Archivi del mese: gennaio 2018

No Need To Argue (per davvero)

Un mese fa ho dovuto scrivere dell’ultimo (noioso) Eminem. Lì, in un brano chiamato In Your Head, è presente un campionamento di Zombie e lì è cascato l’asino. L’ho citato. Così facendo ho inavvertitamente sciupato quello che sarebbe stato se no un miracoloso percorso netto: ventisette anni (tanto sono andati avanti i Cranberries) non solo senza mai recensirli (che già sarebbe stata una performance rimarchevole, visto che in ventisette anni di recensioni ne ho scritte alcune migliaia) ma addirittura senza mai nominarli. Mai. Come testimonia il mio archivio digitale, inaugurato per curiosa coincidenza proprio nel 1991, per oltre un quarto di secolo ho vissuto nello stesso mondo in cui vivevano loro senza che le nostre strade si incrociassero una singola volta. A momenti da non crederci, visto il mestiere che faccio, visto che stiamo parlando di un gruppo che ha venduto quei quaranta milioni di album. Al sottoscritto, non uno. A casa mia ci saranno un 18.000 dischi e nemmeno una canzone dei Cranberries. La banale verità è che non hanno mai voluto dire nulla per me. Ovviamente non mi piacevano, ma nemmeno li detestavo. Serena indifferenza. Così sono rimasto un po’ spiazzato, ieri sera, vedendo la mia home di Facebook riempirsi di messaggi non di circostanza per la scomparsa di Dolores O’Riordan. Scoprendo che ha voluto dire tanto anche per miei coetanei, o per gente appena più giovane di me.

E la morale di questa storia qual è? Boh. Che sono solo uno snob del cazzo, probabilmente.

26 commenti

Archiviato in casi miei

I migliori album del 2017 (6): Robert Plant – Carry Fire (Nonesuch)

La chioma è tuttora leonina e quanto alla voce fa di necessità virtù come meglio non potrebbe. Va da sé che se i settanta incombono non potrai ruggire come al tempo in cui di anni ne avevi venti, trenta. Dovrai imparare a dosare le residue risorse ed ecco, in tal senso Robert Plant oggi è un cantante migliore di quando nei cieli del rock nessuno volava più alto dello Zeppelin. Dopo di che, ciò conterebbe poco non lo soccorressero in questa terza età che è prodigiosa seconda giovinezza una penna ispiratissima e un gusto impeccabile nella scelta dei collaboratori come dei suoni, delle influenze. Seconda giovinezza ormai considerevolmente più lunga della prima, siccome principiava nel ’94 con il rinnovarsi del sodalizio con Jimmy Page in “No Quarter”, laddove si evocava un passato straordinariamente ingombrante solo per farci pace e – definitivamente (le successive occasionali rimpatriate parentesi a ragione di ciò gioiose e non patetiche) – andare oltre. Con come spartiacque quel voluminoso live, “Walking Into Clarksdale” e un “Dreamland” per più di metà di cover (e se andate a vedere che cover sono scoprirete che le traiettorie successive sono lì anticipate pressoché per intero), non potrebbe darsi cesura più clamorosa fra il Robert Plant solista del XX secolo e quello del XXI. Pur avendo il merito non da poco di provare a scansare da subito le trappole della nostalgia, il primo suonava vecchio già allora, fra hard bombastico e new wave orecchiata male. Quello attuale è senza tempo.

Avevate amato “Lullaby And… The Ceaseless Roar”? “Carry Fire” ne ripropone le suggestioni giocando fra un blues arcaico e un folk d’Arcadia, fra un rock’n’roll ridotto al suo battito primevo e un’etno-psichedelia parimenti minimalista. Senza mai evocare un rock da grandi arene, o forse giusto nel malevolo heavy blues – il Nostro in duetto con Chrissie Hynde – Bluebirds Over The Mountain, unica cover in scaletta e paradossalmente, a), pure nel repertorio dei Beach Boys e, b), di un oscuro interprete rockabilly, Ersel Hickey. Disco di gran classe e generoso di classici. Categoria alla quale, pur nel contesto di una carriera stellare, iscriverei senza esitare un’arabeggiante The May Queen, il rockabilly inacidato Carving Up The World Again…, una traccia omonima che sostituisce l’Alhambra ai Valhalla che furono. Trapunta di chitarre spagnole, colpita al cuore da un violino gitano. Ancora: una Keep It Hid dal meccanico pulsare quasi Suicide. Almeno.

