Archivi del mese: agosto 2019

L’età aurea (una delle tante) degli Isley Brothers

Sono ancora vivi – quelli che non sono morti: il povero Vernon, che se ne andò adolescente senza assaggiare un briciolo di fama; poi O’Kelly e Marvin – gli Isley Brothers e lottano insieme a noi: faccenda di mesi fa un album che i superstiti Ronald ed Ernie (Rudolph ha da tempo optato per una dorata pensione) hanno tramato in combutta con Carlos Santana. Con esiti a dire il vero modesti da tutti i punti di vista. Lavoro appena piacevole, “Power Of Peace” ha venduto quelle venti-trentamila copie bastanti a fargli guadagnare un modesto numero 64 nella graduatoria USA ed è davvero poca cosa se si pensa ai numeri del buon Carlos, che si congedava dal Novecento con i trenta (!) milioni di copie totalizzati da quella ruffiana fetecchia di “Supernatural” e nel secolo nuovo ha continuato a collezionare dischi d’oro e platino. Ma soprattutto se si ricorda che ancora nel 2003, che nel contesto di una storia così lunga è ieri l’altro, con “Body Kiss” gli Isley Brothers conquistavano la vetta della classifica di “Billboard” e nel 2006 “Baby Makin’ Music” era quinto. Ma, insomma, che abbia perso il tocco magico un gruppo in pista da sessantatré (!!!) anni ci sta. Nel fatidico 1954 l’oggi settantaseienne Ronald, voce inconfondibile, già era parte della compagnia. Chitarrista stellare ed eccelso batterista, il sessantacinquenne Ernie si univa ufficialmente nel 1973, ma in realtà sin dal ’68 la bazzicava. Era un live a sanzionarne l’arruolamento con ogni crisma, era con il successivo “3 + 3” che un complesso già nel terzo decennio di vita entrava in quella che è rimasta la sua epoca aurea, sia artisticamente che commercialmente. Ai fondatori Ronald, Rudolph e O’Kelly si aggiungevano i più giovani Ernie e Marvin e il parente acquisito Chris Jasper (tre più tre, appunto). Trasfusione di sangue fresco che coincideva con l’ennesima metamorfosi di un sound sbocciato all’incrocio fra gospel e rhythm’n’blues, quindi innervato di pop e poi di folk-rock. Era il funk a prendersi la scena, svolta (adombrata sin dal 1969 dalla classicissima It’s Your Thing) ribadita nel ’74 da “Live It Up”. Un successone, ma nulla di paragonabile a “The Heat Is On”, di un anno dopo ancora.

Mezzo milione di copie vendute (dati sempre USA, ovvio) nel primo mese nei negozi (oggi è certificato doppio platino), quaranta settimane nei Top 200 di “Billboard” che arrivava a capeggiare e gli unici altri neri a guardare tutti dall’alto nel ’75 erano Earth, Wind & Fire e Ohio Players. Non solo: il primo singolo tratto dall’album era un numero 1 R&B e 4 Pop. Inaugura il 33 giri, Fight The Power, con mostruoso macinare le cui modernità e popolarità sono state rinnovate in era hip hop dall’omonimo brano dei Public Enemy (nel cui lunghissimo elenco di campionamenti non è però curiosamente compresa). Sono 5’19 che non fanno prigionieri, seguiti dai 5’37” di una title track ebbra di wah wah ed energia funkadelica e dai 6’06” di una Hope You Feel Better Love marchiata a fuoco da una chitarra elettrica per descrivere la quale non si possono usare che due parole: una è “heavy”, l’altra “metal”. Cambi facciata e stenti a credere che sia lo stesso gruppo a prodursi in tre languidissime ballate soul – For The Love Of You, Sensuality e Make Me Say It Again Girl – rispettivamente con influssi jazz, blues e gospel. La prima delle quali formidabile anticipo di quiet storm.

