentimento adombra scivolamenti nell’accorato. Un capolavoro che sembrava stabilire per i successori livelli impossibili da pareggiare. Eppure la numerosa compagine canadese (nove i componenti attuali) è rimasta lì, mai un calo di tensione in una discografia stellare, mai un limitarsi a schemi e stilemi già praticati e invece un costante allargare un canone cui, per dire, doom e cameristica, minimalismo e primitivismo concorrono con pari dignità.

Rispetto a immediati predecessori particolarmente foschi, cataclismatici, “Luciferian Towers” si porge singolarmente lirico, orchestrato più fluidamente, fra il turgore di archi, synth e chitarre che sfocia in innodia al solito senza parole di Undoing A Luciferian Towers e la rauca sinfonia psichedelico-western di Anthem For No State. Di inaudito approdo pastorale: come se per questi conclamati anarchici potesse in fondo esserci un sol dell’avvenire.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

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Audio Review n.394

È in edicola il numero 394 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni dei nuovi album di Marc Almond, Amadou & Mariam, Asaf Avidan, Cheap Wine, CousteauX, Baxter Dury, Noel Gallagher’s High Flying Birds, Girls In Hawaii, Sharon Jones, Kitty, Daisy & Lewis, Morrissey, Sofa Surfers e Mavis Staples e di una ristampa di Lee Hazlewood. Nella rubrica del vinile ho scritto in lungo degli Isley Brothers e più in breve di Howe Gelb & Lonna Kelly e Lalo Schifrin.

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L’isola del tesoro di Duke Reid

È uno degli aneddoti più celebri della storia del rock. 1977. Nel pieno di quel delirio di paranoia e onnipotenza che furono le registrazioni di “Death Of A Ladies Man” Phil Spector estrae una pistola e ne appoggia la canna alla gola di Leonard Cohen. “Ti voglio bene, Leonard”, sussurra il produttore. “Lo spero proprio, Phil”, replica impassibile il cantante. Al posto dell’inventore del Wall Of Sound, Duke Reid avrebbe probabilmente fatto di peggio. Sparato in aria qualche colpo dimostrativo. Piantato nel bancone del mixer il machete che teneva sempre alla cintola insieme a un grosso revolver. Tolto la sicura alla granata con cui amava giocherellare. Ordinato agli scagnozzi di cui si circondava di fare saltare qualche dente e rompere qualche osso. Però nel 1977 Reid era già morto da due anni, sessantenne. Però non si era mai occupato né di rock né di canzone d’autore, essendo sempre stata la musica giamaicana (mai operato fuori dall’isola caraibica, se non vendendo licenze in Gran Bretagna) il suo business. Duke Reid era un mafioso che agiva con la totale assenza di scrupoli che può essere giusto di chi è stato un tutore dell’ordine. Duke Reid era un colossale figlio di puttana. Però era il nostro figlio di puttana. Senza di lui ska, rocksteady e reggae sarebbero stati assai diversi da ciò che furono, o forse non sarebbero stati affatto. Come non onorarne la memoria, allora?

