Archivi del mese: febbraio 2018

Bob Seger – I Knew You When (Capitol)

Come sparare sulla Croce Rossa? Letteralmente, giacché il tour che doveva concludersi il giorno in cui questo disco è uscito è stato interrotto da Bob Seger dopo tredici delle trentadue date previste per un grave problema alla schiena. Il vecchio (classe 1945) rocker ha promesso che recupererà i concerti annullati e gli si augura di riuscirci. Poi però basta? Nel 2014 recensendo “Ride Out” ipotizzavo che il titolare fosse al passo di addio e come congedo discografico sarebbe stato onesto. Almeno nell’ottimo poker di brani iniziale quasi (quasi) all’altezza dei favolosi anni ’70 (la seconda metà) del nostro uomo. Età aurea sia artisticamente che commercialmente in cui raccoglieva magari meno consensi critici di un Bruce Springsteen ma, negli Stati Uniti, in popolarità gli stava alla pari. Diciottesimo album in studio ma solo terzo in questo secolo, “I Knew You When” risulterebbe invece un pessimo finale. Auspicare che ce ne sia un diciannovesimo, dignitoso? Certo, ma è difficile immaginarlo apprendendo come già questo sia pieno di brani recuperati da cassetti dove da lungi giacevano. Sin dal 1993 nel caso del declamatorio rock’n’roll Runaway Train. Segno che l’ispirazione latita.

Mai stato un maestro di finezza, Seger, ma davvero tutto qui è inutilmente sopra le righe e non si maschera – semmai si sottolinea – la pochezza compositiva con gli assoli di chitarra tamarra, le batterie come tamburi di guerra, i cori e gli ottoni e gli archi che debordano. Non si salvano dal massacro le due cover di cari estinti – Busload Of Faith di Lou Reed, Democracy di Leonard Cohen – e però resta chiara la loro superiorità a livello di scrittura rispetto al resto di un programma ad abissali minimi in una The Sea Inside che fa il verso ai Led Zeppelin e nella power ballad Something More.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.395, gennaio 2018.

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Audio Review n.396

È in edicola il numero 396 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli ultimi album di Belle Adair, Buffalo Tom, Dirtmusic, Nils Frahm, Fratellis, Go! Team, Jonny Greenwood, Half Japanese, No Age, Ty Segall, Shins, Sidi Touré e tUnE-yArDs e di una ristampa dei Fleetwood Mac. Nella rubrica del vinile ho scritto in lungo dei Rolling Stones e più in breve di Laura Nyro.

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One Album Wonders: la breve saga degli Adverts

“Ultimate Edition”, strilla la copertina con una discutibile aggiunta diretta all’artwork originale, e non è che sia proprio così, siccome di edizione “definitiva” si sarebbe potuto parlare – presenti i due classici inopinatamente assenti nella prima epocale stampa; recuperati tutti i singoli; miracolosamente ritrovato e restaurato un estratto da uno spettacolo londinese di inizio ’78 – fossero state incluse anche alcune formidabili registrazioni per il programma del solito John Peel. Sarebbe allora però toccato confezionare un CD doppio e quando – 2002 – i signori di Devils Own Jukebox allestirono quello che è comunque il “Crossing The Red Sea” più esteso di sempre (fresco ora di rimessa in circolo da parte di Goodfellas) avevano già altri piani: rendere più appetibile la ristampa di “Cast Of Thousands”, che non arriverà che nel 2005, integrandola con un intero dischetto di “Complete Radio Sessions”. Impresa comunque disperata quella di fare desiderabile il secondo album del gruppo che fu di T.V. Smith e Gaye Advert. Quanto al primo, solo il lettore davvero giovanissimo può essere giustificato (e da adesso non più) per non averlo ancora in casa in una qualunque forma e dipende dalla scaletta della copia che si possiede il fare o meno un ulteriore investimento. Dipende da quanto ci si vuole bene.

