Archivi del mese: dicembre 2018

The Chills – Snow Bound (Fire)

In una lista di decine di nomi (trentadue per Wikipedia e secondo altre fonti la formazione che nell’87 registrava il primo album “vero” era la decima: in sette anni!) si potrebbe tranquillamente affermare che, tolto il leader e solo punto fermo Martin Phillipps, il componente più influente dei neozelandesi Chills sia stato il batterista con cui incidevano nel 1982 il debutto a 45 giri Rolling Moon. Contribuiva a quello e a null’altro più il povero Martyn Bull, siccome mesi dopo soccombeva alla leucemia e per Phillipps era un evento tanto traumatico da indurlo a cambiare provvisoriamente nome al gruppo. Elaborava il lutto con la mortifera Pink Frost, stupendo ossimoro di canzone nel contempo squillante e tenebrosa e, non avesse firmato che quella, un posto nel Pantheon dei grandissimi del pop-rock chitarristico già lo avrebbe garantito. Un paio di anni ancora e I Love My Leather Jacket – argomento: un giubbotto regalato al Nostro dallo sfortunato batterista – era il brano che apriva alla band le porte del mercato americano. Clamorosamente nei primi ’90 avrebbero girato negli USA in ambito major, ultimi alfieri del college rock nel mentre i R.E.M. ne diventavano le superstar.

Sopravvissuto a quel flirt con il successo vero e soprattutto a certe pessime abitudini, Phillipps tre anni fa riesumava la storica ragione sociale per il primo lavoro a nome Chills del nuovo secolo, “Silver Bullets”, e ora persevera con una collezione tanto concisa – dieci tracce, 33’27” – quanto del tutto all’altezza della sua piccola leggenda. “Snow Bound” si segnala come indispensabile se l’elenco dei vostri amori annovera Smiths, Go-Betweens, Lloyd Cole, House Of Love. Facile però, in tal caso, che pure i Chills siano per voi degli eroi e non abbiate atteso di leggerne qui per catturarlo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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Per una rivalutazione dei primi Dire Straits

Possiedi, amico lettore, “Brothers In Arms” in vinile? Se è d’epoca ti ritrovi in casa, probabilmente senza nemmeno saperlo, un album assai diverso da quello che si può ascoltare nella versione in CD o nelle ristampe in formato doppio Warner (2006) e Mobile Fidelity (2015). Quelle ristabiliscono un programma che la prima edizione scorciava brutalmente, sforbiciando dai primi cinque brani quasi otto minuti (tre dalla sola Why Worry). E perché? Per tenere da conto uno dei limiti fisici di un supporto che, notoriamente, patisce uno scadimento della dinamica quando si superano i ventidue/ventitré minuti per lato. Via via più pronunciato man mano che il minutaggio sale. Quando da lì a sei anni i Dire Straits pubblicheranno il sesto e ultimo lavoro in studio, “On Every Street”, non verrà operato editing alcuno per una versione in vinile che dura mezzora a facciata e si può immaginare come suoni. Nessuna cura per un formato le cui sorti sembravano a quel punto segnate (e invece…), scavalcato nelle vendite da quel compact disc per le cui fortune commerciali proprio “Brothers In Arms” aveva giocato un ruolo cruciale, se non decisivo: primo album a superare il milione di copie vendute – era il 1985, il CD non era stato commercializzato che due anni prima – e primo a smerciarsi di più in compact che in vinile. Ma soprattutto: primo a essere pensato in funzione CD e non soltanto in rapporto alla durata. Tant’è che sul retro di copertina (si usava allora indicare il cosiddetto codice SPARS) campeggiava quella fatidica tripla “D” – DDD – che garantiva che ogni fase – registrazione, missaggio, masterizzazione – del processo volto a portare la musica lì contenuta alle orecchie dell’ascoltatore fosse avvenuto in digitale. Per il massimo della qualità ottenibile, era opinione corrente fra addetti ai lavori e pubblico audiofilo. Ma davvero? Detto che “Brothers In Arms” resta uno dei titoli più usati quando si tratta di stabilire empiricamente pregi e difetti di un lettore CD/SACD, un amplificatore, una coppia di diffusori acustici, si può aggiungere senza tema di smentite che le edizioni che suonano peggio sono quelle datate ’85. Male in assoluto? Non ho avuto cuore e fegato di cercarne una per verificarlo. È che non avevo la minima voglia di riascoltarlo, artisticamente è poca cosa e sì, trenta milioni di acquirenti per quanto mi riguarda possono avere torto. Rimango d’accordo con una critica che pressoché unanime lo stroncava, mentre un posticino nel mio cuore di cultore “Dire Straits”, che viceversa aveva buona stampa in un’epoca in cui il rock puntava ben diverse direzioni, lo conserverà sempre.