Fresca di stampa per la francese Jahslams provvede abbastanza adeguatamente alla bisogna, diventando in ogni caso la collezione di produzioni del nostro uomo da avere, la quadrupla “Treasure Isle – The True Story Of Ska, Rocksteady, Dub, And Reggae”. Facendosi nel complesso preferire al finora indispensabile doppio “Duke Reid’s Treasure Chest”, un Heartbeat del ’92. Tutt’altro che scevra di difetti – il dub sta nel titolo e basta, la qualità sonora lascia spesso a desiderare e il minutaggio è modesto: passi la suddivisione in volumi “a tema”, ma di CD ne sarebbero bastati tre, se non due – è nondimeno una festa da non dirsi. In particolare per l’inclita (il colto dovrebbe già avere in casa tutto, o quasi) che, complice anche un discreto libretto, potrà istruirsi spendendo poco e godendo tanto su una vicenda fra le più intriganti ed epiche nella musica popolare del Novecento. Per quanto se ne sia scritto, la memoria dell’anno esatto in cui tutto iniziò si è persa. Siamo comunque nei primi ’50. Classe 1915, Arthur Reid ha lasciato la polizia, dopo avervi prestato servizio per un tondo decennio, per aiutare la moglie a gestire un emporio di crescente successo in cui si vendono principalmente frutta, verdura e liquori. Dischi non ancora. Appassionatissimo di jazz e pazzo per il nascente rhythm’n’blues, quelli il buon Arthur li compra per sé e all’epoca non sono molti gli isolani a potersi permettere un simile lusso. Cominciare a suonarli in negozio e rendersi conto che la clientela aumenta istantaneamente è una cosa sola. Il passo successivo è diffonderli nell’etere dagli studi dell’unica radio locale approfittandone per fare pubblicità a – questo il nome dell’emporio – Treasure Isle. Quello dopo ancora è prendere a girare per Kingston, e poi per il resto dell’isola, con un camioncino con sopra un piatto, un amplificatore a pile e una pila come nessuno ha mai visto di casse acustiche. È il primo sound system e non c’è da stupirsi che, in un paese dove non solo i più non hanno una radio ma l’allaccio alla rete elettrica è roba da ricchi, il successo sia subito travolgente. La discoteca volante è gratis, le bibite no e presto sono bei soldi. Unico ma non piccolo cruccio è che qualcun altro abbia avuto la medesima idea. Si chiama Clement “Coxsone” Dodd e a lungo la sua vita e quella di Arthur “Duke” Reid si svilupperanno con un parallelismo perfetto. Si ruberanno vicendevolmente dapprincipio pubblico e dischi e poi musicisti e cantanti, si odieranno, giocheranno di norma sporco. Molto più Reid, il cui trucco preferito sarà quello di incaricare delinquenti prezzolati di provocare risse alle feste del rivale. E allora va bene quando a volare sono cazzotti e sedie, perché non di rado sono pallottole. Bel tipo, eh?

Faccio breve una storia lunga e sulla quale non faticherete comunque a dettagliarvi meglio annotando come era la sempre maggiore difficoltà a procurarsi vinili americani in esclusiva a indurre i due… ehm… amici a creare, con mezzi quantomai artigianali, un’industria discografica autoctona, forti della presenza in Giamaica di un manipolo di musicisti – sostanzialmente: quelli che si ritroveranno negli Skatalites – coi fiocchi. L’errebì prendeva una coloritura indigena, innanzitutto ma non soltanto con un inaudito ritmo singultante, ed ecco lo ska. Il rallentare della scansione e l’accentuarsi delle influenze più specificamente soul lo trasformeranno prima in rockstedy, con i cantanti ora prevalenti sugli strumentisti; quindi in reggae. Orecchie sempre ben ritte e concorrenzialità esasperata, Reid e Dodd saranno protagonisti assoluti fino ai primi ’70, quando l’insopprimibile antipatia che nutriva per la dottrina rastafari comincerà a spostare l’ex-poliziotto dal centro di una ribalta che si riprenderà prontamente – ultimo colpo di genio prima di arrendersi a un tumore – scatenando la voga del dj. E di tutto ciò “Treasure Isle” – sottotitoli dei quattro dischetti: “Madness Of Ska”, “Rocksteady Beat”, “Soul Island”, “Treasure Songs” – offre più che apprezzabile sinossi. Parata mozzafiato di campionissimi cui Duke Reid fu debitore di montagne di soldi ma che a loro volta a costui debbono l’immortalità.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.644, marzo 2008.

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Lee Ranaldo – Electric Trim (Mute)

Trent’anni separano “Electric Trim” da “From Here To Infinity”, che era il debutto da solista di Lee Ranaldo. Lavoro che nella sua versione originale in vinile non supererebbe che di qualche secondo i dodici minuti, formalmente. Ossia solo se alla fine di ciascuna delle tredici tracce, divise su due facciate da fare andare a 45 giri, si alza subito la puntina, prima che venga catturata da un solco chiuso che manda in loop gli ultimi secondi del brano facendolo potenzialmente durare, per l’appunto, “da qui all’infinito”. E sarà per questo che il disco viene considerato un album e non un EP? Un album? Direi piuttosto un oggetto d’arte, un’installazione sonora che ciascuno dei rari possessori può ricreare in ambiente domestico nella configurazione che preferisce.

