Archivi del mese: dicembre 2018

Low – Double Negative (Sub Pop)

Scalpore fra i fan dei Low – a quell’altezza un culto consolidato e del resto era già il loro album numero sette – quando nel 2005 firmavano per la Sub Pop e davano alle stampe “The Great Destroyer”. A suscitare perplessità e reprimende “a prescindere” non era tanto che passassero di categoria, dopo tre lavori per l’inglese e piccina Vernon Yard e altrettanti per un’indipendente di medie dimensioni come la Kranky, di Chicago, quanto che si accasassero presso l’etichetta che verrà sempre ricordata come la casa del grunge, la Sub Pop. Ma come! Proprio loro che all’apparire alla ribalta erano stati considerati la più sommessa e per questo più potente delle antitesi del grunge? Alfieri della scena slowcore, artefici di una musica impalpabile e lentissima. Aveva tuttavia un senso che quello che è fondamentalmente un duo formato anche in una vita da coniugi dal chitarrista Alan Sparhawk e dalla batterista Mimi Parker scegliesse quel marchio per pubblicare quel disco: “The Great Destroyer” li vedeva per la prima volta alzare almeno ogni tanto i volumi ed evidenziava contestualmente un’inedita vena pop.

Tredici anni e cinque album dopo l’etichetta è la stessa, la musica no ed è uno scarto inatteso e nettissimo rispetto anche all’immediato predecessore (del 2015), “One And Sixes”. Facile prevedere che il dibattito fra i seguaci della band si infiammerà come mai prima, nulla al confronto la diatriba di cui sopra. È che musica così i Low non l’avevano mai prodotta (appena alcuni anticipi nel comunque infinitamente più potabile “Drums And Guns”, del 2007): foschissima, claustrofobica, spesso fragorosa e distorta. Fra un distendersi di bordoni e un crepitare di energia statica, non una traccia si distingue davvero fra le undici che sfilano. Il coraggio è apprezzabile, l’ascolto faticosissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018. “Disco dell’anno” per “Uncut” e, qui in Italia, sia per “Blow Up” che per “Rumore” e altissimo in innumerevoli altre playlist, fra le quali molte personali di gente che professionalmente e/o umanamente stimo assai: “Double Negative” è diventato il lavoro più acclamato nella venticinquennale vicenda dei Low. Io, che li ho sempre adorati, l’ho invece detestato con ogni più intima fibra del mio essere. Sarà un problema mio, probabilmente. Sarà che mi è toccato farci i conti nell’estate più stressante e brutta della mia vita, ma l’ho trovato insopportabile. Per me “Double Negative” è l’estate del 2018. Non lo riascolterò mai più.

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Audio Review n.404

È in edicola il numero 404 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli ultimi album di Bevis Frond, Neneh Cherry, Cypress Hill, Everlast, William Fitzsimmons, John Hiatt, Glen Matlock, Tom Morello, Will Oldham, Yoko Ono, Graham Parker, Phosphorescent, Seasick Steve, Spain e Dan Stuart e di una ristampa dei Longbranch/Pennywhistle. Nella rubrica del vinile ho scritto in lungo di John Barry e più in breve di Ry Cooder.

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The Day Soul Music Died (per Otis Redding)

