Un atto di amore – Bruce Springsteen secondo Stefano I. Bianchi

Naturalmente non c’era bisogno alcuno di un altro libro sull’artista in questione e posso ben scriverlo avendo io pure contribuito – nell’ormai lontano 1998, con uno smilzo volumetto su Giunti – ad aggiungere un titolo a una lista che già allora contava, più che decine, centinaia di tomi. Avendo poi perseverato nel 2002 con un articolo per il trimestrale “Il Mucchio Extra” in cui sproloquiavo per quasi 75.000 battute e resta il mio singolo pezzo più lungo di sempre. Cosa aggiunsero l’uno e l’altro alla sterminata bibliografia dell’uomo del New Jersey? Nulla di indispensabile, ovvio. Giusto un punto di vista: il mio. Lo stesso fa Stefano I. Bianchi, aggiunge un punto di vista, premurandosi subito di chiarire che “in nessun modo quello che avete fra le mani si potrà considerare uno dei libri fondamentali su Bruce Springsteen”. Potrebbe naturalmente parere un caso lampante di excusatio non petita, accusatio manifesta, ma per presentare questo The Promised Man (bel titolo) la frase fondamentale è un’altra e sta in quarta di copertina: “Dedicato ai jihadisti di Bruce, che troveranno motivi per ricredersi, e a quanti lo schifano, che troveranno motivi per credere”. Manifesto programmatico cui resta fedele in quasi duecento pagine in cui fa ben di più che, come si usa nella collana editoriale di cui questo è il quindicesimo numero, esaminare dettagliatamente – uno per capitolo fino a un dato punto, poi accorpandone diversi – i dischi del musicista affrontato. Fa pure quello, sì, ma anche e azzarderei soprattutto ci mette dentro un bel pezzo della sua personale biografia. Storia esemplare nella quale non in pochi si riconosceranno e che chiarisce perché (qualunque sia l’opinione che se ne ha) Springsteen sia uno che ha fatto qualcosa di più che cambiare una storia del rock il cui corso generale (sostiene Bianchi, trovandomi sostanzialmente d’accordo) in sua assenza sarebbe anzi rimasto invariato. Springsteen ha cambiato vite, tante. Influenzandole in misura decisiva, salvandole persino, come si racconta nelle ventidue straordinarie, toccanti pagine dedicate a “Nebraska”. Bastanti da sole a farmi dire che, ecco, c’era invece bisogno di un altro libro dedicato a chi, nato per correre, da troppi anni arranca (per quanto il recente “Western Stars” abbia rappresentato un discreto, sorprendente colpo d’ala), ma soltanto a patto che il libro fosse esattamente così: oltre che un trattato critico, il resoconto di un’educazione sentimentale.

Ciò detto: come è del resto nel suo stile Bianchi non fa sconti. Mai. Nemmeno (qui fermamente dissento; ma poche cose mi danno più soddisfazione di leggere chi, argomentando bene, sostiene un’opinione esattamente opposta alla mia) di fronte a un feticcio come “The River”. E figurarsi come può pronunciarsi allora rispetto a larghissima parte della produzione post-“Tunnel Of Love” e alle speculazioni discografiche (alcune vergognose)  cui il buon Bruce si è a più riprese prestato, dando adito a dubbi su un’onestà intellettuale che parve a lungo specchiata. Giusto così e pazienza se qualche ultrà non la prenderà bene. Dai grandi è giusto pretendere, è con i mediocri che ci si può accontentare. Da un libro scritto da Stefano I. Bianchi io pretendo sempre molto: me lo ha dato.

PS – Però siccome il SIB ragiona allo stesso modo e di conseguenza non me ne ha fatto mai passare una che fosse una di (oggettiva) minchiata, sadicamente lo ripago con la stessa moneta facendogli notare (pag.162) che Lyn Collins non era parente né di Bootsy né di Catfish e non è stata esattamente una qualunque, bensì una delle più inconfondibili voci femminili della storia del funk, nonché (con Vicki Anderson e Marva Whitney) la principale delle cantanti del giro di James Brown.

Se siete abbonati a “Blow Up”, avete ricevuto Bruce Springsteen – The Promised Man in gentile omaggio con il numero di luglio/agosto della rivista. Se non lo siete, potete cercarlo in edicola (quelle più grandi) ancora fino a fine mese. Non trovandolo, resta l’opzione dell’acquisto direttamente dal sito: qui. Pagine 196, € 20.

11 commenti

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11 risposte a “Un atto di amore – Bruce Springsteen secondo Stefano I. Bianchi

    • marktherock

      beh effettivamente ‘inquietante’ da uno come il SIB lo svarione su Lyn Collins!! Possibile che ti dirigesse, editasse e non ti leggesse, ai tempi di ‘Scritti nell’Anima’? ;)))

