The Coral – Move Through The Dawn (Ignition)

D’accordo: l’abito non fa il monaco e non è dalla copertina che si dovrebbe cominciare a giudicare un disco ma… quanto è brutta quella di “Move Through The Dawn”? Fuorviante oltretutto (qualcuno ha detto Sigue Sigue Sputnik?), laddove i primi tre album della compagine del Merseyside si raccontavano già dalla grafica deliziosamente Sixties. Il nuovo secolo era ancora nuovo e gli al tempo giovanissimi Coral mietevano consensi di critica e di pubblico (alla seconda prova in lungo, con “Magic And Medicine”, si prendevano la vetta della classifica UK) con un sound fra pop, folk-rock e psichedelia. Vintage senza scadere nel calligrafismo revivalista, colto il giusto per fare innamorare un pubblico smaliziato e nel contempo frizzante a sufficienza, e cioè parecchio, da conquistare la più vasta platea generalista, digiuna o quasi di referenti, tolto il più ovvio vista anche la provenienza geografica. Per quanto dai Beatles non abbiano in realtà assorbito granché James Skelly e soci, non direttamente almeno, preferendo farsene ispirare per così dire di seconda mano, via Badfinger, Oasis o ELO.

Molto in questo nono lavoro in studio dei Coral, sin dagli arrangiamenti di archi sopra le righe, rimanda proprio alla creatura di Jeff Lynne ed è conferma che, come decennio di riferimento, i ’70 pesano ormai quanto i ’60. Meglio però, allora, quei ’70 inediti per i Nostri esplorati nel precedente “Distance Inbetween”, il loro disco più rock e, a sorpresa, krautrock. Qui più che i Can (e magari gli Stooges) si evocano dei Traveling Wilburys girati Britpop ma sfortunatamente con una scrittura qualunque, come mai prima. Tre belle eccezioni: una Eyes Like Pearls profumata di Beach Boys; She’s A Runaway, dall’efficacissimo ritornello; la squisita ballata folk After The Fair.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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