5 commenti

Archiviato in dischi dell'anno

I migliori album del 2017 (7): The Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway)

Recensendo a suo tempo (2007) “Out There”, debutto discografico adulto per il collettivo londinese guidato dal batterista e produttore Malcolm Catto, lo raccontavo fra il resto come l’ideale colonna sonora di un film di fantascienza spaziale immaginario. Da non crederci che una simile congrega di visionari abbia impiegato dieci anni per pubblicarne una vera di colonna sonora. Edito lo scorso giugno sempre su Soundway, “The Sunshine Makers” raccoglie le musiche composte a commento dell’omonimo documentario, incentrato su due leggendarie figure della Controcultura, Nicholas Sand e Tim Scully, i chimici che distillavano il migliore LSD di sempre e ne producevano 3.600.000 dosi. Doppio, per farsi un’idea di come suona basta scorrerne i titoli: The History Of LSD, 200 Kilos, Chase Scene, The Acid Trial, The Trip… e così via. Una faccenda per completisti quello, però. “Il” disco del 2017 da avere assolutamente degli Heliocentrics è questo, che è andato nei negozi quel mesetto prima, a fine maggio. Il loro quarto o ottavo album contando, come vanno contati, quattro cointestati con Mulatu Astatke, Lloyd Miller, Orlando Julius e Melvin Van Peebles. Forte al solito di un artwork strepitoso, non aggiunge nulla e aggiunge moltissimo a un canone capace da subito di collegare James Brown a Ennio Morricone, passando per Elvin Jones, Sun Ra, David Axelrod. Con attitudine psichedelica, devozione per il krautrock, fascinazione totale per il Miles Davis come per l’Herbie Hancock elettrici. Il tutto nel mondo creato nel 1996 da DJ Shadow con il capitale “Endtroducing”. Con costui Catto e sodali si ritrovavano a collaborare all’inizio della loro storia e del suo hip hop strumentale sono la versione suonata invece che ricreata in vitro. “Sono come la sezione ristampe di un negozio di dischi, ma in carne e ossa”, scriveva di loro qualche anno fa un recensore americano, cogliendoci in pieno.

E allora cosa aggiunge “A World Of Masks” a una produzione inattaccabile? Altri tre quarti d’ora di memorabilità dall’alto all’assoluto, fra il soul astrale di Made Of The Sun e la jam teutonica, ma alle porte del cosmo che stanno giù in India, di The Uncertainty Principle. Passando per i Can girati afrobeat di Human Zoo, per una traccia omonima che parte Mingus e arriva araba, per l’orgia di wah wah di una stralunatissima The Silverback. Per una rarefatta Capital Of Alone in cui più che altrove Barbara Patkova (ecco cosa aggiunge quest’album alla vicenda Heliocentrics: una stellare nuova collaboratrice) si candida a erede di Julie Driscoll.

1 Commento

Archiviato in dischi dell'anno

I migliori album del 2017 (8): The Black Angels – Death Song (Partisan)

La band che meglio ha trasposto il verbo psichedelico nel XXI secolo? Voto per questi texani, da Austin, devoti a Roky Erickson come ai Velvet Underground, da una cui canzone prendevano il nome nel 2004. Incredibile che siano arrivati al quinto album prima di citarla nel titolo dello stesso e però un senso ce l’ha: è il più fosco e minaccioso dei loro lavori. Tensione che non molla un secondo per oltre quaranta minuti, raggiungendo un apice nel penultimo brano, una Death March caotica e satura di riverberi, per poi infine dare requie con i 6’29” conclusivi di Life Song: estatico space rock dalla malinconia sorridente, se l’ossimoro è concesso.

È l’approdo di un viaggio che l’ascoltatore casuale troverà forse difficile, intimidente, laddove il cultore di vecchia data potrebbe persino lamentarne la brevità, avendo in testa e nel cuore i 70’25” (il CD; il triplo vinile aggiunge addirittura tre tracce) del colossale in ogni senso “Directions To See A Ghost”, del 2008. Dopo il quale il gruppo ha chiaramente avuto un problema: doversi confrontare con un capolavoro. Si sviava abilmente l’attenzione nel 2010 con il comunque brillante “Phosphene Dream”, dimezzando i tempi e contemporaneamente incrementando un appeal quasi “pop”, fra l’altro pescando il jolly di un brano usato per la pubblicità di un’auto. Nel 2013 “Indigo Meadow” mostrava però un qualche pur lieve appannamento, per la prima volta un che di formulaico. Qualunque dubbio preventivo sul successore subito spazzato dai vortici ossianici di Currency, “Death Song” sistema zampate da antologia con una Half Believing che sono i Black Heart Procession se fossero stati gli Spacemen 3, con una Comanche Moon che riffeggia feroce, con la rivisitazione Primal Scream dei 13th Floor Elevators di I Dreamt.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

