I Motörhead, quando erano “la peggiore band al mondo”

“Ace Of Spades”? “A fucking killer!” I Motörhead? “The ultimate heavy metal band!” Detto da Ozzy Osbourne, mentre a sentire Lars Ulrich i Metallica non si sarebbero mai formati non fosse stato per seguire l’esempio del gruppo di Lemmy Kilminster. Parole pesanti, siccome senza i Metallica l’hard’n’heavy odierno sarebbe inconcepibile e ne consegue che le sue radici ultime vanno cercate più indietro. Ad esempio fra i solchi di questo LP che, a quasi un quarto di secolo dalla pubblicazione, si conserva travolgente, tellurico. Parole pronunciate al losangeleno Whiskey A-Go-Go nel dicembre 1995. L’occasione? Una festa per celebrare il cinquantesimo compleanno di Lemmy, traguardo rimarchevole giacché stiamo parlando dell’uomo che si fece cacciare dagli Hawkwind per avere esagerato con le droghe: all’incirca un equivalente del Papa che viene allontanato da Santa Madre Chiesa per eccesso di cattolicesimo. Fatto evidentemente di ferro come i riff che cava da un basso elettrico suonato a mo’ di chitarra ritmica, il nostro eroe non solo è sopravvissuto a comportamenti e abitudini che avrebbero stroncato un Keith Richards ma invecchiando ha avuto la soddisfazione di vedere quegli stessi critici che avevano definito la sua “the worst band in the world” cominciare a citarla con reverenza, preferibilmente insieme a Stooges ed MC5.

Affacciatisi alla ribalta mentre l’incendio punk comincia a prendere, i Motörhead pubblicano il primo, omonimo album proprio nel fatidico 1977 ma senza farlo apposta, visto che il precedente di un anno “On Parole” gli è stato rifiutato dalla United Artists, che poi ci ripenserà licenziandolo nel 1979, quando il culto per Lemmy e soci si è esteso ben oltre l’originale nucleo di bikers e freak all’anfetamina piuttosto che alla maria. “Ace Of Spades” arriva nel 1980, terzo 33 giri su Bronze dopo “Overkill” e “Bomber”, procura al gruppo la prima apparizione a “Top Of The Pops” (pensate!) e sarà seguito dal live definitivo “No Sleep ’Til Hammersmith”. Poi il manierismo prevarrà, ma qui il trio (nella sua formazione più classica, con “Fast” Eddie Clarke alla chitarra e Phil “Philty Animal” Taylor alla batteria) è semplicemente invincibile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. In alto i boccali per Lemmy, che ci lasciava due anni fa a oggi, settantenne.

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