Niente affiliazione al “club dei 27”, quello delle rockstar decedute prima di festeggiare il ventottesimo compleanno, per Big O. Non è tanto questione che quando se ne andò Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison erano ancora di questa terra, Kurt Cobain aveva dieci mesi e quanto a Amy Winehouse non sarebbe nata che sedici anni dopo. In fondo Robert Johnson vi viene tranquillamente associato e lasciò questa terra nel 1938, ben prima dunque che si cominciasse a parlare di rock’n’roll. No, fatto è che il povero Otis Redding non arrivava a festeggiare il ventisettesimo di compleanno. Periva il 10 dicembre 1967, nello schianto del bimotore che lo stava portando da Cleveland, Ohio, a Madison, Wisconsin, per un concerto, a ventisei anni, tre mesi e un giorno. Nella compagnia di cui sopra si sarebbe trovato in ogni caso fuori posto anche fosse vissuto appena di più, avendo in comune con tutti e tutte un talento immenso ma non il maledettismo. La morte lo coglieva giovane e bello senza che se la fosse andata a cercare. Rubandocelo così presto, cambiava insieme la storia della black music e del suo possibile rapporto con il pubblico bianco: prima vera platea rock, quella del “Monterey Pop Festival” si era fatta conquistare dal nostro uomo giusto pochi mesi prima senza riserve. Ma non vale piangere sul latte versato e gli aerei caduti, abbiamo avuto mezzo secolo per elaborare il lutto e gioire dell’immensità di un lascito rimarchevole per quantità oltre che per qualità. In una storia, quella del soul ante-1968, scandita per lo più da singoli l’artista georgiano si fa notare pure per la consistenza unica della sua discografia a 33 giri: sette, dal più che discreto al molto buono e in mezzo una pietra miliare quale “Otis Blue”, che usciva nel settembre 1965 ed era il terzo. Stratosferico il livello di interpretazioni vocali e parti strumentali così come della scrittura, a renderlo il capolavoro che è contribuisce egualmente l’essere paradigmatico di un canone. Qui quasi ogni Otis possibile: alle prese, raccogliendone l’eredità, con ogni Sam Cooke possibile (politicamente consapevole con Change Gonna Come, ballabile con Shake, romantico in Wonderful World); a suo agio con il soul parimenti sofisticato e occhieggiante al pop di scuola Motown (My Girl dei Temptations) e  quello più viscerale di ascendenza sudista (Down In The Valley di Solomon Burke, You Don’t Miss Your Water di William Bell); in grado di tracciare una precisa linea retta dal blues di Chicago (Rock Me Baby di B.B. King) al coevo rock britannico (Satisfaction dei Rolling Stones). E che dire dei tre brani autografi? Evocazione di sofferenze ataviche, mediazione superba fra spiritual e blues, Ole Man Trouble a momenti sparisce dinnanzi al proclama di fierezza di Respect e alla ballata sentimentale soul per antonomasia, I’ve Been Loving You Too Long.

Quanto agli altri vale tantissimo “Dictionary Of Soul”, del 1966, soprattutto per una prima facciata sul livello di “Otis Blue”: in forza di una Day Tripper che fa ai Beatles ciò che Satisfaction aveva fatto agli Stones, della “canzone triste” più consolatoria di sempre, Fa-Fa-Fa-Fa-Fa (Sad Song), e di un’accorata Try A Little Tenderness. E qualcosina ma non molto di meno “Sings Soul Ballads” del 1965, che è l’album della roca serenata That’s How Strong My Love Is e dell’esuberante (ma con un fondo di tristezza) errebì Mr. Pitiful e quello in cui Otis Redding diventava grande, dopo il debutto dell’anno prima “Pain In My Heart”, ancora acerbo al netto di una delle ballate più belle del Nostro, These Arms Of Mine. Meglio “The Soul Album” (il seguito di “Otis Blue”, 1966; pur lontani i vertici del predecessore si fa apprezzare per la liturgica Just One Day, la martellante Chain Gang, la tenerissima Everybody Makes A Mistake), così come la collezione di duetti con Carla Thomas “King & Queen” (1967; da ricordare, oltre che per la travolgente Tramp, per una When Something Is Wrong With My Baby che surclassa Sam & Dave) e anche “The Dock Of The Bay” (1968), pure un po’ raffazzonato a seguire l’emozionantissimo valzer che inaugura e battezza. Il 33 giri andava al numero 4 della classifica pop di “Billboard”, il 45 al numero 1.