3 commenti

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2017 (9): Protomartyr – Relatives In Descent (Domino)

Sono di Detroit ma non è da loro lo schietto rock’n’roll che fu degli MC5. Né il suono più tagliente degli Stooges, quella paranoia che attaccava la giugulare. L’apocalisse che inscenano può essere al pari frastornante ma ha innesco lento, un crepitare di fiamme nella notte che bruciano piano per poi divampare all’improvviso, mentre fumi mefitici più che levarsi al cielo si schiacciano e ti schiacciano verso il suolo. La loro Detroit pare più che altro la Cleveland dei Pere Ubu, la New York di Sonic Youth e Swans. Magari, ma con un metodico sfrangere ogni rotondità rendendo le superfici tutte un inciampo come disseminato di cocci di vetro, quella degli Interpol. Molto simile a Manchester ed ecco, idealmente è da lì che arrivano i Protomartyr: figli più dei Fall, decisamente, che dei Joy Division. Con un po’ più di veleno nella voce e meno ennui Joe Casey sarebbe il nuovo Mark E. Smith. In ogni caso ha un senso, quasi una ineluttabilità che discograficamente abbiano trovato casa presso un domicilio inglese.

Quarto album per il quartetto, “Relatives In Descent” non apporta novità rilevanti a un suono che da subito si circoscriveva entro le coordinate di cui sopra. Rispetto ai predecessori vanta però un più alto tasso di memorabilità nel singolo episodio. Diversi quelli candidabili a un’ideale antologia, dall’iniziale A Private Understanding, chitarre come uzi a 360° su una ritmica storta, al congedo Half Sister, laddove l’usuale ossessività spiazza lasciando spazio nei risvolti a un’inusuale rilassatezza. Passando per i vortici e gli strappi di My Children e una Up The Tower da Cramps che rimodellano rockabilly una scansione motoristica. Apici assoluti: Don’t Go To Anacita, rutilantemente guerriera alla Theatre Of Hate, se qualcuno se li ricorda; Corpses In Regalia, che citerà pure Zappa nel titolo ma è new wave da manuale. Forse i Protomartyr più pop di sempre.

1 Commento

Archiviato in dischi dell'anno

I migliori album del 2017 (10): Curtis Harding – Face Your Fear (Anti-)

È un bel salto quello dalla Burger, minuscola casa discografica californiana che pubblica in prevalenza cassette (!), alla Anti-, per antonomasia l’etichetta “per artisti” sin da quando Brett Gurewitz nel 1999 decideva di investire un po’ dei soldini guadagnati con il punk-rock offrendo un tetto a Tom Waits. A lui tanto per cominciare. Vero che nel catalogo Burger, numericamente cospicuo all’estremo, fra tanti sconosciuti figurano anche un tot di stelle e stelline più o meno alternative, ma sono camei, via. Vuoi mettere la solidità di quell’altro di catalogo? Vuoi mettere la potenza distributiva e promozionale? È un bel salto, ma Curtis Harding lo compie con stile e rilassatezza. Come facendo finta di niente. Come sapendo che con la musica che fa, così lontana da quella roba che oggi chiamano R&B (e che cazzo! pure in quest’album non si trova un po’ di auto-tune manco a pagarlo!), le possibilità di diventare una star restano comunque bassine. O no? Perché, dai, magari alla Anti- la prossima volta si fanno furbi e da un disco così, anziché cavare mezzo singolo (e solo per le radio) tipo Need Your Love – che è una bomba di pezzo, ma è passato mezzo secolo dacché le classifiche premiavano Wilson Pickett -, ne tirano fuori uno intero e ci puntano sopra forte: o Till The End, sexy in maniera sbarazzina, o una Ghost Of You in ginocchio da te. Ma anche Wednesday Morning Atonement – orchestrazione avvolgente e chitarra ustionante – sarebbe andata bene, eh? Non potrebbe essere che un po’ di spazio per un nuovo Lenny Kravitz – ma meno fighetto: prodotto da Danger Mouse e con i Black Lips a fiancheggiarlo – ci sia? Per intanto, perché non si sa mai, Curtis si porta avanti con il lavoro e di nuovo in copertina si fa immortalare a torso nudo.