Strepitosa come da tradizione Speakers Corner una ristampa che egualmente fa risaltare la zuccherina seduzione delle voci, una ritmica dallo sferzante al metronomico con swing, una chitarra ferocemente rock. E squisiti dettagli, tipo il flauto che svolazza in For The Love Of You.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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Vampire Weekend – Father Of The Bride (Columbia)

Benché la democrazia sia sotto attacco, nonostante i cambiamenti climatici, persino a dispetto di chi mette la panna nella carbonara, be’, forse c’è speranza per l’umanità. Forse questo mondo non è brutto come sembra se i Vampire Weekend si riaffacciano alla ribalta dopo sei anni e con il quarto lavoro in studio conquistano la vetta dei Top 100 di “Billboard” nella settimana stessa dell’uscita. D’altronde: erano già andati al numero uno sia il terzo – “Modern Vampires In The City”, nel 2013 appunto – che il secondo – “Contra”, nel 2010 – stabilendo un record giacché mai in precedenza una band accasata presso un’indipendente (erano allora alla XL) aveva piazzato due album di fila in cima alla classifica USA. Né se l’era cavata male per essere un debutto l’omonima fatica datata 2008: numero 17 e alla lunga disco di platino. In cosa sta la meraviglia di tutto ciò? Nel fatto che trattasi di musica di qualità altissima e di solito non va al numero uno musica così. Di solito gruppi così ben che vada diventano dei culti.

Partiti come un curioso incrocio fra indie rock e afro-pop (il Paul Simon di “Graceland” una chiara influenza), tornano in scena avendo nel frattempo perso per strada Rostam Batmanglij, secondo autore come peso (continua però a collaborare da esterno), e dopo il trasloco da New York a Los Angeles del capobanda Ezra Koenig. Vanno in ogni senso a Ovest, i Vampire Weekend, sin dalla stupenda ballata country-folk, Hold You, che inaugura un programma di diciotto tracce con a suggello un perfetto tema da musical quale Jerusalem, New York, Berlin. È un gioiello di Americana alla Brian Wilson/Van Dyke Parks, con bellissime deviazioni dal percorso principale quali lo spigliato rock This Life e una pianistica My Mistake da Harry Nilsson alle prese con Randy Newman.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Sunn O))) – Life Metal (Southern Lord)

Parrebbe una sequenza da Spinal Tap: due capelloni in paramenti monacali che si scambiano riff di chitarra tanto bradipici da farsi bordoni, mentre un bassista e un tastierista (un batterista non potrebbe farcela) provano a tenere il passo. Il tutto a volumi sì assordanti e con una densità sonica talmente squassante che levando gli occhi verso il soffitto del locale si nota che si sta crepando e ne vengono giù polvere e calcinacci. Credete che stia esagerando? Chiedete a Federico Guglielmi, che non è esattamente un fan del duo Stephen O’Malley/Greg Anderson ma aveva modo anni fa di assistere a un loro spettacolo. Io, che invece dei Sunn O))) sono un cultore, non credo che andrei mai a vederli, non volendo mettere a repentaglio il mio tanto fine quanto delicato udito. Però, ecco, mi piacerebbe proprio ascoltarlo in vinile “Life Metal”, che mentre scrivo gira per l’ennesima volta in formato flac a volume (ragionevolmente) sostenuto. Per la curiosità – sapendo che è il primo album che il gruppo di Seattle ha registrato interamente in analogico (regia di Steve Albini) nella sua ventennale carriera e che lo ha fatto in funzione del suddetto supporto – di testare se il vinile sia in grado di riprodurre certe frequenze senza che la puntina salti dal solco. Benché io abbia su LP il capolavoro del 2009 “Monoliths & Dimensions” e non ricordi problemi.