Più che tre decenni – e un’altra decina di album in proprio, tante collaborazioni con William Hooker e varia minutaglia – sono allora universi a frapporsi fra le due opere. Va da sé: e la valanga di dischi con i Sonic Youth, di cui Ranaldo è stato uno dei due chitarristi dal primo giorno all’ultimo, dall’81 al 2011. Se della Gioventù Sonica Thurston Moore e Kim Gordon hanno perpetrato nei successivi percorsi il côté più ruvido, il nostro uomo ha invece magnificato l’anima psichedelica che il quartetto perdipiù nascose, salvo occasionalmente porgersi come una versione post-punk o anche noise dei Grateful Dead. Mai in precedenza come in “Electric Trim”. Che nel contempo sa pure confinarsi, saggiamente, in un perimetro di canzone. È il suo album più fruibile e bello, pieno di scorci alla R.E.M. ma inseriti in contesti squisitamente lisergici, da un’iniziale Moroccan Mountains su cui la dice lunga il titolo a una Circular devotissima a Tomorrow Never Knows, da una traccia omonima fra Dead e Love al raga rock Purloined.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

 

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Un blues per Otis, che ci lasciava cinquant’anni fa

Assai diverse le circostanze delle premature scomparse (ventiseienne l’uno, ventisettenne l’altro), le vicende artistiche di Otis Redding e Jimi Hendrix questo hanno in comune oltre al trionfo al “Monterey Festival” del 1967 poi immortalato in un 33 giri condiviso: che si consumarono in un triennio appena (quella del secondo cominciava mentre quella del primo finiva) e che i due furono prima di Prince gli ultimi artisti di colore ad avere un impatto forte sul pubblico ormai quasi esclusivamente bianco del rock. Scavando altro si trova: ad esempio che Otis iniziò la sua carriera imitando il concittadino (Macon, Georgia) Little Richard e che Jimi ebbe i primi assaggi di gloria proprio suonando con l’uomo di Tutti Frutti. Sono però curiosità e ciò che conta è quanto si diceva riguardo al rapporto con la platea bianca. Il chitarrista la conquistò con geniale pirotecnia, il cantante con un non meno geniale e istintivo ecumenismo. Paradigmatica a tal riguardo la scaletta di quello che tanti ritengono l’album soul per antonomasia, “Otis Blue”: tre riletture che passano al vaglio ogni Sam Cooke possibile (da quello sentimentale di Wonderful World a quello politicamente consapevole di Change Gonna Come per tramite del ballo sfrenato di Shake), del sofisticato soul virato pop (My Girl dei Temptations) e dell’altro più terrigno (Down In The Valley di Solomon Burke e You Don’t Miss Your Water di William Bell), un classico del blues elettrico (Rock Me Baby di B.B. King) e una versione propulsa da fiati stentorei di uno dei successi rock del momento (Satisfaction).

Per arrivare a undici bisogna aggiungere i tre originali: l’atavica sofferenza di Ole Man Trouble cui fa da contraltare il proclama di fierezza di Respect; lo struggente peana d’amore I’ve Been Loving You Too Long. Esito: un classico insieme appieno del suo tempo e fuori dal tempo. La quintessenza del soul sudista. In un mondo migliore di questo, quell’aereo non è mai caduto e Otis ha cambiato la storia della musica popolare del XX secolo molto più di quanto non gli permise un destino cinico e baro.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. Otis Redding periva il 10 dicembre 1967 nello schianto dell’aereo che lo stava portando da Cleveland, Ohio, a Madison, Wisconsin, per un concerto. Con lui morivano quattro dei cinque componenti della band che lo accompagnava, i Bar-Kays. Lui aveva ventisei anni, tre mesi, un giorno.

