Archivi del mese: luglio 2018

Damien Jurado – The Horizon Just Laughed (Secretly Canadian)

Preoccupazione giusto un anno fa per i cultori dell’artista di Seattle alla notizia della cancellazione di un tour europeo, a maggior ragione perché nel settembre 2016 stessa sorte aveva subito uno australiano. Venivano addotte ragioni di salute non meglio specificate e, tenendo fede alla sua fama di personaggio estremamente schivo, Jurado non è mai tornato sull’argomento. Quale che fosse la patologia di cui ha sofferto dovrebbe essere guarito, se è vero come è vero che il suo sito annuncia una quindicina di date americane fra maggio e giugno e una trentina in Europa (quattro in Italia) per l’autunno prossimo. L’album che promuoveranno è il tredicesimo per il nostro uomo: forse uno dei più convincenti – per quanto sia arduo stabilire un ordine di merito in una produzione priva magari del capolavoro assoluto ma di livello uniformemente alto – e indubbiamente quello in grado di rivolgersi a una platea ampia come mai avrebbe immaginato quando nel ’95 poneva mano alle prime registrazioni casalinghe. In altri tempi – diciamo intorno alla metà degli anni ’70: magari nel 1973 evocato dal titolo della settima delle undici tracce in scaletta – canzoni così si sarebbero agevolmente fatte largo nella programmazione delle radio in FM. Oggi quantomeno amplieranno un culto cresciuto disco dopo disco.

Pare – è – trascorsa una vita dacché Damien Jurado si segnalava come uno dei primi dell’affollata classe degli emuli di Nick Drake. Qui solo il bozzetto Cindy Lee rimanda agli esordi. Il resto è cantautorato elegantemente americano senza che ci si rinchiuda nel recinto dell’Americana (un che di bossa in Marvin Kaplan e Florence Jean), con spesso una voce femminile a incrementarne il romanticismo, fra chitarre acustiche sincopate, ricami di tastiere, archi densi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

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Quando i Badfinger erano “i nuovi Beatles”

Nel novembre 1969 Paul McCartney annuncia a un mondo sbigottito: “No more Beatles”. Non varranno come ripensamento le sedute in studio di registrazione nel corso delle quali verrà completato un ultimo LP il cui titolo significativamente cambia, in corso d’opera, da “Get Back” a “Let It Be”. Tutti a cercare “i nuovi Beatles” allora, esercizio nel quale invano l’industria discografica si cimenta dal ’64. Che ironia che i potenziali nuovi Fab Four siano sponsorizzati da quelli originali al punto da abitare la casa costruita da costoro, su fondamenta sfortunatamente instabili. A quel punto i ragazzi (tre Gallesi, uno di Liverpool) una hit già l’hanno colta, già griffata Apple, ma a contarla come loro ci si imbarazza: non solo l’ha scritta Sir Paul, Come And Get It, ma ha istruito il complesso che fino a un attimo prima si chiamava Iveys e in quel preciso istante si ribattezza Badfinger, a suonarla uguale al demo. Quarta nel Regno Unito, settima negli Stati Uniti, la canzone inaugura sotto splendidi auspici una vicenda fra le più tragiche negli annali della popular music.

Album d’esordio vero, dopo un raffazzonato “Magic Christian Music” assemblato a contorno del debutto a 45 giri, “No Dice” testimonia il talento di una band che già non ha più bisogno di ingombranti mentori, quartetto con dentro quattro autori e dunque quattro potenziali leader e sarà la sua forza. Debolezza fatale si rivelerà proprio il legame con una Apple da subito gestita malissimo dagli illustri proprietari. Nel percorso fra il rock’n’roll alla Back In The USSR di I Can’t Take It e la ballata ricamata d’archi We’re For The Dark (entrambe di Pete Ham), questo capolavoro sistema un paio di grandi successi – la scanzonata No Matter What (Ham), la romanticheria elettroacustica Without You (Ham/Evans; un numero uno USA per Harry Nilsson, notorio sodale di Lennon) – e altre otto gemme diversamente ma egualmente abbaglianti: che non hanno paura di citare sin dal titolo i Baronetti (la firma sotto Love Me Do è quella di Joey Molland) e quando è il caso di sorpassarli a destra (una stupefacente It Had To Be, di Mike Gibbins, capace di transitare in poche battute da Tim Buckey a McCartney per quindi omaggiare Harrison). Il successivo “Straight Up” è al pari imperdibile. Pete Ham morirà suicida nel 1975, Tom Evans lo imiterà nell’83.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.184, settembre 2013.

