Archivi del mese: settembre 2018

Metti, una sera a Berlino con Miles Davis

Grande eccitazione la sera del 25 settembre 1964, un venerdì, alla Philharmonie Hall della allora Berlino Ovest, una stella di abbacinante fulgore chiamata a chiudere il primo festival jazz organizzato nella ex- e futura capitale. Favoloso oltretutto, ma di questo ci si renderà conto nei mesi e anni successivi, il quartetto di accompagnatori appena assemblato da Miles Davis. Al sax Wayne Shorter, che il trombettista corteggiava sin dal ’60 e ha infine strappato a Art Blakey. Dietro al piano siede Herbie Hancock, ventiquattro anni appena ma già un cv impressionante per collaborazioni e discografia in proprio e, a proposito di gioventù prodigiosa, che dire del batterista Tony Williams? Ancora deve compiere diciannove anni. Completa la sezione ritmica il contrabbasso di Ron Carter, che con i suoi ventisette anni ne concede undici al capobanda. È appena il loro terzo concerto insieme, ma mai lo si direbbe per come approcciano un programma di soli classici, in un’ora di assoluta magia. La conformazione ad anfiteatro della sala fa sì che Miles non possa suonare come preferisce, con le spalle rivolte alla platea, e allora ogni tanto si accoccola per terra. Posizione bizzarra che non gli impedisce di porgere assoli sublimi, pieni di lirismo e sfumature, ma anche di forza. Se Autumn Leaves si distende tenerissima concedendo una benvenuta pausa, Milestones, So What e Walkin’ vengono affrontate a velocità mozzafiato, con virtuosismi da vertigine (fenomenale Shorter nella seconda) e nello stesso tempo con il rilassato abbandono dato dall’alchimia subito, miracolosamente creatasi fra i musicisti.

Fra gli innumerevoli live di Davis è uno dei più cruciali di prima della svolta elettrica e tuttora suscita stupore la sua uscita solo in Europa all’epoca. Oltre a quella tedesca, datata 1965, l’unica altra edizione in vinile prima di questa è una giapponese del 1967 (negli USA “Miles In Berlin” vedrà la luce solamente nel 2005 e in CD, con la scaletta originale riprodotta per intero grazie alla preziosa aggiunta di una Stella By Starlight di quasi tredici minuti). Sorprende pure la scelta della Speakers Corner di ristampare non la versione stereo, bensì quella mono. In ogni caso cromaticamente inappuntabile e di dinamica paragonabile alle migliori incisioni dal vivo del tempo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.393, novembre 2017.

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Odiava se stesso e voleva morire: Nirvana in studio, l’ultimo atto

La rabbia giovanile ha pagato bene/Ora mi annoio e sono vecchio”: queste le parole con cui si apre il terzo LP vero e proprio dei Nirvana. Primo titolo di lavorazione “I Hate Myself And I Want To Die”, odio me stesso e voglio morire. Non si può dire che Cobain non avesse offerto al mondo chiare avvisaglie della tragedia che stava per compiersi (in una session fotografica per un giornale francese giunse a mimare il suo suicidio giocando con una pistola). Registrato molto velocemente (ma la parcella, studio escluso, è oltre duecento volte quella di “Bleach” visto che il produttore, l’“alternativo” Steve Albini, chiede 124.000 dollari), “In Utero” subisce un ritardo di quattro mesi nell’uscita perché alla Geffen dopo averlo ascoltato lo giudicano impubblicabile, pieno di canzoni “non all’altezza”.  Un rimodellamento della scaletta e il remissaggio di due dei brani più accattivanti, Heart-Shaped Box e All Apologies (provvede il produttore dei R.E.M., Scott Litt), placano la casa discografica e migliorano la riuscita d’insieme dell’album, pur accentuandone la schizofrenia. Il fragile equilibrio su cui si reggeva “Nevermind” fra melodie straordinariamente insidiose e sapienti modulazioni noise, in un continuo gioco di tensione e rilascio, è infranto ed è ciò che impedisce al disco, pur notevolissimo, di essere, al pari del suo predecessore, un indiscutibile capolavoro. Là le incursioni nel rumorismo fine a se stesso erano state confinate nella lunga traccia fantasma Endless, Nameless (ovviamente assente nell’edizione su vinile). Qui, oltre che nel brano nascosto a fondo corsa nel CD (una pessima usanza di cui i Nirvana sono i principali responsabili), divampano sovente e hanno il perverso gusto della latta di colore scagliata contro un quadro se no bellissimo.