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The National – Sleep Well Beast (4AD)

Nel momento in cui scrivo il settimo lavoro in studio dei National è fuori da pochissimo e ancora non si sa se eguaglierà o migliorerà il piazzamento dei più immediati predecessori – “High Violet” del 2010; “Trouble Will Find Me” del 2013 – nelle classifiche USA. Entrambi arrestatisi al numero 3. Può essere un indizio che in quella UK, già uscita, sia primo. Lì mai il gruppo di Cincinnati (ma newyorkese di adozione) del cantante Matt Berninger e delle coppie di fratelli Dessner (Aaron e Bryce, alle chitarre) e Devendorf (Scott e Bryan, rispettivamente basso e batteria) aveva guardato tutti dall’alto. Quando fino a “Boxer” del 2007, già il quarto album e a detta dei più il loro capolavoro, erano un nome solo “di culto”. Invece cocchi della critica da subito e in misura financo esagerata. Pensate che quando nel 2013 il “New Musical Express” compilava una lista dei cinquecento più grandi dischi di tutti i tempi ne includeva quattro loro e c’è da credere che gli stessi National l’abbiano ritenuta una forzatura. Ma in fondo stupisce di più che, dai e dai, si sia conquistata una solida popolarità una band tanto elusiva, i cui album crescono alla distanza, che di rado porge riff o melodie capaci di agganciare al volo l’ascoltatore.

Come dei Radiohead americani, si legge sempre più spesso e – nonostante non abbiano mai avuto una loro Creep e sperimentino meno radicalmente di Yorke e soci, mantenendosi sostanzialmente in un ambito pop-rock – il paragone ci sta. Qui più che altrove in I’ll Still Destroy You, in Guilty Party, in una traccia omonima che suggella a mo’ di spettrale (ansiogena e dunque un ossimoro) ninnananna. Convincono altrettanto quando evocano piuttosto gli U2, in Empire Line. Di meno quando fanno collidere Pixies e Pearl Jam, nel raro assalto rock Turtleneck.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

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The War On Drugs – A Deeper Understanding (Atlantic)

Dalla Secretly Canadian alla Atlantic è un salto non da poco quello che compiono i War On Drugs, da Philadelphia: band con un potenziale invero notevole se si pensa che all’inizio la leadership era divisa fra Adam Granduciel e quel Kurt Vile poi solista di tutto rispetto, avendo lasciato la compagnia già dopo l’uscita del debutto del 2008, il promettente “Wagonwheel Blues”. Come dei My Bloody Valentine alle prese con il Dylan di “Highway 61 Revisited”, li raccontava allora qualcuno e, se gli esiti non valevano la premessa, la approssimavano abbastanza da far credere che ci si trovasse in presenza di un gruppo destinato a segnare il rock di questo secolo nuovo non avaro di bei dischi ma pressoché privo di nomi in grado di confrontarsi, per impatto e carisma, con i campioni di quello passato. Non è andata così, per quanto Granduciel un certo talentaccio abbia continuato a esibirlo, pure in questo “A Deeper Understanding” che, fossimo in quegli anni ’80 da lui tanto amati, verrebbe passato sotto la lente di ingrandimento di fan pronti a gridare al compromesso figlio dell’ingresso in area major. Ma i tempi sono cambiati e il mercato è troppo piccolo perché un’etichetta possa ritenere che meriti snaturare il suono di qualcuno, fargli perdere qualche cultore per fargli guadagnare le masse.

Basterebbe guardare le durate medie delle canzoni che sfilano qui – in dieci fanno 66’13” – per capire che l’Atlantic non ci ha messo bocca e verrebbe da pensare che sarebbe stato meglio se sì. Che bene avrebbe fatto a suggerire delle sforbiciate a pezzi che, instillando synth-pop in un cuore di Americana, troppo si adagiano su certo Springsteen da “Tunnel Of Love” in poi. Una certa panoramicità paradossalmente claustrofobica si sarebbe persa, ma la noia non avrebbe mai fatto capolino.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

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