Lo avrete notato: lo scorso 10 dicembre cadevano i cinquant’anni dalla scomparsa del nostro eroe. Era una domenica e la Rhino ha aspettato il venerdì seguente per mandare nei negozi “The Definitive Studio Album Collection”, un box che ne raccoglie l’integrale a 33 giri (giustamente esclusi i discutibili postumi “The Immortal”, “Love Man” e “Tell The Truth”). Ha badato al sodo l’etichetta californiana: ti aspetteresti quantomeno il minimo sindacale, un fascicolo a corredo analogo a quello (ben modesto!) che accompagna il cofanetto di Ray Charles “The Atlantic Years” segnalato in settembre e invece no, a questo giro niente. E però lo sapete che c’è? Che a fronte di un prezzo tanto clamorosamente basso – ho acquistato “The Definitive” sul più noto dei siti di vendita per corrispondenza pagandolo una cifra ridicola: poco più di nove euro a LP – e di una qualità altrettanto clamorosamente elevata lamentarsi stavolta non avrebbe senso e pazienza anche se (vizio tipico da major) le buste interne non sono antistatiche. Ho aggiunto pochi spiccioli al conto e le ho cambiate. Così come ho sostituito con queste nuove le edizioni che avevo, un paio giapponesi e le altre americane, i primi due album in mono, i restanti in stereo. La verità è che Otis Redding era a oggi piuttosto malservito persino dalle stampe d’epoca e in particolare da quelle stereo, spesso penalizzate da un’immagine innaturalmente ampia, la voce su un canale, la più parte della strumentazione sull’altro con fastidiosi dislivelli nel missaggio. La verità è che per Otis Redding funziona infinitamente meglio il mono e la Rhino per il mono ha optato: il punch della batteria, la vigoria degli ottoni, il grasso groove dell’organo, il guizzare della chitarra – e naturalmente “quella” voce – risuonano come mai prima. Vinile silenziosissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.397, marzo 2018.

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Everybody’s Sad Nowadays (per Pete Shelley, 17/4/1955-6/12/2018)

Tolta una recensione negativa di uno degli album frutto di una censurabile rimpatriata, mai avuto occasione di scrivere dei Buzzcocks, per quanto strano possa sembrare e sembrarmi. Ma dio quanto li ho amati.

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The Chills – Snow Bound (Fire)

In una lista di decine di nomi (trentadue per Wikipedia e secondo altre fonti la formazione che nell’87 registrava il primo album “vero” era la decima: in sette anni!) si potrebbe tranquillamente affermare che, tolto il leader e solo punto fermo Martin Phillipps, il componente più influente dei neozelandesi Chills sia stato il batterista con cui incidevano nel 1982 il debutto a 45 giri Rolling Moon. Contribuiva a quello e a null’altro più il povero Martyn Bull, siccome mesi dopo soccombeva alla leucemia e per Phillipps era un evento tanto traumatico da indurlo a cambiare provvisoriamente nome al gruppo. Elaborava il lutto con la mortifera Pink Frost, stupendo ossimoro di canzone nel contempo squillante e tenebrosa e, non avesse firmato che quella, un posto nel Pantheon dei grandissimi del pop-rock chitarristico già lo avrebbe garantito. Un paio di anni ancora e I Love My Leather Jacket – argomento: un giubbotto regalato al Nostro dallo sfortunato batterista – era il brano che apriva alla band le porte del mercato americano. Clamorosamente nei primi ’90 avrebbero girato negli USA in ambito major, ultimi alfieri del college rock nel mentre i R.E.M. ne diventavano le superstar.

Sopravvissuto a quel flirt con il successo vero e soprattutto a certe pessime abitudini, Phillipps tre anni fa riesumava la storica ragione sociale per il primo lavoro a nome Chills del nuovo secolo, “Silver Bullets”, e ora persevera con una collezione tanto concisa – dieci tracce, 33’27” – quanto del tutto all’altezza della sua piccola leggenda. “Snow Bound” si segnala come indispensabile se l’elenco dei vostri amori annovera Smiths, Go-Betweens, Lloyd Cole, House Of Love. Facile però, in tal caso, che pure i Chills siano per voi degli eroi e non abbiate atteso di leggerne qui per catturarlo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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Per una rivalutazione dei primi Dire Straits