Pubblicato per la prima volta in Grunge, Giunti, 1999.  A oggi sono passati venticinque anni dall’uscita di “In Utero”.

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Beach House – 7 (Sub Pop)

Sorprendente quanto risulti divisivo un gruppo che fa musica così esangue e monocorde e mi rendo conto di essermi schierato già con questa prima frase nel (minoritario) campo di quanti considerano alquanto (o molto) sopravvalutato il duo di Baltimora. All’album numero sette, come da titolo, e ciò dà a intendere che la cantante e tastierista Victoria Legrand e il chitarrista Alex Scally considerano a tutti gli effetti come sesto quel “Thank Your Lucky Stars” che nel 2015 tallonava dappresso, mandato nei negozi appena un mese e mezzo dopo, “Depression Cherry”. Non la pensava così il pubblico, intendendolo evidentemente come una collezione di scarti per cultori terminali e comprandolo in quantitativi decisamente ridotti rispetto alla media abituale, ma tant’è. In fondo, meglio la raccolta “B-Sides And Rarities”, licenziata nel 2017 dalle solite Sub Pop (Nord America) e Bella Union (Europa) per ingannare l’attesa per un album “vero”: quantomeno lì i Beach House qualche infinitesimale deviazione dai soliti schemi se la permettevano, ce la concedevano.

Lavoro in studio numero sette e, se nel complesso avrà ragione “Pitchfork” (sponsor della coppia dacché nel 2006 la faceva esordire inserendo un suo brano in un mixtape) a dirlo il disco a oggi dal suono più pesante e coinvolgente, a smontarlo una qualunque delle sue undici tracce potrebbe venirne sfilata e inclusa in uno qualunque dei predecessori e chi se ne accorgerebbe? Non io. Ogni canzone dei Beach House resta fondamentalmente la stessa, data dalla somma voce energica + tastiere gorgoglianti + chitarre scintillanti. Nell’eterno (di per sé benemerito) tentativo di mettere insieme Mazzy Star, My Bloody Valentine, dei Cocteau Twins in fissa per Brian Wilson. Facendo sognare taluni e talaltri semplicemente dormire.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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Eleanor Friedberger – Rebound (Frenchkiss)

Fra un anno ne saranno trascorsi dieci da quando i Fiery Furnaces pubblicavano l’ottavo e ultimo lavoro in studio, “I’m Going Away”. Per molti il loro migliore. Visto come funzionano oggi rock e industria discografica ci sarebbe poco da stupirsi se la ricorrenza venisse festeggiata con la canonica “Deluxe Edition”, seguita dall’altrettanto usuale tour e dall’immancabile collezione di brani nuovi. Come visibilità e conseguenti vendite Matthew ed Eleanor Friedberger – newyorkesi, fratello e sorella – ne guadagnerebbero entrambi, ma molto di più il primo che la seconda e ad azzardare nel 2009 una previsione in tal senso si sarebbe compiuto esercizio di spericolatezza estrema. Parendo chiaro chi fosse il leader nel duo, la gran parte dei pezzi firmati da lui anche se poi era perlopiù lei a cantarli. E invece, a fronte di una produzione di Matthew numericamente cospicua ma artisticamente poco significativa e commercialmente a impatto zero (naturalmente le tirature limitate e spesso solo in vinile non hanno aiutato), Eleanor ha dato alle stampe di meno – quattro album – ma mantenendo qualità e profilo incomparabilmente superiori. Per chi scrive, “Personal Record” – secondo della serie, 2013 – è addirittura il capolavoro pop-rock che i Fiery Furnaces andarono solo vicini a confezionare.

Se nel 2016 “New View” ne replicava con scrittura meno ispirata sonorità fra Carole King e Tom Petty via Fleetwood Mac (fatta salva l’irruzione alla ribalta di un funk alla Hall & Oates), “Rebound” fa scivolare in secondo piano le chitarre anteponendo tastiere (e anche ritmiche) da techno-pop anni ’80. Se paga nel complesso una certa uniformità, quando il gioco riesce al meglio – in In Between Stars e Are We Good?, debitrici rispettivamente a Eurythmics e Cars – è splendido splendente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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No more rockin’ the casbah – Per Rachid Taha (18/9/1958-12/9/2018)

Era come un Joe Strummer d’Algeria, coverizzò alla grande Rock The Casbah e significativamente si ritrovò più volte a condividere questo e quel palco (e in un’occasione anche uno studio di registrazione) con Mick Jones. Beffardamente, proprio come Joe se n’è andato nel sonno, per una crisi cardiaca.