“Life Metal” non è un “altro album dei Sunn O)))”. Sfiora la grandezza del disco appena menzionato orchestrando con raffinatezza inaudita (contribuiscono un violoncello, un organo a canne, una fantasmatica voce femminile) una massa sonora stupefacente quanto stratificata, una volta che ne penetri la respingente superficie. Massimalismo minimale. Una sinfonia in quattro movimenti e quasi settanta minuti. L’unico rock che sia, oggi, davvero avanguardia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Un atto di amore – Bruce Springsteen secondo Stefano I. Bianchi

Naturalmente non c’era bisogno alcuno di un altro libro sull’artista in questione e posso ben scriverlo avendo io pure contribuito – nell’ormai lontano 1998, con uno smilzo volumetto su Giunti – ad aggiungere un titolo a una lista che già allora contava, più che decine, centinaia di tomi. Avendo poi perseverato nel 2002 con un articolo per il trimestrale “Il Mucchio Extra” in cui sproloquiavo per quasi 75.000 battute e resta il mio singolo pezzo più lungo di sempre. Cosa aggiunsero l’uno e l’altro alla sterminata bibliografia dell’uomo del New Jersey? Nulla di indispensabile, ovvio. Giusto un punto di vista: il mio. Lo stesso fa Stefano I. Bianchi, aggiunge un punto di vista, premurandosi subito di chiarire che “in nessun modo quello che avete fra le mani si potrà considerare uno dei libri fondamentali su Bruce Springsteen”. Potrebbe naturalmente parere un caso lampante di excusatio non petita, accusatio manifesta, ma per presentare questo The Promised Man (bel titolo) la frase fondamentale è un’altra e sta in quarta di copertina: “Dedicato ai jihadisti di Bruce, che troveranno motivi per ricredersi, e a quanti lo schifano, che troveranno motivi per credere”. Manifesto programmatico cui resta fedele in quasi duecento pagine in cui fa ben di più che, come si usa nella collana editoriale di cui questo è il quindicesimo numero, esaminare dettagliatamente – uno per capitolo fino a un dato punto, poi accorpandone diversi – i dischi del musicista affrontato. Fa pure quello, sì, ma anche e azzarderei soprattutto ci mette dentro un bel pezzo della sua personale biografia. Storia esemplare nella quale non in pochi si riconosceranno e che chiarisce perché (qualunque sia l’opinione che se ne ha) Springsteen sia uno che ha fatto qualcosa di più che cambiare una storia del rock il cui corso generale (sostiene Bianchi, trovandomi sostanzialmente d’accordo) in sua assenza sarebbe anzi rimasto invariato. Springsteen ha cambiato vite, tante. Influenzandole in misura decisiva, salvandole persino, come si racconta nelle ventidue straordinarie, toccanti pagine dedicate a “Nebraska”. Bastanti da sole a farmi dire che, ecco, c’era invece bisogno di un altro libro dedicato a chi, nato per correre, da troppi anni arranca (per quanto il recente “Western Stars” abbia rappresentato un discreto, sorprendente colpo d’ala), ma soltanto a patto che il libro fosse esattamente così: oltre che un trattato critico, il resoconto di un’educazione sentimentale.

Ciò detto: come è del resto nel suo stile Bianchi non fa sconti. Mai. Nemmeno (qui fermamente dissento; ma poche cose mi danno più soddisfazione di leggere chi, argomentando bene, sostiene un’opinione esattamente opposta alla mia) di fronte a un feticcio come “The River”. E figurarsi come può pronunciarsi allora rispetto a larghissima parte della produzione post-“Tunnel Of Love” e alle speculazioni discografiche (alcune vergognose)  cui il buon Bruce si è a più riprese prestato, dando adito a dubbi su un’onestà intellettuale che parve a lungo specchiata. Giusto così e pazienza se qualche ultrà non la prenderà bene. Dai grandi è giusto pretendere, è con i mediocri che ci si può accontentare. Da un libro scritto da Stefano I. Bianchi io pretendo sempre molto: me lo ha dato.