Possiedi, amico lettore, “Brothers In Arms” in vinile? Se è d’epoca ti ritrovi in casa, probabilmente senza nemmeno saperlo, un album assai diverso da quello che si può ascoltare nella versione in CD o nelle ristampe in formato doppio Warner (2006) e Mobile Fidelity (2015). Quelle ristabiliscono un programma che la prima edizione scorciava brutalmente, sforbiciando dai primi cinque brani quasi otto minuti (tre dalla sola Why Worry). E perché? Per tenere da conto uno dei limiti fisici di un supporto che, notoriamente, patisce uno scadimento della dinamica quando si superano i ventidue/ventitré minuti per lato. Via via più pronunciato man mano che il minutaggio sale. Quando da lì a sei anni i Dire Straits pubblicheranno il sesto e ultimo lavoro in studio, “On Every Street”, non verrà operato editing alcuno per una versione in vinile che dura mezzora a facciata e si può immaginare come suoni. Nessuna cura per un formato le cui sorti sembravano a quel punto segnate (e invece…), scavalcato nelle vendite da quel compact disc per le cui fortune commerciali proprio “Brothers In Arms” aveva giocato un ruolo cruciale, se non decisivo: primo album a superare il milione di copie vendute – era il 1985, il CD non era stato commercializzato che due anni prima – e primo a smerciarsi di più in compact che in vinile. Ma soprattutto: primo a essere pensato in funzione CD e non soltanto in rapporto alla durata. Tant’è che sul retro di copertina (si usava allora indicare il cosiddetto codice SPARS) campeggiava quella fatidica tripla “D” – DDD – che garantiva che ogni fase – registrazione, missaggio, masterizzazione – del processo volto a portare la musica lì contenuta alle orecchie dell’ascoltatore fosse avvenuto in digitale. Per il massimo della qualità ottenibile, era opinione corrente fra addetti ai lavori e pubblico audiofilo. Ma davvero? Detto che “Brothers In Arms” resta uno dei titoli più usati quando si tratta di stabilire empiricamente pregi e difetti di un lettore CD/SACD, un amplificatore, una coppia di diffusori acustici, si può aggiungere senza tema di smentite che le edizioni che suonano peggio sono quelle datate ’85. Male in assoluto? Non ho avuto cuore e fegato di cercarne una per verificarlo. È che non avevo la minima voglia di riascoltarlo, artisticamente è poca cosa e sì, trenta milioni di acquirenti per quanto mi riguarda possono avere torto. Rimango d’accordo con una critica che pressoché unanime lo stroncava, mentre un posticino nel mio cuore di cultore “Dire Straits”, che viceversa aveva buona stampa in un’epoca in cui il rock puntava ben diverse direzioni, lo conserverà sempre.

Quello che fu l’omonimo esordio a 33 giri del gruppo di Mark Knopfler è fresco di riedizione su Warner. “Mastered by Bernie Grundman from the original analogue tape”, recita un adesivo attaccato alla busta trasparente in cui è contenuto. “Because sound matters”, rivendica in grassetto subito sotto, in antitesi totale rispetto alla tripla “D” di cui si diceva dianzi. Sottolineando che ogni passaggio da quei londinesi Basing St. Studios nei quali il disco veniva eternato da Muff Winwood nel febbraio ’78 alla stampa del vinile che l’appassionato può mettersi in casa al prezzo corretto di € 30 è avvenuto in analogico. Siamo alla tripla “A”, insomma, e se possibile sarebbe interessante dibattere di questo rovesciamento di prospettiva, rispetto al 1985, proprio con il maggiore dei Knopfler, leader indiscusso del complesso, cantante, chitarra solista, autore della totalità del repertorio. Non fosse che a costui dei Dire Straits parrebbe non importare più nulla. Giura che mai li rimetterà insieme, dice che molta parte del loro catalogo (in particolare di quello degli inizi!) manco gli piace più e addirittura è a oggi data come incerta la sua partecipazione alla cerimonia nella quale, fra qualche mese, la band verrà introdotta nella Rock And Roll Hall Of Fame. E sì, caro lettore, anche a me è venuta in mente la pantomima inscenata da Bob Dylan rispetto al ritiro o meno del Nobel. Si presenti oppure no a Cleveland, Mark Knopfler, e qualunque cosa ne pensi lui oggi, “Dire Straits” resta una gemma di album: curioso esemplare di pub-rock oltre che fuori tempo massimo (concepito quando già pure il punk aveva passato l’apogeo) privo di una delle caratteristiche principali del genere, l’esuberanza. Persino nella canzone-simbolo, Sultans Of Swing, sorta di J.J. Cale all’anfetamina. Nondimeno elegante come mai, per dire, i Dr. Feelgood e con al centro un nucleo di malinconia. Curiosamente, significativamente, le edizioni in cassetta spesso invertivano i lati, evitando l’inconsueto spettacolo di un disco che si apre con l’anticlimax della morbida e sospesa Down To The Waterline, cui va dietro una Water Of Love indecisa fra energia e languore e in ogni caso di gusto tropicale, sicché il rock – o più che altro una forma sudista di errebì – si presenta alla ribalta solo con la terza canzone, la ritmata Setting Me Up.

