Un po’ del Paul Weller post-Jam

Il Modfather compie oggi sessant’anni. Sull’epopea Jam già mi ero dilungato qui. Oggi ripesco un po’ di recensioni del Paul Weller successivo, fra cui una d’epoca di “Heavy Soul” velenosetta. Forse fui eccessivamente cattivo. O forse no.

The Style Council – Our Favourite Shop (Polydor, 1985)

A quasi un quarto di secolo dacché strinse il fruttuoso sodalizio con il tastierista Mick Talbot chiamato Style Council, Paul Weller ancora ricorda il senso di sollievo che gli diede chiudere la storia dei Jam, per un lustro più un’istituzione che un gruppo per la gioventù britannica. “Fu come se mi fosse stato tolto un peso dalle spalle”, raccontava qualche anno fa al biografo Paolo Hewitt. Dimessosi da portavoce di una generazione, in rotta con una scena rock cui rimproverava un anticonformismo posticcio e il ribellismo confuso quando non artefatto, il nostro uomo decideva di sperimentare, di fare dell’imprevedibilità la prima caratteristica del nuovo progetto, essendo la seconda un amore per la black spinto a livelli che i Jam non avevano azzardato che al passo d’addio, lo strepitoso “The Gift”. Andavano in tal senso l’organico inconsueto a due più uno (il terzo il batterista Steve White, ufficialmente un esterno) e aperto a collaborazioni e una memorabile serie di 45 giri, prima del debutto adulto con “Café Bleu”, ciascuno marcatamente diverso dall’altro. Più avanti la voglia di Weller di seguire i suoi “ever changing moods” lo avrebbe portato a rovinose cadute, ma per il tempo di un paio di LP – il summenzionato e questo – e una decina di 45 giri gli Style Council sarebbero stati invincibili: uno dei complessi più curiosi, eccitanti ed eleganti in circolazione.

A parte qualche suono un po’ leccato e qualche comizio di troppo, “Our Favourite Shop” (ora raddoppiato da una messe di singoli, demo, remix, live) non è invecchiato male. Disco capace di passare – ad esempio: tracce dalla 2 alla 5 – dalla bossanova al jazz, da quello al funk e poi a un pop “da camera” – senza batter ciglio né perdere il filo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.276, febbraio 2007.

Paul Weller (Go! Discs, 1992)

Questione di aspettative: dopo il disastroso finale dell’avventura Style Council nessuno si attendeva nulla dal Paul Weller che si affacciava sui ’90 senza nemmeno un contratto discografico, proprio lui che era stato il musicista più idolatrato dalla gioventù britannica sul lungo percorso fra i Beatles e gli Smiths. Sicché per fare gridare al miracolo, e fargli subito ritrovare un’etichetta, bastava nel ’91 un singolo autoprodotto, Into Tomorrow, carino ma niente di più. E per certificare per il Modfather una rinascita artistica che, con il senno di poi, si può e si deve invece datare dal successivo “Wild Wood” era sufficiente l’anno dopo un lavoro pur esso gradevole e frizzante, ma per certo non trascendentale, come questo. Più transizione che ripartenza vera, diviso com’è fra brani che agevolmente si sarebbero potuti confondere nel repertorio dei primi Style Council (Round And Round, The Strange Museum, Kosmos) e altri nei quali comincia a prendere forma (I Didn’t Mean To Hurt You l’esempio più compiuto) quel folk-soul sostanzialmente alla Traffic (fra un inchino a Curtis Mayfield e un omaggio a Neil Young) che ha caratterizzato a oggi la vicenda solistica del Nostro. Sulla carta “Paul Weller” non avrebbe meritato la medaglia al valore di una “Deluxe Edition”. Nei fatti se la guadagna con il recupero di un gruzzoletto di lati B spesso meglio, o come minimo dello stesso livello, di tanta roba che finì sull’album.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.666, gennaio 2010.

Wild Wood (Go! Discs, 1993)

Dopo avere sciolto i Jam troppo presto (quando avevano ancora molto da dire) e gli Style Council troppo tardi (quando avevano già detto tutto da un pezzo, per poi optare per un cambiamento tragicomico), Paul Weller si affaccia sui ’90 in condizioni disastrose. Un reduce. Un rudere. Senza nemmeno un contratto discografico e stiamo parlando del musicista più idolatrato dalla gioventù britannica sul lungo percorso compreso fra i Beatles e gli Smiths. Probabilmente nemmeno lui stesso sarebbe disposto a scommettere un centesimo sulla propria rinascita. Eppure gli anni ’90 saranno di resurrezione e di gloria, quella vera, fra trionfi nelle classifiche di vendita e nei referendum e i salamelecchi estatici di una critica una volta di più in ginocchio da lui. Si comincia nel 1991 con uno spumeggiante singolo autoprodotto, Into Tomorrow, che va nei Top 40 e gli guadagna il ritorno nell’industria discografica maggiore. Si prosegue l’anno dopo con l’omonimo debutto in lungo da solista, in cui Weller saggiamente non accantona i due gruppi di cui è stato il fulcro né li emula. Qualcosa recupera da entrambi, ma soprattutto cerca e trova un dolce stil novo che nel contempo lo riposiziona in tutta una tradizione britpop che ha avuto nei Kinks gli esponenti principali e lo apre a influenze di rock all’americana. È una bella, promettente ripartenza. Nel 1993 “Wild Wood” – ora ristampato in una “Deluxe Edition” che gli aggiunge un’imponente messe di remix, demo, registrazioni radiofoniche e live – aggiusta il tiro. Rifinisce. Fa insomma meglio e a detta di molti rimane il Paul Weller solista da avere se se ne vuole avere solo uno.

