Archivi del mese: febbraio 2018

Morrissey – Low In High School (BMG)

Disse una volta Elvis Costello che Morrissey è un asso nell’inventarsi titoli di canzoni stupendi, ma spesso si dimentica poi di scriverle le canzoni. Dice Alberto Piccinini che nell’arte dell’intervista è sin dai tempi degli Smiths il migliore della sua generazione e il sottointeso è che di abilità gli è rimasta quella. Dico io che sono d’accordo con entrambi e aggiungo che però le interviste sono diventate tirate rancorose difficili da seguire pure per il più acritico dei fan. Che in questo che è soltanto l’undicesimo album in quasi trent’anni persino i titoli paiono ora didascalici – All The Young People Must Fall In Love: una roba che anche musicalmente rende Give Peace A Chance un capolavoro di sottigliezza – e ora imbarazzanti. È il caso di un’incommentabile The Girl From Tel Aviv Who Wouldn’t Kneel, sporta su Buenos Aires per quanto attiene lo spartito più che sul Medio Oriente. Laddove almeno in Israel un’eco klezmer è in tema con l’argomento: contraltare delle rozze argomentazioni di un Roger Waters viceversa prossimo all’antisemitismo.

Nondimeno: nonostante il disagio indotto dalle prese di posizione politiche ed etiche del nostro uomo e dalle recenti imprese mediatiche, un po’ rockstar e un po’ zitella irrancidita, due predecessori di livello come “Years Of Refusal” (2009) e “World Peace Is None Of Your Business” (2014) inducevano un pregiudizio positivo riguardo quest’ultima fatica. Sfortunatamente provvede subito il glam sinfonico di My Love, I’d Do Anything For You a spazzarlo via, abominio peggiore perversamente sistemato in apertura di un lavoro che è pateracchio indigeribile di melodie inconsistenti e arrangiamenti debordanti. A voler proprio salvare qualcosa se ne cavano una I Wish You Lonely da Smiths in discoteca e la pianistica In Your Lap.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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CousteauX – CousteauX (Silent X)

Dieci anni di lontananza ci hanno fatto apprezzare la sinergia che c’è fra noi. Talvolta i musicisti si completano e la nostra somma ammonta a un singolo cantautore. E poiché i Cousteau non sono mai stati databili la loro musica di oggi non è diversa da quella di ieri. Invecchiare non ha fatto che renderci più strani e più forti”: così Davey Ray Moor, compositore e multistrumentista, riguardo al riannodarsi del sodalizio con il cantante Liam McKahey. Ancora: “La X aggiunta al nome è silenziosa, sicché la pronuncia non cambia. Simboleggia il decennio di separazione ed è come un bacio… e una cicatrice”. Liberi di professare cinismo riguardo alla ragione prima e ultima del tornare insieme della coppia cardine dei londinesi Cousteau. Sia Moor che McKahey da solisti hanno combinato poco e allora perché non riesumare una sigla il cui omonimo esordio a inizio secolo totalizzò trecentomila copie? Poi bisogna provare a giustificarlo ma… la sapete una cosa? Pure io prima di ascoltarlo non avrei messo un soldo su questo nuovo debutto, ma poi gli ho fatto fare un giro, un altro e un altro ancora. E mi sono arreso all’evidenza di un gruppo migliore di quello che era.

Più solidi gli spartiti rispetto al tempo giovanile che fu, più avvincenti le interpretazioni, a non essere cambiato è il perimetro entro cui ci si muove, che è quello di un cantautorato confidenziale e notturno, con referenti Bowie (pure quello ultimo di “Blackstar”, nell’inaugurale e stupenda Memory Is A Weapon), Nick Cave, Scott Walker. Magari gli Smiths influenzati da Dusty Springfield (This Might Be Love), fra un blues (The Innermost Light), una passeggiata sul lato noir del jazz (Portobello Serenade), l’occasionale assalto rock (Thin Red Lines), del pop un po’ barocco e un po’ psichedelico (Fucking In Joy And Sorrow).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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