Un hobby chiamato Tom Tom Club

Il diavolo fa le pentole e a volte i coperchi. Era in ogni caso un ben simpatico diavoletto quello che si metteva di mezzo quando, reduci dalle registrazioni di “Remain In Light”, una delle pietre miliari della musica del Novecento, Chris Frantz e la moglie Tina Weymouth, batteria e basso dei Talking Heads, decidevano di crearsi un hobby e chiamarlo Tom Tom Club. Un po’ per rilassarsi dopo avere tanto penato su un disco così complesso, un po’ per dare sfogo a una creatività frustrata dalla diarchia Byrne/Eno. Un po’ anche avendo una grande, metaforica voglia di un sole assente, per quanto funk ci sia e il titolo richiami alla luce, nel capolavoro suddetto. Si procedeva, sotto il sole vero delle Bahamas, presso quei Compass Point già frequentati con il gruppo principale e avvalendosi delle collaborazioni di due sorelle di Tina, del chitarrista Adrian Belew e del percussionista Steven Stanley. Erano canzoncine quelle cui si poneva mano, molto caraibiche e per il resto influenzate da un hip hop che al tempo si pensava non sarebbe stato che una moda e che il primo singolo, Wordy Rappinghood, omaggiava. Sorpresa! Numero 7 in Gran Bretagna e primo in altri diciassette paesi, ove negli USA era solo la dabbenaggine di una casa discografica che, non credendoci, non lo stampava a precludergli le classifiche. Andrà meglio con Genius Of Love e con la cover dei Drifters Under The Boardwalk. I Tom Tom Club vendevano insomma più dei Talking Heads, figurarsi. Trentacinque anni dopo e anche al di là delle hit, il loro primo album è lungi dall’essersi sgasato come accade spesso a certe frizzanti musichette estive e come è successo con il successivo (1983) e assai meno estroso “Close To The Bone”.

Prima riedizione di sempre in LP (per la cronaca: di un bel verde traslucido) questa stampa Real Gone non rende un buon servizio all’appassionato rispettando filologicamente la scaletta del vinile d’epoca, quando meglio sarebbe stato ricalcare quella di una cassetta che alla conclusiva Booming And Zooming sostituiva Under The Boardwalk (e metterla come bonus?). Paiono inoltre troppi i trentadue euro richiesti per un disco che ai mercatini dell’usato facilmente si trova a cinque, massimo dieci.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.