Lee “Scratch” Perry per neofiti

A pensarci mi viene quasi nostalgia dell’epoca in cui – colpa di “Time Boom X De Devil Dead” – persi la testa per Lee “Scratch” Perry e cominciai a comprare tutto quello che di suo mi riusciva di trovare. Che nei tardi ’80 non era poi molto. Erano tempi in cui a mettere le mani su un “Blackboard Jungle Dub” “made in Jamaica” con letteralmente i buchi nel vinile avevi di che esultare come manco Tardelli contro la Germania. Erano tempi in cui la prostituzione poteva sembrare un’opzione accettabile per una copia del mostruosamente raro “Roast Fish, Collie Weed & Corn Bread”. E ancora ricordo l’eccitazione smisurata che mi colse a Londra nel 1991 alla vista di tre-cofanetti-tre di tre-LP-tre includenti fra il resto il leggendario “Africa’s Blood”. Non costavano neanche tanto. E poco dopo iniziava il diluvio digitale – ristampa su ristampa e un’antologia via l’altra – e da lì al nuovo decennio “Scratch” nei miei scaffali lasciava l’affollato club degli “Over 20” per entrare in quello piuttosto elitario – fra i soci George Clinton, John Coltrane, Miles Davis e Sun Ra – degli “Over 50”. Senza che nemmeno più dovessi fare fatica e spenderci dei soldi: non dico che non passi mese senza che giunga aggratis un Lee Perry ma sul trimestre ci giurerei. Così naturalmente – che gusto c’è quando la vita è così facile? – ho sbuffato alla vista di “The Upsetter Selection”, ho dato un’occhiata distratta (una verifica approfondita richiederebbe un pomeriggio) al suo programma di quarantacinque titoli e ho concluso che con ogni probabilità dovrei averli già tutti altrove. L’ho messo molto, molto in fondo nella coda dei nuovi arrivi da ascoltare. E altrettanto naturalmente un’ora dopo era già nel lettore che girava. Di Lee “Scratch” Perry non mi sono ancora stancato.

Buona per il neofita la (relativamente) cospicua selezione? Certamente sì, anche se come media qualitativa perde il confronto con il triplo “Arkology”, rispetto al quale ha peraltro il vantaggio di coprire un arco temporale assai più ampio, andando dal 1966 di un’ultima incisione per Studio One al 2002 di una Jamaican E.T. che ho rivalutato rispetto a quando uscì. Come nella raccolta Island di cui sopra, ai brani di cui Perry è titolare se ne affiancano parecchi che diede da interpretare ad altri (Marley fa la parte del leone) o di cui firmò la produzione. È un più che adeguato ritratto, questo doppio Trojan, di un uomo che c’era già ai tempi dello ska, contribuì incommensurabilmente al delinearsi del canone del reggae e fu fra i primi promotori del dub. Uno dei più grandi e geniali eccentrici dell’ultimo mezzo secolo di musica (non solo) nera. Pregate che non vi colga la febbre.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.632, marzo 2007.

1 Commento

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Una risposta a “Lee “Scratch” Perry per neofiti

  1. Visti dal vivo, lui e suo nipote. Rimasto senza parole. Un Capo.

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