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Josh Rouse – Love In The Modern Age (Yep Roc)

L’album con cui decollava la carriera di questo cantautore americano da parecchio residente in Spagna era il suo quarto: datato 2003, “1972” provava a suonare come se inciso nell’anno che lo battezzava e, segnando un netto scarto rispetto a predecessori depressi e noiosetti, ci riusciva. Era beninteso un 1972 ideale, da un universo parallelo in cui i Big Star di “#1 Record” davvero andarono al numero uno. Anche via di mezzo fra il Bacharach di un po’ prima e i Fleetwood Mac di un po’ dopo, resta un disco delizioso, se non il primo da avere di Rouse il secondo, essendo quello da privilegiare in assoluto il successivo “Nashville”, all’incirca stessa miscela sonora ma con in più il tocco di country che il titolo annuncia e qualche esercizio di bella calligrafia smithsiana.

Tre lustri e otto album più tardi, e dopo avere pubblicato altri lavori più o meno “a tema”, influenzati dalla sua nuova vita europea, il nostro uomo ha messo mano a un disco che avrebbe potuto chiamare “1984”: l’anno in cui i Blue Nile debuttavano con “A Walk Across The Rooftops”, i Prefab Sprout con “Swoon” e gli Style Council con “Café Bleu”. Tutte influenze dichiarate, così come – ma curiosamente intitolando una canzone come il disco dopo del Canadese: “I’m Your Man” – quella del Leonard Cohen che proprio quell’anno lasciava interdetti molti riempiendo di sintetizzatori “Various Positions”. Lo stesso fa Josh Rouse in “Love In The Modern Age”, medesimo è lo sconcerto che induce ma il sospetto è che questa di opera non si presterà a rivalutazioni a posteriori. Il sospetto – indotto dalla conclusiva There Was A Time, al cui inizio finalmente una chitarra acustica conquista la ribalta – è che a prendere questi stessi pezzi e ad arrangiarli “alla 1972” ben altro sarebbe stato il risultato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

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Quei primi Orb antichi, futuribili, irripetibili

È nei negozi da poco più di un mese il nuovo album degli Orb, il loro quindicesimo. Gradevole e inutile, come gli altri dodici andati dietro a quei primi due che restano viceversa imprescindibili: ancora più del debutto “Adventures Beyond The Ultraworld”, datato 1991, il successivo di un anno “U.F.Orb”.

Lo so: come emozione è da poco e a lungo andare roba da cane di Pavlov e nondimeno dacché ascoltai per la prima volta quest’album, allora appena uscito ed era il marzo ’92, a 1’48” della title track la mia reazione è sempre la stessa. Tensione e rilascio e tensione ma adesso gioiosa, sollievo ed esaltazione quando, dopo oltre cento secondi di svagate macchinazioni ambient con tanto di elicottero che fa molto “The Wall”, la batteria scatta dritta ed elastica e una versione freakadelica della house prende il centro del proscenio. È uno di quei piccoli momenti perfetti che il pop ogni tanto regala. È uno di quei momenti in cui ti chiedi: ma se era una cosa così ovvia da fare, perché nessuno l’ha fatta prima? E siccome la perfezione è per definizione imperfettibile da qui in poi gli Orb, in breve ridotti ad alias del solo Alex Paterson, non potranno che scendere e scenderanno parecchio. Il che nulla toglie all’ininterrotta gloria di tre anni invariabilmente formidabili dopo l’esordio non ancora a fuoco del Kiss EP.