Rachid Taha era un grande, un grandissimo, e almeno due (o anche tre) dei quattro album di cui oggi recupero le recensioni vi farebbe proprio bene averli.

Diwân (Barclay, 1998)

Lungo il percorso che porta Rachid Taha allo stardom. Comincia negli ’80, alla testa dei franco-algerini Carte de Séjour, sorta di Clash con un piede nella casbah la cui popolarità non supera i confini francesi. È solo quando nei primi ’90 intraprende la carriera solistica che Taha assurge a solida fama nella sua terra di origine, prendendo da lì le mosse per conquistare l’Europa, a partire naturalmente da quella francofona, e gettare a fine decennio un amichevole guanto di sfida (i due hanno anche condiviso un live) a Khaled. Se il re del raï può vantare eclettismo e carisma maggiori e una più pronunciata sensibilità pop, Taha ha dalla sua una forza d’urto alla quale il pubblico del rock non può restare indifferente. “Diwân” aggiorna la tradizione con un misto di rispetto e spirito punk che stende.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, giugno 2012.

 

Live (Barclay, 2001)

C’erano una volta, tanto tempo fa (correvano ancora gli ’80), i Carte de Séjour, francoalgerini che applicavano etica e suoni punk alla rivendicazione delle proprie origini. Insomma: quasi dei Clash nati fra i bordelli di Orano e traslocati bambini nella matrigna Francia. Ma nonostante le epopee di Mano Negra e Négresses Vertes incombessero il pop transalpino non era ancora quella pregiata materia di esportazione universale divenuta in seguito e la loro fama rimase dunque una faccenda locale. Dei Carte de Séjour Rachid Taha era il leader. Esauritasi tale esperienza ha intrapreso una carriera solistica che aveva avuto a oggi i suoi approdi più importanti a cavallo fra il ’98 e il ’99. Nel 1998 vedeva la luce quello che è il suo capolavoro in studio, “Diwân” (abbondantemente saccheggiato in questo “Live”): lì Rachid rendeva il raï ancora più una storia di crossover di quanto non sia geneticamente, omaggiando la tradizione algerina nel mentre la mutava in qualcosa di decisamente altro. Grande il successo su entrambe le sponde del Mediterraneo e a celebrarlo e consolidarlo giungeva l’anno dopo “1, 2, 3 soleils”, disco dal vivo collettivo condiviso con gli altri divi Khaled e Faudel. Come loro, Rachid Taha è ormai uscito da un mercato etnico per salire alla ribalta del pop globale. Anche superiore il suo potenziale rispetto a Faudel. Se il paragone è invece con Khaled, si può dire che di costui non abbia né il carisma né la sensualità ma che supplisca con una forza d’urto che dovrebbe renderlo particolarmente gradito al pubblico del rock.

Basta già il formidabile impatto dell’iniziale Menfi a chiarirlo: un attacco di acustiche flamencate e subito, fra percussioni fitte e una melodia beduina, un riffone hard di strepitosa potenza. Impossibile resistere. Si apre così quasi un’ora e venti di danze sfrenate che più che il sinuoso da DNA arabo corteggiano il pogo. Che dire ad esempio di Nokta se non che trasporta i Living Colour ad Algeri (o nella casbah di Marsiglia)? Risultano persino più taglienti le chitarre elettriche di Barra barra e se possibile più funky quelle di Voila voila, la cui scansione è praticamente techno. Al congedo di Garab il pubblico del teatro belga in cui il disco è stato registrato arriva in delirio. Stessa sorte toccherà a chi si collega da casa. Vista la lunga carriera di Taha, sarebbe offensivo nei suoi confronti annotare che è nata una stella. Tutti potranno però ora accorgersi di quanto brilli.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.469, 15 gennaio 2002.