Gioiellino di country elettrico rivisitato British, pregno di blues e anche con un certo gusto jazz, vivacizzato da una ritmica agile ed eclettica (nelle sue corde il funk come il reggae), il debutto dell’allora quartetto permane amabile in una sorridente modestia lontanissima dal rock da grandi arene nel quale i Dire Straits inevitabilmente precipiteranno in seguito al grande successo riscosso, dopo il passo in ogni senso falso di “Communiqué” (1979; se mai un secondo album ha fotocopiato un primo, eccolo), prima da “Making Movies” (1980) e quindi da “Love Over Gold” (1982). Tutti e tre appena riediti come l’esordio. Usurato nel Bel Paese dalla sovraesposizione dovuta a una comparsata sanremese, “Making Movies” andrebbe rivalutato per una prima facciata un po’ Springsteen, un po’ Dylan, un po’ Morricone. E per il cabaret weimariano girato tex-mex della conclusiva Les Boys. Ah… suona da paura. Di “Brothers In Arms” si può sempre affermare lo stesso?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.395, gennaio 2018.

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Animal Collective – Tangerine Reef (Domino)

Li ho detestati a lungo gli Animal Collective, non riuscendo proprio a capire come potesse il resto del mondo entusiasmarsi per i loro mischioni di folk e noise, minimalismo e raga, elettronica, “pop” stortissimo e psichedelia sversa. Soltanto la lettura di certe recensioni riusciva a irritarmi più dei dischi che incensavano. E poi a un certo punto ha cominciato a piaciucchiarmi il combo di Baltimora. Un attimo ancora e ne ero innamorato, ma erano gli Animal Collective a essere cambiati, scrittura ben focalizzata e arrangiamenti a mirabile orologeria, con giusto un pizzico della stralunatezza d’antan a mantenere deliziosamente “weird” il tutto: “Pet Sounds” post-moderno, “Merryweather Post Pavilion”, del 2009, è uno dei pochi album usciti nel secolo nuovo a potersi dire senza discussione un capolavoro. Secondo me ma non solo secondo me.

La svolta, giacché di svolta si trattò, aveva cominciato a manifestarsi in un lavoro da solista (“Person Pitch”, del 2007), di uno dei due leader del gruppo, Noah “Panda Bear” Lennox. Undicesima prova in studio per la band, “Tangerine Reef” è la prima in cui il Collettivo si schiera a tre, non a quattro, ed è proprio Panda Bear (defezione momentanea per quanto si sa) a mancare all’appello. Prende il comando David “Avey Tare” Portner e quello che era un sospetto si fa certezza: lui l’anima “sperimentale” di un gruppo che in “Tangerine Reef” (colonna sonora di un documentario sulle barriere coralline) peggio che ricade nei vecchi peccati. Non una melodia si sviluppa, non un riff prende forma in tredici tracce indistinguibili e cinquantadue estenuanti minuti a base di elettroniche distorte e voci soffocate e indecifrabili. Altro che Beach Boys! Un incubotico matrimonio fra i Butthole Surfers più inascoltabili e i Tangerine Dream più noiosi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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