Quello che fu l’omonimo esordio a 33 giri del gruppo di Mark Knopfler è fresco di riedizione su Warner. “Mastered by Bernie Grundman from the original analogue tape”, recita un adesivo attaccato alla busta trasparente in cui è contenuto. “Because sound matters”, rivendica in grassetto subito sotto, in antitesi totale rispetto alla tripla “D” di cui si diceva dianzi. Sottolineando che ogni passaggio da quei londinesi Basing St. Studios nei quali il disco veniva eternato da Muff Winwood nel febbraio ’78 alla stampa del vinile che l’appassionato può mettersi in casa al prezzo corretto di € 30 è avvenuto in analogico. Siamo alla tripla “A”, insomma, e se possibile sarebbe interessante dibattere di questo rovesciamento di prospettiva, rispetto al 1985, proprio con il maggiore dei Knopfler, leader indiscusso del complesso, cantante, chitarra solista, autore della totalità del repertorio. Non fosse che a costui dei Dire Straits parrebbe non importare più nulla. Giura che mai li rimetterà insieme, dice che molta parte del loro catalogo (in particolare di quello degli inizi!) manco gli piace più e addirittura è a oggi data come incerta la sua partecipazione alla cerimonia nella quale, fra qualche mese, la band verrà introdotta nella Rock And Roll Hall Of Fame. E sì, caro lettore, anche a me è venuta in mente la pantomima inscenata da Bob Dylan rispetto al ritiro o meno del Nobel. Si presenti oppure no a Cleveland, Mark Knopfler, e qualunque cosa ne pensi lui oggi, “Dire Straits” resta una gemma di album: curioso esemplare di pub-rock oltre che fuori tempo massimo (concepito quando già pure il punk aveva passato l’apogeo) privo di una delle caratteristiche principali del genere, l’esuberanza. Persino nella canzone-simbolo, Sultans Of Swing, sorta di J.J. Cale all’anfetamina. Nondimeno elegante come mai, per dire, i Dr. Feelgood e con al centro un nucleo di malinconia. Curiosamente, significativamente, le edizioni in cassetta spesso invertivano i lati, evitando l’inconsueto spettacolo di un disco che si apre con l’anticlimax della morbida e sospesa Down To The Waterline, cui va dietro una Water Of Love indecisa fra energia e languore e in ogni caso di gusto tropicale, sicché il rock – o più che altro una forma sudista di errebì – si presenta alla ribalta solo con la terza canzone, la ritmata Setting Me Up.

Gioiellino di country elettrico rivisitato British, pregno di blues e anche con un certo gusto jazz, vivacizzato da una ritmica agile ed eclettica (nelle sue corde il funk come il reggae), il debutto dell’allora quartetto permane amabile in una sorridente modestia lontanissima dal rock da grandi arene nel quale i Dire Straits inevitabilmente precipiteranno in seguito al grande successo riscosso, dopo il passo in ogni senso falso di “Communiqué” (1979; se mai un secondo album ha fotocopiato un primo, eccolo), prima da “Making Movies” (1980) e quindi da “Love Over Gold” (1982). Tutti e tre appena riediti come l’esordio. Usurato nel Bel Paese dalla sovraesposizione dovuta a una comparsata sanremese, “Making Movies” andrebbe rivalutato per una prima facciata un po’ Springsteen, un po’ Dylan, un po’ Morricone. E per il cabaret weimariano girato tex-mex della conclusiva Les Boys. Ah… suona da paura. Di “Brothers In Arms” si può sempre affermare lo stesso?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.395, gennaio 2018.

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Animal Collective – Tangerine Reef (Domino)

Li ho detestati a lungo gli Animal Collective, non riuscendo proprio a capire come potesse il resto del mondo entusiasmarsi per i loro mischioni di folk e noise, minimalismo e raga, elettronica, “pop” stortissimo e psichedelia sversa. Soltanto la lettura di certe recensioni riusciva a irritarmi più dei dischi che incensavano. E poi a un certo punto ha cominciato a piaciucchiarmi il combo di Baltimora. Un attimo ancora e ne ero innamorato, ma erano gli Animal Collective a essere cambiati, scrittura ben focalizzata e arrangiamenti a mirabile orologeria, con giusto un pizzico della stralunatezza d’antan a mantenere deliziosamente “weird” il tutto: “Pet Sounds” post-moderno, “Merryweather Post Pavilion”, del 2009, è uno dei pochi album usciti nel secolo nuovo a potersi dire senza discussione un capolavoro. Secondo me ma non solo secondo me.

La svolta, giacché di svolta si trattò, aveva cominciato a manifestarsi in un lavoro da solista (“Person Pitch”, del 2007), di uno dei due leader del gruppo, Noah “Panda Bear” Lennox. Undicesima prova in studio per la band, “Tangerine Reef” è la prima in cui il Collettivo si schiera a tre, non a quattro, ed è proprio Panda Bear (defezione momentanea per quanto si sa) a mancare all’appello. Prende il comando David “Avey Tare” Portner e quello che era un sospetto si fa certezza: lui l’anima “sperimentale” di un gruppo che in “Tangerine Reef” (colonna sonora di un documentario sulle barriere coralline) peggio che ricade nei vecchi peccati. Non una melodia si sviluppa, non un riff prende forma in tredici tracce indistinguibili e cinquantadue estenuanti minuti a base di elettroniche distorte e voci soffocate e indecifrabili. Altro che Beach Boys! Un incubotico matrimonio fra i Butthole Surfers più inascoltabili e i Tangerine Dream più noiosi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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