Album tosto ed elegante come nel 2014 il debutto “Soul Power”, sostanzialmente con gli stessi suoni (o un minimo più rifiniti) ma con quel piccolo passo avanti a livello di scrittura che fa la differenza. Sarebbero più o meno tutte da citare le undici canzoni che vi sfilano. Per provare a convincervi punto forte ancora sul morbido funk della title track, su una Go As You Are da manuale della blaxploitation, sullo psychedelic soul As I Am.

4 commenti

Archiviato in dischi dell'anno

I migliori album del 2017 (11): Tinariwen – Elwan (Wedge)

Sarebbe bello per una volta potere scrivere dei Tinariwen saltando la loro storia di guerriglieri che, costretti a usare le armi nel tentativo a oggi vano di fondare una nazione per quello che resta un popolo senza patria – tuareg o imajeghen che dir si voglia – a un certo punto rendono la loro battaglia pure culturale e lo fanno imbracciando delle chitarre elettriche. Sarebbe bello occuparsene non dovendo aggiornare il lettore (l’informazione che dovrebbe provvedere se ne guarda bene) sulla situazione disperata del Mali e sul prolungarsi dell’esilio dei nostri eroi, una volta nomadi in viaggio da questa a quella oasi e oggi peregrinanti fra club, teatri, festival e sale d’incisione (“Elwan” è stato registrato, fra il 2014 e il 2016, fra Francia, Marocco e California). Sarebbe bello recensire un loro nuovo album – questo è il settimo da quando nel 2001 “The Radio Tisdas Sessions” svelava a un mondo stupefatto un suono fino a quel punto circolato solo in Nordafrica, su cassette di qualità tecnica approssimativa – concentrandosi sulla musica e basta. Ci proviamo?

Dura scegliere in una discografia di eccezionale qualità media e nondimeno bastano un paio di ascolti per suscitare la sensazione – che un altro paio di passaggi trasforma in certezza – di avere fra le mani il lavoro più potente congegnato da questi combat rockers non in metafora da quel “Amassakoul”, datato 2004, sinora considerato il loro capolavoro. “Elwan” se la gioca da una prima traccia (vi risparmio i perlopiù impronunciabili titoli) incalzante e turbinosa, corale e ipnotica, sveltamente seguita da una seconda che è un’apoteosi di basso funk (tornerà, travolgentemente, nella decima) e chitarre distorte. Nel 2017 semplicemente non ci sono né un altro blues né un’altra psichedelia che abbiano il senso e l’urgenza di “Elwan”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

2 commenti

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2017 (12): Clap! Clap! – A Thousand Skies (Black Acre)

Ha provveduto Paul Simon, in un’intervista a “Rolling Stone” in cui raccontava la genesi del suo più recente album, a sintetizzare al meglio il perché la musica di Clap! Clap! risulti tanto fascinosa: è che suona nel contempo nuova e antica. Il lettore a cui sia sfuggita una delle storie più singolari del pop degli ultimi anni deve sapere che, separati oltre che da un oceano da varie generazioni (quattro decenni tondi), Simon e il produttore e dj Cristiano Crisci venivano messi in contatto dal figlio del primo che, innamoratosi del debutto con questa ragione sociale, “Tayi Bebba”, lo faceva ascoltare al padre. Il seguito è noto: tre brani prodotti dall’artista fiorentino (in precedenza noto con il geniale pseudonimo Digi G’Alessio) in “Stranger To Stranger”, che hanno avuto il grande merito di fare conoscere Clap! Clap! molto oltre l’ambito di provenienza. Che è quello di un’elettronica organica, profondamente influenzata dalla formazione jazz di Crisci e costruita facendo ricorso a campionamenti per lo più di origine africana ma con puntate anche nel folk nostrano. Musica che se non disdegna il dancefloor in nessun modo può essere circoscritta nei recinti della techno o della house. In egual misura funk e visionaria e avete gettato un occhio alla bellissima copertina di “A Thousand Skies”? Non potrebbe appartenere all’Herbie Hancock dei primi ’70?