L’unica ragione per la quale questo capolavoro dal titolo sottilmente oltraggioso non può essere proclamato l’apice del ’77 britannico è che, pur figlio in tutto e per tutto di quell’anno di rivolgimenti copernicani, vedeva la luce fuori tempo massimo, nel febbraio seguente. Un dettaglio, giacché nessuno incarnò lo spirito del punk più e meglio degli Adverts: quella sublime sfacciataggine che permetteva di riprendersi il rock non appena imbracciato uno strumento e imparati tre accordi – o anche uno, provocavano i nostri eroi in un’immortale One Chord Wonders. Perché si aveva qualcosa da dire e quindi il diritto di dirla. Non è però l’ardore (non solo) a rendere “Crossing The Red Sea” il monumento che è. È che a dispetto, o magari in forza, di abilità tecniche limitatissime ragazzi e ragazza vi mettevano in fila una canzone via l’altra di memorabilità e lirismo totali, fra ricordi di Ziggy Stardust e flash alla Clash, riff alla Stooges e melodie alla T.Rex.  Durava tre singoli e un LP il momento magico. All’altezza del successivo “Cast Of Thousands” (prodotto da un accolito di Mike Oldfield e che aggiungere?) già avevano imparato a suonare e disimparato – T.V. Smith – a scrivere.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.658, maggio 2009. “Crossing The Red Sea With The Adverts” usciva esattamente quarant’anni fa a oggi.

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Mavis Staples – If All I Was Was Black (Anti-)

Non c’è due senza tre e, se all’inizio della collaborazione l’accoppiata fra una cantante gospel e il chitarrista di un gruppo (gli Wilco) capace di coprire dall’Americana al post-rock poteva parere bizzarra, oggi Mavis Staples e Jeff Tweedy sono a tal punto sintonizzati che lui può firmare l’intera scaletta di “If All I Was Was Black” ponendosi nei panni di una donna di colore e risultare credibile. Quando le canta quelle canzoni è come se le avesse scritte lei. Ennesimo miracolo inscenato dalla piccolina di casa Staples in una prodigiosa terza età che l’ha vista raccogliere il testimone degli Staple Singers dal 2007, dallo stringersi di un altro sodalizio sulla carta implausibile, quello con un’etichetta di ascendenze punk quale la Anti-. La signora già aveva sessantotto anni quando “We’ll Never Turn Back” la sottraeva agli annali della black music per riproiettarla nell’attualità, complice la regia di un Ry Cooder in stato di grazia.

A proposito… Se costui fosse divenuto uno degli Stones (la possibilità ci fu) avremmo potuto godere di gemme come la Little Bit che apre, riffeggiando elastica e ipnotica, il programma del terzo atto di una collaborazione principiata nel 2010 con “You Are Not Alone” e proseguita nel 2013 con “One True Vine”. Formidabile introduzione subito superbamente doppiata da una traccia omonima da regalare con urgenza a Rod Stewart per restituirgli credibilità. O quella, o Ain’t No Doubt About It. Ma andrebbe citata per intero una scaletta che nel complesso rappresenta una riflessione battagliera e singolarmente amara, per un’artista che ha sempre fatto della positività uno dei suoi tratti distintivi, sullo stato dell’Unione. La speranza affidata a uno spiritual, We Go High, chiaramente ispirato da un celebre discorso di Michelle Obama.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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Gilberto Gil, tropicalista

Una ragione doveva pur esserci. Forse, come sarà in un altro tempo e un altro luogo per il Peter Gabriel fresco di fuoriuscita dai Genesis, intendevano i loro LP come fossero giornali, che ovviamente non cambiano nome a seconda di quando escono e altrettanto ovviamente sono sempre riconoscibili, sempre diversi ma per certi versi uguali. Oppure, alle prese con uno dei non-generi più variegati e a maggior tasso d’estro nella storia della moderna musica popolare, finivano altrimenti le loro riserve di fantasia e non ne avevano più quando si trattava di dare un titolo a un disco. Caetano Veloso fra il ’68 e il ’71 metteva in fila ben tre album chiamati… “Caetano Veloso” (per la gioia degli enciclopedisti, ne aggiungerà un quarto nell’86 e a ruota un “Caetano”). Poteva essere da meno il fraterno compagno di avventure e disavventure (esilio britannico incluso) Gilberto Gil? Battezzava il suo secondo 33 giri (1968) “Gilberto Gil”, il terzo (1969)… esatto… “Gilberto Gil” e il quarto (1971)… ma va!… “Gilberto Gil”. Da allora per distinguerli li si chiama come i primi brani nelle rispettive scalette, Frevo Rasgado, Cérebro Eletrônico e Nêga, con l’ulteriore elemento caratterizzante, nel terzo caso, che trattasi del disco in inglese, quello con dentro fra il resto cover di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (pregevole) e Can’t Find My Way Home (favolosa e per molti superiore all’originale dei Blind Faith). Ve lo dico giusto per scrupolo, nel caso vi voleste così poco bene da pensare di sceglierne uno, quando bisognerebbe averli in casa tutti.

Il terzo della serie la statunitense Water già lo aveva riedito lo scorso anno. Questi omonimi furono il primo e il secondo: entrambi e indiscutibilmente nel cospicuo novero dei manifesti del tropicalismo ma il primo forse, con il collettivo “Tropicália Ou Panis Et Circensis”, il più rappresentativo. Un classico totale – dal gioioso spumeggiare jazz di Frevo Rasgado a una Marginália II fra il circense e il neoclassico, dal beat carioca ironicamente protestatario di Pega a Voga, Cabeludo all’acid-rock  Procissao – ed era musica talmente rivoluzionaria per il Brasile del 1968 da procurare all’artefice un po’ di galera e un biglietto d’aereo per l’Europa a spese della giunta militare allora al potere. Ma vale davvero un nonnulla di meno un successore che pigiava a manetta il pedale della sperimentazione spingendosi fino a lambire le lande, ancora del tutto sconosciute al pop-rock, del rumorismo e paradossalmente regalando nel contempo all’artefice, con Aquele Abraço, il primo successo in proprio e non come autore per altri.

Finalmente di nuovo in patria, a seguito di un allentamento della morsa della dittatura, il nostro uomo festeggiava con “Expresso 2222”. Non indispensabile come i predecessori, “solo” fortissimamente consigliato. Per il rutilare sulla porta del boogie di Back In Bahia e una traccia omonima di orecchiabilità sensazionale, l’exotica all’LSD di Oriente o la giuliva marcetta Vamos Passear No Astral. Ad esempio.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.653, dicembre 2008. Adattato e integrato con un testo scritto per “Extra”, n.29, estate dello stesso anno.

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Sharon Jones & The Dap-Kings – Soul Of A Woman (Daptone)

Da lungi non più praticante Aretha, se un’interprete nel secolo nuovo si è potuta fregiare del titolo di Lady Soul non vi è dubbio che sia stata Sharon Jones. Tocca sfortunatamente parlarne al passato, siccome la cantante georgiana ci ha lasciati un anno fa, sessantenne, stroncata da un tumore. Il suo settimo album (ottavo contando un’antologia di brani usciti come singoli e su raccolte di autori vari) vede la luce postumo, ma non è la solita speculazione a base di scarti e demo rimaneggiati troppo spesso tramata alle spalle di chi non c’è più e, soprattutto, dei suoi fan. D’altronde: la Daptone nasceva per pubblicare Sharon e quello fra lei e l’etichetta newyorkese è sempre stato un rapporto d’amore. Registrato in un 2016 nonostante tutto felicemente frenetico, fino al triste epilogo del 18 novembre, fra un ciclo di chemio e un tour trionfale, “Soul Of A Woman” esce tale e quale a come sarebbe stato se l’artefice avesse vinto la sua battaglia. Al netto della sostituzione di un brano con un altro o di un’aggiunta a un programma che consta di undici titoli. Era già completo, con una sua personalità marcata da una divisione alquanto netta (concepito come è, in ogni evidenza, pensando al formato del 33 giri) fra le due facciate.

Prevalentemente uptempo la prima, con l’irruento errebì Sail On!, l’accorato blues Just Give Me Your Time e la bossa Come And Be A Winner incorniciate fra lo shuffle funky Matter Of Time e una Rumors vivacemente Motown. Più raccolta la seconda, inaugurata da una Searching For A New Day mediana fra Marvin e Curtis e suggellata (un altro apice: una These Tears con orchestrazione alla Isaac Hayes) dal gospel Call On God. Cala per l’ultima volta il sipario, gli applausi scrosciano, ci si asciuga una lacrima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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Lee “Scratch” Perry per neofiti

A pensarci mi viene quasi nostalgia dell’epoca in cui – colpa di “Time Boom X De Devil Dead” – persi la testa per Lee “Scratch” Perry e cominciai a comprare tutto quello che di suo mi riusciva di trovare. Che nei tardi ’80 non era poi molto. Erano tempi in cui a mettere le mani su un “Blackboard Jungle Dub” “made in Jamaica” con letteralmente i buchi nel vinile avevi di che esultare come manco Tardelli contro la Germania. Erano tempi in cui la prostituzione poteva sembrare un’opzione accettabile per una copia del mostruosamente raro “Roast Fish, Collie Weed & Corn Bread”. E ancora ricordo l’eccitazione smisurata che mi colse a Londra nel 1991 alla vista di tre-cofanetti-tre di tre-LP-tre includenti fra il resto il leggendario “Africa’s Blood”. Non costavano neanche tanto. E poco dopo iniziava il diluvio digitale – ristampa su ristampa e un’antologia via l’altra – e da lì al nuovo decennio “Scratch” nei miei scaffali lasciava l’affollato club degli “Over 20” per entrare in quello piuttosto elitario – fra i soci George Clinton, John Coltrane, Miles Davis e Sun Ra – degli “Over 50”. Senza che nemmeno più dovessi fare fatica e spenderci dei soldi: non dico che non passi mese senza che giunga aggratis un Lee Perry ma sul trimestre ci giurerei. Così naturalmente – che gusto c’è quando la vita è così facile? – ho sbuffato alla vista di “The Upsetter Selection”, ho dato un’occhiata distratta (una verifica approfondita richiederebbe un pomeriggio) al suo programma di quarantacinque titoli e ho concluso che con ogni probabilità dovrei averli già tutti altrove. L’ho messo molto, molto in fondo nella coda dei nuovi arrivi da ascoltare. E altrettanto naturalmente un’ora dopo era già nel lettore che girava. Di Lee “Scratch” Perry non mi sono ancora stancato.

Buona per il neofita la (relativamente) cospicua selezione? Certamente sì, anche se come media qualitativa perde il confronto con il triplo “Arkology”, rispetto al quale ha peraltro il vantaggio di coprire un arco temporale assai più ampio, andando dal 1966 di un’ultima incisione per Studio One al 2002 di una Jamaican E.T. che ho rivalutato rispetto a quando uscì. Come nella raccolta Island di cui sopra, ai brani di cui Perry è titolare se ne affiancano parecchi che diede da interpretare ad altri (Marley fa la parte del leone) o di cui firmò la produzione. È un più che adeguato ritratto, questo doppio Trojan, di un uomo che c’era già ai tempi dello ska, contribuì incommensurabilmente al delinearsi del canone del reggae e fu fra i primi promotori del dub. Uno dei più grandi e geniali eccentrici dell’ultimo mezzo secolo di musica (non solo) nera. Pregate che non vi colga la febbre.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.632, marzo 2007.

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