Una rivelazione il singolo A Huge Ever Growing Pulsating Brain That Rules From The Centre Of The Ultraworld (lungo quanto il titolo: ventidue minuti) che campionava l’oceano e Minnie Riperton (chi più immenso?). Una superba conferma l’album “Adventures Beyond The Ultraworld”, che in Little Fluffy Clouds metteva assieme Steve Reich e Richie Lee Jones e che razza di incontro era. Maturo il capolavoro, arrivava da pronostico con “U.F.Orb”, un mammuttone di settantaquattro minuti e due secondi che questa “Deluxe Edition” fa ulteriormente obeso con un secondo CD di remix suggellato da Assassin, un singolo escluso in origine dall’album. Mettiamola così: i Pink Floyd di “Dark Side Of The Moon” prodotti da Lee “Scratch” Perry; Mike Oldfield che come un Gregor Samsa alla rovescia si sveglia una mattina e scopre di essere diventato Sun Ra; i Gong (a proposito: eccolo lì Steve Hillage) che calano ecstasy invece di LSD; i Tangerine Dream trapiantati a Detroit dopo essere passati da Ibiza. La forza di “U.F.Orb” è che finiva di smantellare quel muro divisorio fra rock ed elettronica ritmica tirato giù qualche mese prima da “Screamadelica”. La forza di “U.F.Orb” era che redimeva robe che avremmo detto irredimibili, cavando diamanti dalle pattumiere della storia. O almeno facendoci ipotizzare per un attimo che lo fossero, diamanti. Nasceva insieme antico e futuribile, pareva di un altro mondo ma piaceva assai agli abitanti di questo, tanto da andare al numero uno delle classifiche britanniche. È invecchiato bene, cioè per niente.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.640, novembre 2007.

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George Ezra – Staying At Tamara’s (Columbia/Sony)

Sono diverso da Ed Sheeran, non è che faccio dischi con l’intenzione di andare al numero uno ovunque”, dice George Ezra, che con il rivale di cui sopra condivide i natali nella provincia inglese e l’irruzione nelle classifiche di ogni dove in età verdissima, esordiente in lungo a ventun anni lui, quell’altro già una star a venti. Ma chi si scusa si accusa e, insomma, a pochi giorni dall’uscita “Staying At Tamara’s” già primeggia nel Regno Unito, rinnovando i fasti del debutto del 2014 “Wanted On Voyage”. Per cominciare e poi si vedrà. E tanto per non perdere colpi nemmeno rispetto a quel Sam Smith cui George faceva da spalla in un tour nordamericano e che come età, essendo del ’92, sta nell’esatto mezzo fra Ed (1991) e George (1993). Però, dai, a ben ascoltare (o anche molto distrattamente) il giovanotto è diverso eccome da Ed: per quanto condividano un retroterra folk, è molto più pop (nel senso di poppetto) quell’altro. Per non dire da Sam e dal suo finto soul, tagliato su misura per il pubblico bue da intrattenere fra un “X Factor” e l’altro.

Ciò detto, Houston, abbiamo un problema e il problema è che, al netto di arrangiamenti più corposi, il secondo album di questo ragazzo pur talentuoso somiglia troppo al primo. In alcuni passaggi in maniera imbarazzante e invero si sobbalza quando parte una Shotgun che è copia conforme di quella Budapest che faceva decollare la carriera dell’autore. Lavoro in ogni caso, oltre che più denso, più solare del predecessore, persino in bilico fra funk ed errebì in una Don’t Matter Now che l’ha anticipato di nove mesi e brioso anche quando si fa confidenziale come in All My Love. Se Hold My Girl evoca i National, la migliore delle undici tracce, Saviour, azzarda un country cinematico su cui meriterebbe tornare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

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Come passa il tempo quando uno scrive per “Audio Review”

Il file risulta salvato in data 12 marzo 1996, alle ore 17.37. Cominciava così (qualche giorno prima mi aveva contattato telefonicamente l’allora responsabile della sezione recensioni Marco Crisostomi, recentemente scomparso) la mia collaborazione ad “Audio Review”. Con una recensione – positiva; un bel “7” il voto – del debutto dei torinesi Mao e la Rivoluzione, ottimamente prodotto da un altro torinese, Max Casacci, che da lì a qualche mese ancora avrebbe fondato tali Subsonica. In quel lontanissimo numero 159 mi occupavo di altri quattro dischi soltanto ancora (i nuovi di Assalti Frontali, Jalal ed Alison Statton; una teca dedicata al classico di Peter Green “The End Of The Game”) e mai avrei immaginato che ventidue anni e quattro mesi, 241 numeri e alcune migliaia (migliaia!) di recensioni dopo mi sarei ritrovato a celebrare su un blog – ossia su un qualcosa che all’epoca manco esisteva – l’inizio del più prolungato nel tempo fra i miei rapporti professionali. Da un pezzo la collaborazione con “Audio Review” ha scavalcato in durata quella con “Il Mucchio” (pur’esso recentemente scomparso) ed è tutto dire.