A proposito: piacerebbe senz’altro a costui Ode To The Pleiades, ritmo pulsante ed estatica melodia araba che preparano la via a uno stupendo assolo di pianoforte di Nicola Giordano. Brano capolavoro di un disco che il capolavoro lo sfiora destreggiandosi fra afrobeat e scorci onirici, downtempo e dubstep, le “musiche possibili” di Jon Hassel e il post-hip hop di scuola Stones Throw.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

1 Commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2017 (13): Jane Weaver – Modern Kosmology (Fire)

Se a qualcuno può interessare, ho probabilmente trovato la mia canzone dell’anno. È la terza delle dieci che sfilano qui ed è quella che intitola il nono lavoro da solista di Jane Weaver, da Liverpool: un capolavoro di psichedelia pop che mette insieme idealmente gli anni ’60 dei Doors con gli anni ’80 degli Opal e il secolo nuovo degli sfortunati Broadcast. “Non somiglia affatto ai Jefferson Airplane o ai Pink Floyd di Syd Barrett, ma esattamente come riuscì a costoro rispettivamente con White Rabbit e See Emily Play crea una musica che è nel contempo come un oggetto alieno e perfettamente fruibile”, ha scritto Alexis Petridis sul “Guardian” ed era dell’intero album che parlava, ma vale tanto di più – in quanto epitome perfetta – se riferito a Modern Kosmology il brano. E il resto?

Il resto basterebbe a pareggiare i conti con quel “The Silver Globe” che nel 2014 faceva compiere un inaspettato balzo in avanti – artisticamente, se non commercialmente – a una carriera principiata nei ’90 con il britpop delle Kill Laura e proseguita a inizio 2000 con il progetto di area folktronica Misty Dixon. Dopo di che la Weaver si metteva in proprio, girovagando fra acid folk e Americana prima di tornare via krautrock a usare pure elementi di elettronica. In “The Silver Globe” tutto ciò andava perfettamente a fuoco e adesso, per qualità dei materiali, ancora si va un passo avanti. Disco fenomenale per come sa fare coesistere armoniosamente un incipit come H>A>K, che sono i Neu! che si trasformano negli Hawkwind, con il techno-pop di Slow Motion, una Loops In The Secret Society da manuale Stereolab con i Visage se fossero stati i Can di The Architect, una ricreazione di Steeleye Span chiamata Valley con una Ravenspoint da Nico pacificata.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2017 (14): Peter Perrett – How The West Was Won (Domino)

Chi non muore si rivede? Meglio non dirlo forte con Peter Perrett, vita spericolatissima un po’ Keith Richards (senza i soldi e la fama di quello) e un po’ Syd Barrett (senza la mistica) e che sia arrivato a pubblicare a sessantacinque anni il debutto da solista è il miracolo numero due. Essendo il numero uno che sia ancora fra noi. Ma la sapete una cosa? Siamo qui riuniti a celebrarne un terzo di prodigio, ossia che questo album sia sfacciatamente, commoventemente bello, come nessuno avrebbe potuto attendersi. E a proposito di sfacciataggine: che faccia di bronzo ci va per intitolare e cominciare un disco con una canzone che è praticamente Sweet Jane? Solo, girata country urbano, fra Chris Isaak e Johnny Thunders. Però la ascolti e ti vien da pensare che, se c’era uno che poteva permetterselo, era il buon Peter, cultore della Chiesa dei Velvet Underground quando ancora gli adepti erano pochi. 1973, lui alla testa di quei magnifici incompiuti degli England’s Glory, cinque anni prima di firmare da leader degli Only Ones Another Girl, Another Planet: classico totale di una new wave nutrita a Velvet e New York Dolls come a Kinks, Big Star, Roxy Music. Tempo di dare alle stampe tre LP, uno più memorabile dell’altro, e la band pagava dazio a certe abitudini tossiche e si autoconsegnava alla leggenda.

Un’eternità dopo il nostro eroe ci sorprende (ma non ci sorprende) regalandoci dieci canzoni, divise al solito fra energici rock’n’roll e languide ballate, tagliate da quella precisa stoffa. I tre capolavori sono sistemati a centro scaletta, uno a mozzare il fiato via l’altro: Troika, dolcissima prima di deflagrare in un ritornello da urlo; Living In My Head, abbagliante gemma psichedelica; e infine Man Of Extremes, che sono i Byrds alle prese con “Loaded”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017.

2 commenti

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni