Il punk, nelle pieghe del prog – Il Peter Hammill più amato da Johnny Rotten

“Ero un punk prima che tu fossi un punk”, rivendicavano orgogliosamente i californiani (d’adozione) Tubes dal palco del londinese Hammersmith Odeon nel novembre 1977, nello spettacolo destinato a essere immortalato da lì a tre mesi nel doppio di successo “What Do You Want From Live”. Un po’ millantavano, a meno di non dare al termine che sapete un’accezione alquanto zappiana. Oppure… hammilliana? Nelle note di copertina di “Nadir’s Big Chance” – registrazioni del dicembre ’74, pubblicato nel febbraio seguente – colui che era stato il cantante dei Van Der Graaf Generator e si apprestava a tornare a esserlo (tant’è che a dargli man forte nel disco sono quei suoi storici compagni d’avventura) divideva gli undici brani in scaletta in “beefy punk songs, weepy ballads and soul struts”. Mai accaduto in precedenza che un musicista di passaporto britannico utilizzasse quella parolina ed è primogenitura della quale il nostro uomo può giustamente vantarsi, così come di avere fatto litigare Malcolm McLaren e Johnny “ancora Rotten” Lydon. Intervistato nel 1977 dalla BBC il cantante dei Sex Pistols indicava fra i suoi gruppi preferiti i Van Der Graaf e si può immaginare l’incazzatura del manager per quell’omaggio a dei vessilliferi del progressive, conclamato nemico pubblico numero uno per i nemici pubblici numeri uno. Non pago, intervistato da Capital Radio Rotten andava oltre suonando in diretta due canzoni tratte proprio da “Nadir’s Big Chance”: la fosca, malevola The Institute Of Mental Health, Burning e la sferragliante Nobody’s Business. Curiosamente, forse ritenendo che sarebbe stata una scelta banale se fatta da lui, non la traccia inaugurale e omonima.

Nella foltissima discografia (svariate decine i titoli in catalogo) solistica hammilliana questo che fu il suo quinto album in proprio fa un po’ categoria a sé. È pieno di chitarre, quando l’artefice doveva la sua piccola fama all’essere stato il leader di un gruppo che notoriamente le chitarre le usava poco o punto, e schiettamente rock come nessun altro. Mai così tanto, altrove, come nel brano che lo apre e lo battezza, voce fra innodia e sguaiatezza, ritmica dallo squadrato al travolgente e un sax urlante.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.206/207, luglio/agosto 2015.

1 Commento

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Una risposta a “Il punk, nelle pieghe del prog – Il Peter Hammill più amato da Johnny Rotten

  1. andrea K. bonomo

    Ho scoperto tardi donde provenivano i vocalizzi ansiogeni crepuscolari laceranti del Signor Lydon.

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