L’arrivo in edicola, una decina di giorni or sono, del numero 400 della suddetta rivista mi è sembrato una bella scusa per recuperare quel primo articolo.

La ragione sociale è inedita ma i musicisti che dietro di essa si celano vantano curriculum già corposi. Mao in particolare, che della Rivoluzione è insieme l’ideologo e il leader carismatico, ha in passato prestato la sua voce, scura e ruggente, ai Voodoo (un discreto album all’attivo) e ai Magnifica Scarlatti (una grande promessa mai mantenuta) e ha fiancheggiato Fratelli di Soledad e Africa Unite. Proprio dalle file di questi ultimi viene Max Casacci, al cui lavoro in sede di registrazione e di missaggio si deve molto del merito della riuscita di questo LP. È musica, quella della compagnia torinese, che richiede una produzione capace di trovare il giusto punto di equilibrio fra potenza del suono e attenzione al dettaglio. Una dinamica carente o arrangiamenti troppo elaborati la danneggerebbero irrimediabilmente. Casacci è perfetto e si candida a entrare nel ristretto club dei produttori italiani di livello internazionale.

Avrete forse già ascoltato Febbre, il brano che inaugura l’album e il cui video si è visto parecchio in corrispondenza con la sua uscita: funky-metal poderoso con un ritornello pop di quelli che stendono. È un buon biglietto da visita, ma tanto altro c’è di memorabile in “Sale”: l’irresistibile gospel secolare di Temporali, per cominciare, e poi il matrimonio fra melodia italiana e beat bristoliani di Al limite e la voce recitante su base trip-hop de Il ritmo. Peccato che la rilettura di What A Wonderful World cui è affidato il congedo (c’è poi una breve postilla, con un assaggio di Febbre virata techno) non convinca per niente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 159, aprile 1996.

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Neil Young + Promise Of The Real – Paradox (Original Music From The Film) (Reprise)

D’accordo: sono affari suoi. E però chi non c’è rimasto male alla notizia, nel 2014, che Neil e Pegi Young divorziavano? Dopo trentasei anni (quaranta di convivenza) si scioglieva forse la coppia storica per antonomasia in un mondo come quello del rock dove mediamente i matrimoni durano più o meno quanto in quello del cinema, ossia assai poco. Fine di una relazione andata avanti così a lungo nella buona e soprattutto nella cattiva sorte, capace di sopravvivere – fortificandosi – alla nascita di un figlio gravemente disabile. Il romantico che si cela in ciascuno di noi poteva non restarne deluso? Anche perché Neil (a proposito di Hollywood) da allora sta con un’attrice della fama di Daryl Hannah e tanta grazia che la – solo relativa – differenza di età abbia evitato il perpetrarsi del cliché dell’anziano che si mette con quella giovane.

Tant’è. Se ne scrive qui non per indulgere al pettegolezzo ma perché per la prima volta il sodalizio da sentimentale si è fatto pure artistico. Scritto e diretto da Daryl Hannah, che non vi appare come attrice, Paradox è un esperimento di musical western su un canovaccio – parlare di copione pare eccessivo a leggere le poche recensioni uscite a oggi, tutte negative – fantascientifico. Il compagno, che viceversa vi figura anche come attore e con lui i musicisti dei Promise Of The Real, è autore della colonna sonora. Poca roba, come da pessimo standard di quest’ultimo iperproduttivo decennio (sola luminosa eccezione “Psychedelic Pill”) per il Canadese. Collage di cover sgangherate e brani perlopiù già noti tenuto assieme con passaggi strumentali di nessun interesse, “Paradox” regala sì e no un quarto d’ora accettabile a metà scaletta, con una versione per organo a pompa di Pocahontas e un’elettrica Cowgirl Jam.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

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