Il tempo è stato gentile con questa collezione di canzoni che d’altro canto fuori dal tempo si collocavano, volontariamente, pervicacemente. Più che nei primi ’90 si potrebbe al limite situarla a inizio ’70, fra mischioni di folk, rock e soul dagli occhi azzurri alla Traffic e ballate in scia al Neil Young acustico.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.641, dicembre 2007.

Heavy Soul (Island, 1997)

Pare essere diventato un Garibaldi del rock, Paul Weller: non si trova uno disposto a spendere una cattiveria sul suo conto. Che so? A ricordare che molto dei Jam fu grande ma non tutto, che il congedo degli Style Council fu indecoroso, che la sua terza giovinezza non ha fruttato finora capolavori ma soltanto qualche canzone gradevole e tanta maniera. A costo di fare la solita figura dei bastian contrari (non lo si fa apposta: il fatto è che per i nostri pochi lettori abbiamo rispetto, noi), sarà il caso di annotare che questo “Heavy Soul”, di cui altrove si sono letti panegirici che non si sa se frutto di sprovvedutezza o di malafede, è poca cosa. Mai stato uno all’avanguardia, Weller, ma da qui a riprodurre con puntiglio filologico il suono dei Traffic come fa da qualche tempo ce ne corre. Il grave è che l’operazione non ha prodotto un-brano-uno degno di nota.

Dove non fa il verso a Winwood e soci, Weller si trasforma zelighianamente in Neil Young o in Van Morrison. I Should Have Been There To Inspire You ruba tutto a Van The Man e ha un titolo che è un epitaffio.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.2, settembre/ottobre 1997.

At The BBC (Universal,2008)

Se hanno cominciato a darti del dio a diciannove anni, se a ventidue eri il portavoce di una generazione e a venticinque un infallibile arbitro d’eleganza, che nel successivo quarto di secolo qualche problema con l’ego tu l’abbia avuto e magari non sia ancora risolto, be’, ci sta. Sugli altari con i Jam, nella polvere alla fine dell’avventura Style Council, quindi protagonista di uno dei più sorprendenti ritorni dalla terra degli artisticamente morti che si ricordino, Paul Weller ha compiuto cinquant’anni lo scorso 25 maggio. Li ha festeggiati beandosi della reverenza che lo circonda, li celebra ulteriormente con questo cofanetto quadruplo. Incredibile ma vero: il secondo in meno di due anni, essendo il precedente quel “Hit Parade” che carrellava sull’intera carriera del Modfather. A proposito di precedenti: i soli Jam erano stati fatti oggetto nel ’97 di un box addirittura quintuplo (“Direction Reaction Creation”; seguito un anno dopo dal parimenti quintuplo “The Complete Adventures Of Style Council”) e un esatto lustro più tardi di un triplo di incisioni, come queste, “At The BBC”. Insomma: siamo a cofanetti numero sei (uno addirittura di lati B: il triplo “Fly On The Wall” del 2003) e a CD numero sette soltanto di registrazioni radiofoniche. Si starà mica esagerando?

Non per fare quello che grida che il re è nudo solo per vedere l’effetto che fa: non mi pare che il Weller pure nominalmente in proprio a partire dal ’92 ci abbia regalato chissà quali capolavori. Tanti album carini (qualcuno manco quello) e nessuno veramente imprescindibile (“Wild Wood” ci va vicino). Una decina o anche due di canzoni gradevoli ma nessuna epocale come tante d’era Jam e qualcuna quando gli Style Council erano freschi di ideazione. Funziona il suono, che quando è elettrico si situa in una terra di mezzo fra Curtis Mayfield, Neil Young e i Traffic e quando è acustico da qualche parte fra Nick Drake barra Tim Hardin e… Neil Young e i Traffic. Meno una scrittura troppo spesso sull’orlo del formulaico. Che fra le 74 tracce (qualche brano torna più di una volta) che sfilano qui una That’s Entertainment fatta da busker svetti dalla cintola in su, qualcosa vorrà dire. Che valga lo stesso per una Headstart For Happiness felice sul serio, idem. Quando poi il singolo pezzo a imprimersi indelebilmente nella memoria è una cover, Early Morning Rain (spero la rammentiate da Gordon Lightfoot). A me non dispiace avere “At The BBC” negli scaffali. Però io non l’ho pagato.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.655, febbraio 2009.

5 commenti

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5 risposte a “Un po’ del Paul Weller post-Jam

  1. Enrico Murgia

    Manca all’appello la recensione di Confessions of a pop group, anche quella d’epoca, decisamente negativa che io ricordi…

  2. Voto sì per l'”eccessivamente cattivo”. Heavy Soul è un bel disco, suonato benissimo. Forse nel ’97 il retro-rock non era ancora di moda, ma nei dischi di PW che ho ascoltato finora non ho mai trovato niente che non fosse suonato e registrato ai massimi livelli, con tanti brani scritti davvero bene. 🙂

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