  1. Ciao Eddy… ti scrivo qui perché, come sai, non sono su facebook. E lo faccio per dirti grazie, mille grazie per le tue parole 🙂
    Sì, l’ho scritto col sangue. Credo che non mi capiterà mai più nella vita di scrivere un libro simile su nessun altro musicista perché il sangue potevo versarlo solo per Bruce: glielo dovevo. Suona patetico? Assolutamente sì. ‘Patetico’ deriva da pathos, sofferenza, non c’è da vergognarsene: i libri si scrivono anche perché si soffre, o magari per esorcizzare una sofferenza. Quindi grazie ancora per le tue parole; non ti nascondo che mi fanno un enorme piacere, anche perché pochi giorni fa ho letto un commento su Amazon (una sedicente ‘recensione’ del mio libro) che mi ha un po’ amareggiato, un po’ scombussolato e un po’ (parecchio) fatto girare i coglioni perché su quella piattaforma è demenzialmente impossibile replicare a un ç@GRR**°ç+§!FUCK$%& che si nasconde dietro a un nickname solo per vomitare merda sul lavoro degli altri.
    Alla prossima in cui riusciremo a rivederci; ne è passato di tempo… 🙂

    Stefano I. Bianchi

    P.S. occhio però che Lyn Collins viene accreditata da molte fonti come parente di Bootsy e Catfish. Se digiti su google “Lyn Collins relative Bootsy” vengono fuori molti siti che la danno per parente, i più conosciuti dei quali direi Allmusic e Billboard (dai quali probabilmente tutti – me compreso – hanno ripreso la info).

    • Bene, adesso capisco le origini di quello che secondo me resta un errore. Diciamo che AMG è un sito prezioso ma a volte poco affidabile, un po’ meglio Wikipedia dove Lyn Collins (che era texana) non viene mai menzionata nelle schede di Bootsy e Catfish (nativi dell’Ohio) e viceversa. E qui ad esempio – http://www.soulwalking.co.uk/Lyn%20Collins.html – si specifica proprio che non c’era rapporto di parentela fre lei e loro. Ma non era che una bonaria punzecchiatura…
      Del libro ho scritto, potrei aggiungere ancora altro – e parecchio – in lode ma, insomma, che mi sia piaciuto si è capito. Amazon per quanto riguarda i commenti è la fogna che sono tutti i quotidiani on line, o – talvolta – Facebook. Però guarda che la possibilità di replicare c’è. Basta che clicchi su “commento” vicino a quella collezione di scempiaggini che ho appena letto e gli puoi rispondere per le rime, al coglione.
      Vedersi non so se ci si vedrà presto, ma sentirsi prima di quanto tu non possa immaginare, ora che sono uscito da un tunnel di sfiga esistenziale lungo un anno e mezzo. Un abbraccio.

    • Alessandro

      Curiosità: pensate di sapere l’identità del malevolo recensore?

  2. Eccomi!… Nessunissima polemica per la cosa di Lyn Collins, figurati. Ho replicato la cosa solo perché sono andato a vedere quello che ho scritto e mi sono chiesto dove e come avessi trovato quella che era una classica info “di servizio” di scarsa utilità, nel senso che avendola scritta dovevo per forza averla trovata da qualche parte, non potevo essermela inventata. Per lo specifico io non so cosa aggiungere, anche perché Billboard ne parla proprio come parente dei due quando dà la notizia della morte (mi pare nel 2005), ma anche quella non è la Bibbia. Per me insomma questo resta un mistero, anche se di rilevanza pressoché nulla…
    Bene invece sapere che su Amazon si può replicare alle ‘recensioni’, ma ci ho pensato mezzo minuto e no, non lo farò. A me dà enorme fastidio chi si nasconde dietro un nick solo per vomitare odio ma lungi da me replicare, nonostante la fortissima tentazione (e tu che mi conosci puoi immaginare la fatica che faccio). Non ho un profilo facebook proprio per evitare di incappare in simili figuri. Come dice l’adagio di Oscar Wilde, mai discutere con un idiota: ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.

    P.S. Nel tunnel adesso, anzi da un anno e mezzo, ci sono io; ed è un tunnel esistenziale di notevole, notevolissimo livello (ma questa, come si suol dire, è un’altra storia).

    Abbraccio

    Stefano I. Bianchi

  3. Franco Di Totto

    The boss è unico. Tutto cuore , sudore e ha dato sempre il meglio mettendosi spesso in giocho. Nelle sue canzoni ha descritto sempre “the outcast” , the factory worker e l ‘ ultimo della catena nella società. Proviene da una famiglia working class. È diventato grande credendo in se stesso. Nessuno mi emoziona come lui. E Springsteen dove lo mettete ? È stato un altro successone sempre sold out. Long live Bruce & The Legendary E Street Band
    Questo è solo il mio parere ma in fin dei conti non solo il mio..

  4. Filippo

    …e comunque (scusate se mi intrometto) a me western stars è proprio piaciuto…

  5. enio

    Sarà il caldo, ma pare solo a me che, tornato a ri-ascoltare Springsteen su impulso della recensione del VMO a Bianchi, che The river abbia qualche tangenza con London calling? Ripercorrendo le outtakes, la sensazione si è fatta più decisa. Mah. Nel frattempo, grazie per la bella recensione e a Bianchi grazie per il libro, che vado ad acquistare

    • Alfonso

      Oh, io l’ho sempre pensato. Non sono mai riuscito a definire i contorni di questa fratellanza se non il loro essere tra le altre cose dei formidabili bignami del rocknroll. È proprio una questione di atmosfere.

  6. Anonimo

    Già rimane il fatto che Wrecking Ball è un grandissimo album con buona pace di tutti.Amen.

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