PS – Però siccome il SIB ragiona allo stesso modo e di conseguenza non me ne ha fatto mai passare una che fosse una di (oggettiva) minchiata, sadicamente lo ripago con la stessa moneta facendogli notare (pag.162) che Lyn Collins non era parente né di Bootsy né di Catfish e non è stata esattamente una qualunque, bensì una delle più inconfondibili voci femminili della storia del funk, nonché (con Vicki Anderson e Marva Whitney) la principale delle cantanti del giro di James Brown.

Se siete abbonati a “Blow Up”, avete ricevuto Bruce Springsteen – The Promised Man in gentile omaggio con il numero di luglio/agosto della rivista. Se non lo siete, potete cercarlo in edicola (quelle più grandi) ancora fino a fine mese. Non trovandolo, resta l’opzione dell’acquisto direttamente dal sito: qui. Pagine 196, € 20.

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Dieci canzoni per ricordare Willy De Ville, a dieci anni dalla scomparsa

10) Storybook Love (da “Miracle”, A&M, 1987)

9) Key To My Heart (da “Victory Mixture”, Sky Ranch, 1990)

8) All In The Name Of Love (da”Backstreets Of Desire”,  FNAC Music, 1992)

7) Just To Walk That Little Girl Home (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

6) Demasiado corazon (da “Where Angels Fear To Tread”, Atlantic, 1983)

5) Just Your Friends (da “Return To Magenta”, Capitol, 1978)

4) Lipstick Traces (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

3) Cadillac Walk (da “Cabretta”,  Capitol, 1977)

2)  Love Me Like You Did Before (da “Coup de grâce”, Atlantic, 1981)

1) Spanish Stroll  ( da “Cabretta”, Capitol, 1977)

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Billy Lee Riley – Un marziano del rock’n’roll

Quanto era povera la famiglia di Billy Lee Riley? Be’, così povera che nel 1949 il ragazzo si faceva falsificare un documento da una sorella non per evitare il servizio di leva ma, al contrario, per risultare maggiorenne e potere quindi arruolarsi. Ci pensava dunque lo Zio Sam a provvedergli pranzo, cena e un tetto sulla testa da lì a fine 1953, o forse ai primi mesi del ’54. E quanto fu sfortunato Billy Lee Riley? Be’, giudicate un po’ voi… Nell’autunno 1957 restituiva a Jerry Lee Lewis, suonando la chitarra in Great Balls Of Fire, il favore fattogli da costui suonando il piano in Flyin’ Saucers Rock’n’Roll. E nell’esatto istante in cui il nuovo singolo di Riley, Red Hot, andava decollando Sam Phillips sceglieva di investire ogni risorsa per pubblicizzare il disco del Killer, assestando così alla carriera dell’altro suo artista un colpo pressoché mortale, visto che era lì che si decideva che Billy Lee Riley (da Pocahontas, Arkansas, 1933) non sarebbe mai diventato la star che potenzialmente era. Certi treni di solito passano una volta, ma un destino beffardo provvedeva a illudere il nostro uomo facendogli balenare sotto il naso ben quattordici anni dopo una seconda possibilità: produzione di Chips Moman, A Thing About You Baby stava cominciando a ottenere riscontri commerciali importanti, a dispetto di qualche problema di distribuzione, quando una versione di Presley lo eclissava. Stupirsi se a quel punto Billy Lee decideva che, a quasi quarant’anni, era il caso di cercarsi un lavoro serio? In certe biografie c’è scritto che metteva su un’impresa edile, ma la più prosastica verità è che a lungo si guadagnerà da vivere facendo l’imbianchino. Uno che quando si era affacciato alla ribalta era stato pronosticato da molti, e in maniera particolarmente vociante dalle torme di ragazzine che si accalcavano sotto il palco a ogni sua esibizione, come un nuovo Elvis.

