OK, dico la mia (40 e non 41)

Ieri sera sono passato da Amantes per uno spritz. Ai lettori torinesi non devo spiegare cosa sia – cosa sia stato – Amantes. Ai non torinesi dico che per ventidue anni in quelle tre stanze sono successe cose – concerti, proiezioni, conferenze, mostre d’arte – e soprattutto si sono incrociate persone. Amantes era quel tipo di posto che ci andavi dopo o prima di cena, quando avevi voglia di fare due chiacchiere, ed eri sicuro (in particolare il giovedì, quando a girare dischi in modalità Kingston era Paolone Ferrari) che ci avresti trovato qualcuno, o qualcuna, che conoscevi. Che probabilmente ti avrebbe presentato qualcuno, o qualcuna, che non conoscevi. Eri arrivato di cattivo umore? Quasi invariabilmente te ne andavi sorridente e non era solo una questione di tasso alcolemico. Era così, Amantes, sempre pieno di gente bella e interessante. Vi si incontrava tutta la Torino di un certo tipo e senza manco bisogno di darsi appuntamento.

Ieri sera molta di quella Torino lì è passata, come me, a sporgere un saluto. Centinaia di persone, così tante da riempire i marciapiedi di via Principe Amedeo per metri e metri in una direzione e nell’altra, così tante da fermare il traffico. La solita gente bella e interessante. Allegra, ma stavolta era un po’ un’allegria di naufragi. Il circolo ARCI locale per antonomasia non celebrerà il ventitreesimo compleanno. Si ferma a ventidue. Abbassa la saracinesca, vittima di una crisi che sotto la Mole ha picchiato duro, incattivendo ma soprattutto deprimendo la città, mortificandone una vivacità culturale che resta unica. Amantes ha chiuso e già mi manca. Ci sono sempre stato così bene che quando, due anni e dieci giorni fa, mi sposai non ebbi dubbi riguardo al dove fare la festa: lì, come ho ricordato a Roberto Tos abbracciandolo. Con tutto quello che hai organizzato qui dentro un ricevimento di matrimonio ti mancava, eh? Ciao, Roberto. Ce lo berremo ancora un bicchiere insieme, da qualche altra parte, ma non potrà proprio essere la stessa cosa.

Sempre ieri è arrivata la notizia della chiusura della più longeva rivista musicale italiana. Quarant’anni compiuti (festeggiati non credo proprio) lo scorso ottobre. Fu su un “Mucchio” allora “Selvaggio” che pubblicai il mio primo articolo, nel febbraio 1983. Vi ho collaborato – sommando due diversi periodi: ’83-’88 e poi ’99-2012 – per quasi diciannove anni e credo di essere stato la seconda firma – dopo Federico Guglielmi e non contando il fondatore e affondatore – per anzianità di servizio su quel giornale. Per dire quanto “Il Mucchio” sia stato una parte importante – determinante persino – della mia vita. Come e perché me ne andai la seconda volta – precedendo di qualche mese le dimissioni, uno via l’altro, di quasi tutti i principali collaboratori – credo che in molti lo ricordino. Per chi vuole rinfrescarsi la memoria, qui, qui e qui. Ci siamo lasciati come peggio non si sarebbe potuto, sono convinto di avere molto contribuito alla perdita di credibilità della testata e non me ne pento minimamente. Al tempo avvertii come un dovere etico il divulgare ciò che avevo scoperto e questo è quanto.

Non sono né contento (come immaginavo che sarei stato) né dispiaciuto (era in realtà morto nel 2013; ciò che è sopravvissuto poco, pochissimo aveva in comune con la storia precedente) che abbia cessato le pubblicazioni. Alla notizia (che fra gli addetti ai lavori circolava già da qualche giorno) mi sono scoperto serenamente indifferente ed ecco, questo mi ha rattristato sì. Ho solo due commenti da fare. Il primo è che trovo che ci sia una sorta di giustizia poetica nel fatto che sia morto, al di là del considerevole calo post-2013 delle vendite sia in edicola che in abbonamento, a causa di un contenzioso giudiziario fra le due persone che tradirono la fiducia dei collaboratori e la passione dei lettori. Il secondo è che mi hanno infastidito le lacrime di coccodrillo su Facebook di quanti si sono detti addolorati, devastati persino, per la scomparsa del “Mucchio”, premurandosi però di aggiungere che non lo acquistavano più dal… (al posto dei puntini un anno qualunque, dal ’77 in poi). Se non si vuole che un giornale muoia lo si compra, non vale dispiacersene dopo.

Per quanto qualche ragione per non mettere più mano al portafoglio, dopo il terremoto che sapete, i lettori storici ce l’avessero eccome.

10 commenti

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10 risposte a “OK, dico la mia (40 e non 41)

  1. andrea K. bonomo

    Dopo che un torinese adottivo decretò la morte di Dio cominciammo a non sentirci tanto bene. Tutto scorre e che ci piaccia o meno va bene cosi. Ci vorrebbe un Lucano, adesso, con un cubetto di ghiaccio.

  2. Gian Luigi

    Oramai questo paese se ne sta andando al diavolo. Che schifo.

  3. Amarezza ma pure una profonda umanità, a cercare di rendere tutto meno amaro. Inarrivabile Maestro.

  4. DaDa

    In questi casi, al di là di polemiche e strali giudiziari, c’è il ricordo di una rivista di riferimento, per me da giovane, e di un supplemento (Mucchio Extra) che è stato il top del settore. Dal 2013, e forse anche un pò prima, mi è caduto in disgrazia, quindi sostanzialmente non riesco a provare dispiacere per questa notizia.

  5. Roberto

    ho smesso di comperarlo 2 numeri dopo la tua uscita. Non me ne pento. Erano 20 anni che lo comperavo e fu tristissimo, ma l’aria che tirava era brutta brutta.

  6. Lori

    Dodici anni fa ho perso il lavoro in un modo così umiliante che di più non si può immaginare. Dopo trenta anni trascorsi in quella che era la mia seconda casa (se non la prima considerando il numero di ore giornaliere) di punto in bianco mi sono trovata priva degli affetti che che avevo coltivato in così tanto tempo. Ci ho messo anni ad elaborare il lutto ma sin dall’inizio non ho mai augurato a quella ditta che tanto ho amato di morire, bensì l’ho augurato, possibilmente dopo atroci sofferenze, a coloro che mi hanno umiliata e rovinata economicamente. Così, allo stesso modo, penso non sia possibile per chi ha lavorato tanti anni al Mucchio Selvaggio gioire per la morte del giornale. Come lettrice non mi sono mai affezionata al Mucchio in sé ma alle sue firme e quelle, anche se sparse, per fortuna le ho trovate ancora. Scusate il paragone irriverente ma è come quando vai in una pizzeria perché lì la pizza è buonissima: d’accordo la location, d’accordo gli arredi ma se se ne va il pizzaiolo son cazzi. Perciò questa mia è per dire che vi voglio un bene dell’anima e sempre sarà.
    Loredana

    • Sapere di avere toccato in qualche modo e misura la vita di tante persone è ciò che giustifica l’avere sacrificato la propria di esistenza a un lavoro avaro di soddisfazioni economiche. Grazie.

  7. Una cosa bella è che alcuni di quei pizzaioli e camerieri sono rimasti ottimi amici tra loro. E questo non ha prezzo, per quanto mi riguarda. Ora torno a servire ai tavoli 🙂

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