Bonjour (Barclay, 2009)

Chissà se qualcuno l’ha fatto notare, a Rachid Taha, che nella sua media età fisicamente sta finendo per somigliare sempre più a Joe Strummer. Magari Mick Jones, che con il Nostro si ritrovava qualche tempo fa a condividere un palcoscenico londinese. Se sì, deve avergli fatto piacere e d’altro canto quei Carte de Séjour con i quali affrontava per la prima volta una ribalta nascevano come una versione franco-algerina dei Clash. Rock the Casbah, ma davvero, e prima di quella “Rock The Casbah” di cui Taha non mancherà di appropriarsi, o per meglio dire di riappropriarsi. Dalla fine nell’89 di quell’avventura di successo rimarchevole oltr’Alpe, ma solo lì, il nostro uomo ha preso a costruirsi ripartendo dalla casa dei padri (Orano) una visibilità internazionale che si faceva meritatamente diffusa nel ’98 con il magnifico “Diwân”: omaggio a radici rivisitate con un rispetto pari all’ardore iconoclasta di uno che del raï è considerato un maestro (secondo forse solo a Khaled) ma che nel suo cuore si sente un rocker.

Però anche i punk invecchiano, si addolciscono, magari mettono su famiglia e la sera cantano una ninnananna ai figli e Rachid Taha a questo ammorbidirsi con grazia ha deciso di arrendersi, perlomeno in “Bonjour”: nettamente il suo album più romantico, a partire da una programmatica “Je t’aime mon amour”, flamencata su una scansione hip hop. È un disco che all’ardore preferisce la tenerezza, che il raï per una volta lo innerva, più che di rock’n’roll, di downtempo (connubio di micidiale efficacia in “It’s An Arabian Song”) e di una chanson post-Négresses Vertes (vedasi traccia omonima). L’essenziale è saperlo prima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 309, marzo 2010.

Zoom (Naïve, 2013)

Dici un nome per identificare il raï ed è Khaled. Per il numero due se la battono da tempo immemore Cheb Mami e Rachid Taha, o forse no. Nel senso che al secondo – che d’altro canto si affacciava alla ribalta buoni trentadue anni fa alla testa di quei Clash franco-algerini chiamati Carte de Séjour – il raï è sempre andato stretto, l’etichetta “world” non gli è mai garbata granché e insomma lui nel cuore si sente un rocker. Al limite un po’ indeciso se essere il Joe Strummer di Orano oppure il Johnny Cash. Passati i cinquanta, era parso che il vecchio ribelle un po’ si andasse ammorbidendo. Nel 2009 “Bonjour” si segnalava come il suo lavoro di gran lunga più soffice e romantico, sin da una traccia iniziale significativamente intitolata Je t’aime mon amour. Pressoché del tutto dimentico del punk, lì il pop maghrebino si mischiava con il downtempo e con una forma di chanson post-Négresses Vertes.

Buon disco, ma che “Zoom” sia un’altra cosa di nuovo provvede il primo brano a segnalarlo, Wesh (N’Amal), micidiale mischione di funk, flamenco e surf concepito con quel Justin Adams noto come collaboratore sia di Jah Wobble che di Robert Plant e titolare della regia dell’intero lavoro, in un singolo episodio – la sferragliante, conclusiva Voila voila – in team con Brian Eno. E a proposito di ospiti illustri: da un Algerian Tango su cui la dice lunga il titolo fa capolino l’inconfondibile voce di Mick Jones ed è un nuovo sigillo di approvazione (ai due capitò anche di dividere un palco) per un artista che fra le sue interpretazioni più celebri annovera una travolgente Rock The Casbah. Apici di un lavoro dove per buona parte del programma i ritmi tornano a salire e le chitarre a mordere sono l’esplosiva “Fakir” e una “Les artistes” che omaggiando Elvis, Lennon e Cobain finisce per girare dalle parti di Alan Vega, o di Tav Falco. Elvis era già stato chiamato in causa con un brano non proprio dei suoi più memorabili, “Now Or Never”, ma azzardandone una lettura che sistema Napoli su un’ideale rotta capace di congiungere Algeri a Bollywood Taha finisce per dare un senso all’azzardato recupero.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.178, marzo 2013.

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Audio Review n.401

È in edicola da alcuni giorni il numero 401 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli ultimi album di Dave Alvin & Jimmie Dale Gilmore, Neko Case, Cowboy Junkies, Roger Daltrey, Ray Davies, Drake, Fantastic Negrito, Gorillaz, Joan Of Arc, Wilko Johnson, Last Poets, Johnny Marr, Dave Matthews Band, Orb, Stuart A. Staples e Kamasi Washington e di una ristampa degli Suede. Nella rubrica del vinile ho scritto diffusamente (un’intera pagina) degli Psychedelic Furs e più in breve di Freddie Hubbard.

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