Gilberto Gil, tropicalista

Una ragione doveva pur esserci. Forse, come sarà in un altro tempo e un altro luogo per il Peter Gabriel fresco di fuoriuscita dai Genesis, intendevano i loro LP come fossero giornali, che ovviamente non cambiano nome a seconda di quando escono e altrettanto ovviamente sono sempre riconoscibili, sempre diversi ma per certi versi uguali. Oppure, alle prese con uno dei non-generi più variegati e a maggior tasso d’estro nella storia della moderna musica popolare, finivano altrimenti le loro riserve di fantasia e non ne avevano più quando si trattava di dare un titolo a un disco. Caetano Veloso fra il ’68 e il ’71 metteva in fila ben tre album chiamati… “Caetano Veloso” (per la gioia degli enciclopedisti, ne aggiungerà un quarto nell’86 e a ruota un “Caetano”). Poteva essere da meno il fraterno compagno di avventure e disavventure (esilio britannico incluso) Gilberto Gil? Battezzava il suo secondo 33 giri (1968) “Gilberto Gil”, il terzo (1969)… esatto… “Gilberto Gil” e il quarto (1971)… ma va!… “Gilberto Gil”. Da allora per distinguerli li si chiama come i primi brani nelle rispettive scalette, Frevo Rasgado, Cérebro Eletrônico e Nêga, con l’ulteriore elemento caratterizzante, nel terzo caso, che trattasi del disco in inglese, quello con dentro fra il resto cover di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (pregevole) e Can’t Find My Way Home (favolosa e per molti superiore all’originale dei Blind Faith). Ve lo dico giusto per scrupolo, nel caso vi voleste così poco bene da pensare di sceglierne uno, quando bisognerebbe averli in casa tutti.

Il terzo della serie la statunitense Water già lo aveva riedito lo scorso anno. Questi omonimi furono il primo e il secondo: entrambi e indiscutibilmente nel cospicuo novero dei manifesti del tropicalismo ma il primo forse, con il collettivo “Tropicália Ou Panis Et Circensis”, il più rappresentativo. Un classico totale – dal gioioso spumeggiare jazz di Frevo Rasgado a una Marginália II fra il circense e il neoclassico, dal beat carioca ironicamente protestatario di Pega a Voga, Cabeludo all’acid-rock  Procissao – ed era musica talmente rivoluzionaria per il Brasile del 1968 da procurare all’artefice un po’ di galera e un biglietto d’aereo per l’Europa a spese della giunta militare allora al potere. Ma vale davvero un nonnulla di meno un successore che pigiava a manetta il pedale della sperimentazione spingendosi fino a lambire le lande, ancora del tutto sconosciute al pop-rock, del rumorismo e paradossalmente regalando nel contempo all’artefice, con Aquele Abraço, il primo successo in proprio e non come autore per altri.

Finalmente di nuovo in patria, a seguito di un allentamento della morsa della dittatura, il nostro uomo festeggiava con “Expresso 2222”. Non indispensabile come i predecessori, “solo” fortissimamente consigliato. Per il rutilare sulla porta del boogie di Back In Bahia e una traccia omonima di orecchiabilità sensazionale, l’exotica all’LSD di Oriente o la giuliva marcetta Vamos Passear No Astral. Ad esempio.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.653, dicembre 2008. Adattato e integrato con un testo scritto per “Extra”, n.29, estate dello stesso anno.

2 commenti

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2 risposte a “Gilberto Gil, tropicalista

  1. Roberto

    A me sembrava di leggere Proust..
    Il primo capoverso è da antologia..
    Notte Venerato

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