Il perché e il percome sono spiegati da certe foto in cui sembra un James Dean incravattato invece che in giubbotto di pelle, ma si sa che ai campagnoli il concetto di coolness è o era estraneo. Il perché e il percome sono spiegati soprattutto da un’eccellente antologia intitolata “Rock Me Baby” e fresca di pubblicazione su Hoodoo Records. Raduna tutte le facciate classiche registrate dal Nostro per la Sun fra il 1956 e il 1960 e in più, a ingrassare ulteriormente il programma, qualcosa che restò fuori, magari per forza di cose perché mero abbozzo come un Folsom Prison Blues che prende (bonariamente?) per i fondelli Johnny Cash. Potrebbe parere un recupero assolutamente pleonastico e invece no, perché sottolinea le capacità camaleontiche dell’interprete. Che se nel brano che intitola la raccolta sembra un altro Gene Vincent in Down By The Riverside declina gospel come fosse il suo pane quotidiano, però regalandogli il twang del rockabilly laddove in una Dark Muddy Bottom l’adesione al canone delle dodici battute è tale da farsi mimetismo (e del resto la musica del diavolo l’aveva appresa, adolescente, dai braccianti neri che come lui si spaccavano la schiena raccogliendo cotone). Poco da stupirsi se, uscito accreditato a un fantomatico Lightnin’ Leon, il singolo veniva scambiato e autenticato da esperti bluesologi per un genuino reperto d’epoca. Beffa mirabile e clamorosa ideata ben prima che qualcuno pensasse a buttare per canali teste di Modigliani false. Un punto di forza questo eclettismo per uno che niente di meno di un Bob Dylan proclamerà “il mio eroe” (Trouble Bound la sua canzone preferita): capace di sfiorare il jumping con Betty And Dupree ed evocare Ruby Baby con Pearly Lee, disegnare un’ipotesi di folkabilly con Saturday Night Fish Fry e porgersi accorato con Sweet William, confidenziale con Come Back Baby (One More Time), schiettamente romantico con I Want You Baby. E però forse proprio questo suo saltare di palo in frasca un po’ anche gli nuoceva impedendogli, tutte le sfighe a parte, di crearsi un’identità facilmente riconoscibile (vero che Presley andrà ben oltre, tuttavia solo dopo essere diventato Re). Quando a conti fatti l’essenza del musicista Billy Lee Riley è con il senno di poi racchiusa in quei due brani già citati, Flyin’ Saucers Rock’n’Roll e Red Hot, che bene o male negli annali del rock sono rimasti, caratterizzati entrambi da un piglio scatenato, da una vena selvatica. Robert Gordon e Link Wray li coverizzeranno. Stray Cats e Cramps ne manderanno a memoria la lezione. Guarda che caso.

Che altro dire nel poco spazio che resta di un uomo che il 2 agosto 2009 si arrendeva a un tumore e appena due mesi prima aveva ancora trovato la forza di esibirsi in pubblico? Che nei ’90 aveva (principalmente per la pubblicità fattagli da Dylan) la possibilità di tornare a incidere e se la giocava bene, con una serie di album di pregio uno dei quali, “Hot Damn!”, del ’97, si troverà inopinatamente candidato a un Grammy. L’immagine con cui voglio lasciarvi è però quella di un Billy Lee giovane in tour per promuovere un disco che furbescamente speculava su un’ondata di avvistamenti di UFO. Ribattezzatisi Green Men, i valentissimi musicisti che lo fiancheggiavano si presentavano in scena con abiti tagliati dalla medesima stoffa del piano di gioco del biliardo. Scoprivano presto un inconveniente: che inzuppandosi di sudore i vestiti perdevano il colore e tutti quanti si ritrovavano con la pelle per l’appunto verde. Sul serio marziani alle prese con il rock’n’roll, insomma.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.682, maggio 2011. Di Billy Lee Riley ricorre oggi il decimo anniversario della scomparsa.

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